Giorni drammatici

L’8 marzo scorso, pochi giorni dopo che i combattenti islamisti libanesi di Hezbollah avevano lanciato una raffica di razzi contro il nord di Israele, scatenando la reazione israeliana, un carro armato delle Forze di difesa israeliane (Idf) ha colpito un’abitazione nel villaggio libanese di Kafr Kela (Qlei’a), situato a ridosso del confine. Il colpo ha ucciso padre Pierre a-Ra’I, un sacerdote maronita. A-Ra’I pare si trovasse in visita ai parrocchiani ed è stato scambiato dai soldati israeliani per un miliziano di Hezbollah. Le Forze di difesa israeliane (Idf) avevano ordinato agli abitanti delle città e dei villaggi tra il confine israeliano e il fiume Litani a nord, il 90 per cento dei quali musulmani sciiti, base di sostegno di Hezbollah, di evacuare verso nord. Nei giorni successivi, la maggior parte è fuggita ed, entro la terza settimana di marzo, circa un milione di libanesi, per lo più sciiti, provenienti dal sud e dal quartiere di Dahiya a Beirut, roccaforte di Hezbollah, avevano abbandonato le proprie case ed erano diventati “rifugiati”, vivendo in parcheggi, campi o edifici vuoti in altre zone di Beirut o in aree a est o a nord della capitale libanese. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che ai rifugiati del Libano meridionale non sarebbe stato permesso di tornare a casa finché gli abitanti della zona di confine israeliana, costantemente sotto il fuoco dei razzi di Hezbollah, non fossero stati “al sicuro”.

Il Governo israeliano spera che il massiccio sradicamento della base di sostegno demografica di Hezbollah finisca per generare pressione sui terroristi-guerriglieri islamisti affinché fermino la loro guerra contro Israele, iniziata il 2 marzo in seguito all’inizio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran tre giorni prima e all’assassinio, da parte di aerei delle Forze di difesa israeliane, della “Guida Suprema” iraniana Ali Khamenei, la figura politica più importante dell’Islam sciita. Tra coloro che sono rimasti nelle proprie case a sud del Litani, tuttavia, vi è la maggior parte degli abitanti della dozzina circa di villaggi cristiani (o prevalentemente cristiani). Alcuni di questi villaggi, erroneamente o meno, figuravano nella lista di evacuazione delle Forze di difesa israeliane, ma i residenti hanno deciso di rimanere, ritrovandosi così isolati tra le Idf e Hezbollah, mentre, nelle ultime settimane, le due parti si scambiavano colpi di arma da fuoco e bombardamenti. Gli abitanti cristiani dei villaggi, da sempre guardati con sospetto da Hezbollah, hanno dichiarato, come fanno da decenni, di essere “neutrali” e di non essere coinvolti nel conflitto, sebbene negli anni Ottanta e Novanta molti di loro avessero prestato servizio nell’Esercito del Libano del Sud (Sla), una milizia locale che operava a fianco delle Idf nella “zona di sicurezza” creata da Israele appena a nord del confine, con l’obiettivo di tenere lontani dal nord del Paese i miliziani e i lanciatori di razzi di Hezbollah. Dal ritiro israeliano dalla “zona di sicurezza” e dallo scioglimento dell’Esercito del Libano del Sud nel 2000, i cristiani del sud del Libano hanno in genere ostacolato i tentativi di Hezbollah di installare nei loro villaggi lanciarazzi, uomini e depositi di armi. Tuttavia, nel caos causato dai lanci di razzi e colpi d’arma da fuoco e dall’evacuazione di massa avvenuta all’inizio di questo mese, alcuni abitanti sciiti, e probabilmente anche combattenti di Hezbollah, hanno cercato rifugio nei villaggi cristiani.

In diversi casi, però, gli abitanti si sono rifiutati di ospitarli, come era accaduto a Kafr Kela. Dopo la morte di padre Ra’i, gli abitanti di Rmaish, un villaggio cristiano situato pochi chilometri più a sud-ovest, in coordinamento con l’esercito libanese, hanno organizzato l’evacuazione degli abitanti sciiti che avevano trovato rifugio tra loro. Ma gli abitanti della dozzina di villaggi cristiani del sud del Libano temono di essere inevitabilmente coinvolti nella lotta tra Israele e Hezbollah e che, qualora Hezbollah riprendesse il controllo dell’area, verrebbero presi di mira per aver “aiutato Israele”. Più in generale, i libanesi (cristiani, musulmani e drusi) rimangono traumatizzati dal ricordo della guerra civile tra musulmani e cristiani del 1975-1991, che causò circa 100mila vittime. L’attuale Governo libanese, guidato dal presidente Joseph Aoun (cristiano) e dal primo ministro Nawaf Salam (musulmano sunnita), si è espresso in modo senza precedenti contro Hezbollah, condannando apertamente i suoi attacchi contro Israele; il Governo ha addirittura chiesto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, il disarmo del movimento sciita. Ma Hezbollah si è rifiutato e il Governo non è intervenuto, data la debolezza dell’esercito libanese e il timore che uno scontro con Hezbollah avrebbe portato alla disgregazione dell’esercito (considerato che molti dei suoi soldati sono sciiti) e a una deriva verso la guerra civile.

Finora, l’unica azione significativa da parte del Governo è stata l’espulsione dell’ambasciatore iraniano (alla quale Teheran ha risposto, nel giro di poche ore, lanciando un missile balistico verso Beirut, verosimilmente diretto contro l’ambasciata americana in città. Il missile è stato intercettato e abbattuto dai sistemi di difesa americani, evitando conseguenze). Israele, dal canto suo, con gli insediamenti lungo il confine settentrionale costantemente sotto il fuoco di razzi e droni armati, non è finora riuscito a fermare l’offensiva di Hezbollah. L’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno condotto senza sosta attacchi contro postazioni e personale del movimento, sia nel sud del Libano che nel quartiere di Dahiya, a Beirut, senza tuttavia ottenere effetti decisivi, visto che Hezbollah finora non sembra aver subito un indebolimento significativo. Israele ha minacciato di distruggere obiettivi infrastrutturali libanesi per fare pressione sul Governo libanese affinché intervenga, ma finora ha desistito, apparentemente dissuaso da Washington. Finora, le Forze di difesa israeliane hanno distrutto soltanto una serie di ponti sul fiume Litani. Hezbollah, duramente colpito dalle Idf nel precedente ciclo di ostilità tra ottobre 2023 e novembre 2024, si è preparato con cura all’attuale fase del conflitto, riuscendo a preservare migliaia di razzi e droni. Il movimento dispone ancora anche di alcuni razzi a lungo raggio, uno dei quali è caduto due settimane fa nella Valle di Elah, nel centro di Israele (non lontano da casa mia). Nelle scorse settimane Israele ha dispiegato tre divisioni delle Forze di difesa israeliane lungo il confine con il Libano, con alcune unità dislocate sul lato libanese.

Il loro obiettivo immediato era quello di impedire incursioni in Israele da parte di miliziani di Hezbollah e il lancio di missili anticarro a traiettoria piatta, che nel precedente ciclo di ostilità avevano devastato gli insediamenti di confine e le posizioni delle Idf. Tuttavia, l’attuale lancio di razzi da parte di Hezbollah contro gli insediamenti di confine, principalmente la città di Kiryat Shmona, proviene da aree a nord del fiume Litani. Molti osservatori credevano che la concentrazione di truppe israeliane preannunciasse una massiccia offensiva delle IDF fino alla linea del fiume Litani e persino verso le aree a nord, creando una nuova “zona di sicurezza” nel sud del Libano. Finora, però, questo scenario non si è concretizzato. Il comando delle Idf appare cauto rispetto a una rioccupazione dell’area, poiché le truppe rischierebbero di diventare dei bersagli statici per missili, razzi e squadre d’assalto di Hezbollah. Le Idf sono restie a ripetere l’esperimento della “zona di sicurezza” degli anni Ottanta e Novanta. È possibile che le formazioni delle forze israeliane rimangano schierate a ridosso della Linea Blu, dichiarando però l’area a nord, fino al Litani, zona “di fuoco libero”, destinata per gli anni a venire a non essere abitata dai civili (ad eccezione delle comunità cristiane). Ma a meno che un’offensiva israeliana non si spinga fino a Beirut (come accadde nel 1982, quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina controllava il sud del Libano) gli osservatori non credono che le Idf possano riuscire a fermare i lanci di razzi di Hezbollah.

In effetti, gran parte dell’opinione pubblica israeliana è convinta che, anche se Washington, Gerusalemme e Teheran mettessero fine alla loro guerra, il confronto tra Israele e Hezbollah proseguirebbe. Come i governanti islamisti dell’Iran, i leader e i combattenti di Hezbollah, spinti da fanatismo religioso e jihadismo contro gli “infedeli”, non rinunceranno facilmente alla lotta, per quanto gravi siano le loro perdite. Nel frattempo, Israele sembra avviarsi verso una prolungata guerra di logoramento, con gran parte del nord del Paese paralizzato dalle ostilità e molti dei suoi abitanti costretti a evacuare verso zone più sicure a sud. Durante la precedente fase del conflitto tra Israele e Hezbollah avvenuta tra ottobre 2023 e ottobre 2024, il Governo aveva disposto l’evacuazione delle comunità lungo il confine settentrionale, facendosi carico delle spese di soggiorno degli sfollati in hotel e altre strutture. Questa volta, però, non è stato adottato un provvedimento analogo e il Governo si rifiuta di sostenere economicamente chi decide di lasciare le proprie abitazioni nelle aree di confine. Ovviamente, il confronto tra Israele e Hezbollah rappresenta, almeno per il resto del mondo, un elemento secondario rispetto al conflitto principale, ovvero la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Al momento, prevale una sorta di stallo. Aerei israeliani e americani bombardano quotidianamente installazioni militari e del complesso militare-industriale della Repubblica Islamica, mentre Teheran attacca con missili balistici e droni impianti petroliferi e del gas in Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Qatar, come pure centri civili e città israeliane oltre a obiettivi strategici israeliani in maniera più sporadica. Particolarmente rilevante è il fatto che gli iraniani, utilizzando droni, missili, e minacce, hanno chiuso lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo internazionale ritenuto “ostile”, bloccando l’esportazione verso Africa, Asia ed Europa del 20 per cento del proprio petrolio e gas, con conseguente impennata dei prezzi dei carburanti e la minaccia di una crisi economica globale.

Negli ultimi giorni, missili balistici iraniani sarebbero stati diretti contro il reattore nucleare israeliano e il presunto impianto per la produzione di armi nucleari a Dimona, senza però colpire il bersaglio. Finora, i sistemi di difesa antimissile israeliani, articolati su più livelli, hanno abbattuto circa il 90 per cento dei missili e dei droni iraniani e di Hezbollah; le vittime israeliane, restano contenute, con meno di 20 morti e alcune centinaia di feriti, per lo più lievi. L’Iran ha finora lanciato circa 500 missili balistici contro Israele e, verosimilmente, il doppio contro gli Stati arabi del Golfo. Con grande disappunto di Teheran, nelle ultime tre settimane, Israele e gli Stati Uniti non hanno subito perdite di velivoli a causa delle difese iraniane e le operazioni nello spazio aereo iraniano proseguono con ampia libertà di manovra. Le perdite iraniane ammonterebbero a diverse migliaia di vittime, mentre il Governo libanese riferisce di oltre mille morti tra i propri cittadini (non è chiaro se questa cifra includa i miliziani di Hezbollah). Ma l’Iran e Hezbollah mantengono un atteggiamento di sfida e non mostrano segni di cedimento. Per sbloccare la situazione di stallo, lo scorso fine settimana il presidente Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran, minacciando di distruggere gli impianti iraniani di produzione di energia elettrica. L’Iran ha risposto affermando che avrebbe reagito intensificando gli attacchi contro infrastrutture petrolifere e del gas e contro gli impianti di desalinizzazione nei Paesi del Golfo e in Israele.

Un simile sviluppo porterebbe il conflitto, e le sofferenze della popolazione civile, a un livello superiore. Ma Donald Trump, forse su sollecitazione dei leader degli Stati del Golfo, ha poi sospeso l’ultimatum per dieci giorni, annunciando che Stati Uniti e Iran sono ora impegnati in negoziati “molto intensi” volti a porre fine alla guerra. L’Iran ha negato che tali colloqui siano effettivamente in corso e ha aggiunto che, per porre fine alla guerra, gli americani devono cessare le ostilità, rimuovere tutte le loro basi dal Medio Oriente, risarcire Teheran per i danni di guerra, revocare tutte le sanzioni economiche e accettare un controllo iraniano permanente sullo Stretto, sancito a livello internazionale, riconoscendo la sovranità iraniana sulla via navigabile internazionale. L’Iran ha già dichiarato che intende imporre un pedaggio di due milioni di dollari a tutte le navi in transito nello Stretto. Non è dato sapere se Trump abbia condiviso con il suo alleato Netanyahu i dettagli dei contatti riservati con Teheran, e non è chiaro il grado di coordinamento tra i due sui possibili termini di un’intesa.

Ulteriori incertezze riguardano l’identità dell’interlocutore iraniano di Trump e la reale portata dei suoi poteri decisionali, dato che gran parte dei vertici della leadership iraniana è stata eliminata nelle ultime tre settimane (sebbene la maggior parte degli osservatori ritenga che i comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica detengano il controllo effettivo a Teheran). All’inizio della guerra, Trump ha dichiarato che l’Iran doveva porre fine ai suoi programmi nucleari e missilistici e non accordare più alcun sostegno alle milizie proxy destabilizzanti in tutto il Medio Oriente, tra cui Hezbollah. Un obiettivo non dichiarato sia di Washington che di Benjamin Netanyahu nell’intraprendere la guerra era il rovesciamento del sanguinario regime islamista di Teheran (poche settimane prima, il regime aveva massacrato decine di migliaia di manifestanti antigovernativi disarmati nelle strade delle città iraniane). Negoziare con questo regime e raggiungere infine un accordo significherebbe che Washington ne legittimerebbe la sopravvivenza. Israele teme che lasciare il regime al potere (e molti osservatori ritengono che ora il regime sia guidato da figure più estremiste rispetto a prima della guerra e che siano animate da una sete di vendetta quasi illimitata) significhi che Israele (e forse anche gli Stati Uniti) si troverà ad affrontare nuovi cicli di conflitto con l’Iran entro uno, due o tre anni.

Alcuni israeliani temono che Trump tradisca Israele, e si discosti dagli obiettivi di guerra comuni precedentemente concordati, o derogando alle “linee rosse” stabilite congiuntamente. A causa dell’impopolarità della guerra all’interno degli Stati Uniti, Trump è chiaramente preoccupato per la prospettiva di una sconfitta alle elezioni di metà mandato di novembre e desidera porre fine al conflitto il prima possibile. Gerusalemme teme che Trump rinunci alla sua richiesta che l’Iran consegni i 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento (e centinaia di chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento) e ceda alla rivendicazione iraniana del diritto di proseguire l’arricchimento dell’uranio. Possedendo armi atomiche, l’Iran diventerebbe, come la Corea del Nord, immune da attacchi e disporrebbe dei mezzi per distruggere Israele (obiettivo da lungo tempo fondamentale della politica iraniana). Allo stesso modo, Gerusalemme teme che Trump possa rinunciare alla sua richiesta che Teheran limiti il ​​suo programma missilistico balistico. Prima dello scoppio della guerra, portavoce iraniani avevano affermato che l’Iran mirava a costruire “20mila” missili balistici; una settimana fa la Repubblica Islamica ha lanciato due di questi missili contro la base aerea anglo-americana di Diego Garcia, un’isola dell’Oceano Indiano a quattromila chilometri dall’Iran. Se perfezionati, tali missili potrebbero raggiungere Parigi, Berlino e la maggior parte delle basi militari statunitensi in Europa. Se Trump dovesse raggiungere un accordo e porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran, senza dubbio “ordinerà” a Israele di interrompere anche le ostilità contro Teheran (e forse anche la guerra contro Hezbollah, lasciando i terroristi islamici una minaccia costante per la Galilea).

I leader israeliani ricordano bene l’intervento di Trump dello scorso giugno, quando ordinò bruscamente a Netanyahu di richiamare la flotta di aerei dell’Aeronautica israeliana diretta a bombardare Teheran, ponendo fine alla guerra durata 12 giorni. Considerando la dipendenza di Israele dalle munizioni, dalle armi e dal sostegno politico Usa, è difficile immaginare che Netanyahu non si conformi ai diktat di Trump. Questa volta, tuttavia, Netanyahu potrebbe ritenere che, vista la posta in gioco rappresentata dall’esistenza stessa di Israele, debba resistere. Israele non può permettere agli iraniani di acquisire armi nucleari o “20mila” missili balistici. (I pochi missili balistici iraniani che sono riusciti a superare il confine nelle scorse settimane hanno causato gravi danni a Tel Aviv e in altre città). Netanyahu, indubbiamente, sta esercitando al momento la massima pressione su Trump affinché mantenga una posizione ferma nei negoziati con l’Iran. Ed è del tutto possibile che Trump, da solo, si senta incapace di accettare le condizioni di Teheran. Essere sconfitto dall’Iran, ovvero essere considerato un “perdente”, contrasta profondamente con la natura e l’etica di Trump.

Ed è senza dubbio consapevole che assecondare l’Iran avrebbe un effetto a catena a livello globale, inducendo forse la Cina o la Russia a sfidare l’America e l’Occidente altrove, ad esempio a Taiwan o nell’Europa orientale, e minando la fiducia che gli alleati arabi del Medio Oriente ripongono in Washington. Vediamo cosa accadrà alla scadenza dei dieci giorni di sospensione dell’ultimatum di Trump. Finora, i portavoce iraniani non sembrano disposti a cedere di un millimetro. Trump potrebbe benissimo annunciare un’ulteriore “proroga” della sospensione e della sua diplomazia volta alla pace. Oppure, nella speranza di ammorbidire Teheran, potrebbe ordinare bombardamenti mirati su uno o più impianti iraniani di produzione di energia elettrica, oppure dare mandato ai Marines e ai paracadutisti dell’82ª Divisione aviotrasportata di colpire lungo lo Stretto di Hormuz o sull’isola di Kharj, il principale terminale petrolifero iraniano. Nel frattempo, i cacciabombardieri israeliani sembrano volare senza sosta verso l’Iran per distruggere quante più infrastrutture militari nemiche possibili prima che arrivi a Gerusalemme l’ordine di “cessate il fuoco”.

(*) Tratto da Benny Morris’s Corner

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 27 marzo 2026 alle ore 11:58