La mappa mondiale delle crisi sfuma le guerre del Sahel

Nel pianeta esiste una proliferazione di guerre che contribuiscono, insieme ad altri fattori meno distinguibili, a tracciare i profili di un riassetto globale dei poteri, ovvero di un nuovo mondo, da leggere anche come un nuovo ordine mondiale. Tale tematica è stata affrontata in una conferenza organizzata a Mantova venerdì scorso che ha avuto come palcoscenico la Caserma San Martino, IV Reggimento artiglieria contraerei. L’evento, nel quale lo scrivente era uno dei relatori, ha visto il contributo di chiarissimi specialisti, tra questi il generale Luigi Chiapperini, il professore Roberto Archi, il generale Raffele De Feo. Ma oltre le questioni che pesantemente stanno pressando i disequilibri regionali, e mi riferisco al contesto ucraino-russo, a quello tra Israele, Hamas e Hezbollah, e al recente conflitto israelo-statunitense contro l’Iran, esistono altri “quadri regionali” dove imperversano conflitti di elevato spessore, sia geostrategico che sociopolitico. Ma le informazioni provenienti da queste aree geografiche dove l’estremismo islamista trova terreno fertile, hanno una scarsa divulgazione mediatica perché offuscata dal bagliore emanato dai conflitti più globalmente interessanti.

Il più drammatico di tali scenari è quello africano, in particolare quello che abbraccia la fascia saheliana, dove si stanno scontrando sempre più organizzate fazioni jihadiste contro, non troppo inopportuni, sistemi di potere militare su base golpista. Tuttavia il disinteresse o la saltuaria attenzione che viene data alla “questione africana” sono anche motivati dalla cronica condizione di sofferenza e di instabilità che questa area soffre. Infatti non fanno particolare notizia i cicli di violenze che stanno sconvolgendo il Sudan, martoriato da una guerra civile tra due generali, Abdel Fattah al Burhan capo dell’esercito, diciamo regolare, ma frutto di un golpe, e l’ex alleato Mohamed Dagalo, detto Hemetti, a capo delle Forze di supporto rapido. Un conflitto civile iniziato nel 2023 e che ha creato una catastrofe umanitaria che tocca picchi assoluti. Come fa poca notizia la diffusione di organizzazioni jihadiste che stanno facendo sprofondare le aree sub sahariane nell’insicurezza assoluta e nella contestuale crisi umanitaria conseguente alle violenze estremiste islamiche caratteristiche del loro modo di fare affari e proselitismo. I dati dell’ultimo rapporto elaborato dal Global terrorism index e pubblicati il 19 marzo dall’Institute for economics & peace, rivelano che tale situazione ha causato negli ultimi tre anni la metà delle morti dovuti al terrorismo a livello globale.

In dettaglio, stime elaborate dell’Ong Armed conflict location & event data, mostrano che il numero di civili, combattenti non strutturati e militari, vittime del terrorismo jihadista in Mali, Niger e Burkina Faso, sfiorano le 72mila unità; di queste circa 55mila sono state uccise negli ultimi cinque anni. Tali dati vanno considerati sottostimati a causa della difficoltà di intercettare tali crimini in contesti marginali e isolati. È proprio negli ultimi cinque anni che in questi tre Paesi del Sahel centro occidentale si sono conclamati una serie di colpi di Stato, dove il potere militare ha assunto connotati governativi con la nascita di giunte guidate da militari. Una congiuntura che ha permesso la nascita, nel 2023, dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Che scaturisce da una posizione politica antagonista all’Ecowas o Cedeao, ovvero, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, contrari ai processi golpisti che stavano interessando questi stati membri. Ma l’Alleanza degli Stati del Sahel ha poi iniziato a cooperare militarmente per frenare il jihadismo crescente che ha come obiettivo dominare tutta la regione dove applicare la legge islamica, la sharia. Questa forza militare congiunta, simbolo di autosufficienza e autonomia in materia di sicurezza, è strutturata con un contingente di circa 5.000 soldati, e concentrata per combattere i gruppi islamisti presenti sul territorio degli Stati membri.

Questa alleanza è rappresentata dai loro leader: in Niger il generale Abdourahamane Tiani, in Burkina Faso il capitano Ibrahim Traoré, e il colonnello Assimi Goïta in Mali, che stanno dominando stati che prima dei golpe godevano di maggiori libertà, sempre osservando un parametro relativistico relativo al concetto di libertà. Quindi autoproclamatisi presidenti senza nessuna forma elettiva, come di prassi, sospese o meglio abolite le elezioni, dissolta ogni forma partitica, una espressione di stampa basata solo sulla propaganda governativa, nessun dissenso è tollerato e chi azzarda scompare o è obbligato all’esilio. Insomma tutto sotto controllo come da canoni collaudati. In breve, questa alleanza militare anti jihadista ha sortito effetti abbastanza concreti soprattutto nell’area dei tre ConfiniNiger, Burkina Faso, Mali, e ha avuto per ora un sostegno solo intenzionale dagli Stati Uniti, dopo l’operazione voluta da Donald Trump nel nord-ovest della Nigeria, dicembre 2025, contro i Jihadisti del gruppo Boko Haram (tradotto: “la cultura occidentale è vietata”). Inoltre, Queste azioni contro il terrorismo islamico hanno fatto avviare iniziative militari anche all’Ecowas, che ad agosto 2025 ha stanziato 2,5 miliardi di dollari per logistica e supporto, finalizzati ad un piano anti jihadista; finanziamento che ha anche permesso la strutturazione di una forza antiterrorismo congiunta composta da oltre 260mila militari.

Ricordo che nei mesi scorsi la capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, è stata oggetto di una forma di assedio da parte dei jihadisti del Jnim, Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, che hanno bloccato per alcune settimane le strade di accesso alla capitale a camion carichi di rifornimenti alimentari e di idrocarburi. In realtà alla luce dei fatti e di quanto scaturito dai colpi di stato in Mali, Burkina Faso e Niger, comunque collaudate modalità di avvicendamento politico, non solo in Africa, e considerando il fallimento delle varie operazioni europee come il G5 Sahel, forza antiterrorismo finanziata dall’Ue, operante tra il 2017 e il 2023, e che aggregava truppe africane ed europee, questi regimi militari sembra stiano sopperendo alla mancanza di sostegni europei, non russi, egregiamente. Inoltre il supporto dell’Ecowas scaturito da detti golpe, tende a strutturare un sistema di antiterrorismo jihadista e a definire i termini dell’impegno esterno. Tali impegni potranno disegnare non solo il futuro dell’Africa occidentale, ma anche quello dell’intero Continente; considerando comunque che le formazioni islamiste stanno prolificando e si stanno appropriando della gestione delle risorse naturali delle aree da loro controllate. Inoltre le guerre in atto, soprattutto quella che sta coinvolgendo l’Iran e il mondo sciita, fungono da motore per la parcellizzazione del terrorismo islamico.

Aggiornato il 25 marzo 2026 alle ore 11:22