Crisi di liquidità in yuan: il tallone d’Achille della Russia

La recente impennata dei tassi di interesse sul mercato monetario in yuan in Russia rappresenta molto più di una tensione temporanea di liquidità: è il sintomo di un sistema finanziario che sta progressivamente accumulando squilibri difficili da sostenere. Secondo quanto riportato da Kommersant e ripreso da Forbes, il tasso RUSFAR CNY overnight – cioè il costo a cui le banche russe si prestano yuan tra loro per periodi brevissimi, tipicamente un giorno, utilizzando titoli come garanzia – ha raggiunto il 13,68 per cento a metà marzo, il livello più alto degli ultimi 18 mesi. In termini concreti, si tratta del “prezzo” della liquidità in yuan nel sistema bancario: un aumento così rapido e marcato segnala che quella valuta, diventata ormai centrale per i pagamenti internazionali russi, sta diventando improvvisamente scarsa. Questo dato assume un significato ancora più rilevante se inserito nel contesto più ampio della trasformazione forzata dell’economia russa dopo le sanzioni occidentali. Con l’accesso a dollaro ed euro drasticamente limitato, Mosca ha progressivamente spostato il proprio sistema di scambi verso lo yuan, rendendolo la principale valuta di riferimento per commercio, finanziamenti e riserve operative. Tuttavia, questa transizione non ha eliminato le vulnerabilità: le ha semplicemente spostate su un nuovo asse, rendendo il sistema dipendente da una valuta che la Russia non controlla e di cui non può determinare l’offerta.

Le radici della crisi attuale affondano negli ultimi mesi del 2025, quando il credito in yuan ha iniziato a espandersi rapidamente. Le imprese russe, attirate da tassi relativamente bassi, hanno emesso obbligazioni in rubli convertendone poi i proventi in valuta cinese per ridurre il rischio di cambio. Questo meccanismo ha creato una domanda strutturale crescente di yuan, scollegata dalla reale disponibilità di flussi in entrata. Secondo stime riportate da Kommersant, solo il settore corporate ha raccolto decine di miliardi equivalenti in valuta asiatica, mentre anche il Ministero delle Finanze ha contribuito ad alimentare la dinamica. In altre parole, il sistema ha costruito nel tempo una dipendenza da una liquidità che non era garantita. Quando, all’inizio del 2026, i flussi hanno iniziato a rallentare, l’equilibrio si è rapidamente spezzato. Il calo dei ricavi da esportazione – legato sia alla flessione dei prezzi del petrolio russo sia a politiche più permissive sul rimpatrio dei proventi valutari – ha ridotto l’afflusso di yuan nel Paese. Contemporaneamente, la decisione del Ministero delle Finanze di sospendere le vendite di valuta estera secondo la regola di bilancio ha tolto al mercato una fonte cruciale di approvvigionamento. Il risultato è stato un classico shock di liquidità: domanda elevata, offerta in contrazione e tassi che si impennano nel giro di pochi giorni.

La volatilità osservata nelle ultime settimane è particolarmente rivelatrice. Il tasso RUSFAR CNY era sceso a livelli prossimi allo zero nel corso del 2025, segnalando un eccesso di liquidità alimentato dagli esportatori e, indirettamente, dalla banca centrale. Oggi, il ritorno a valori a doppia cifra in tempi così rapidi indica non solo tensione, ma una vera e propria disfunzione del mercato monetario. In un sistema finanziario sano, il costo del denaro tende a muoversi in modo graduale; oscillazioni così estreme sono tipiche di mercati sotto stress, dove la fiducia tra gli operatori inizia a incrinarsi. Il precedente del 2024 conferma che queste tensioni non sono episodiche. Allora, in seguito alle sanzioni e ai problemi nei pagamenti internazionali, i tassi in yuan avevano già mostrato una forte instabilità, superando il 20 per cento su base più persistente e registrando, in momenti di estrema tensione, picchi tecnici molto più elevati anche su base intraday – vale a dire nel corso della stessa giornata – riflesso di una temporanea paralisi della liquidità. Sebbene il sistema si fosse successivamente stabilizzato, quelle tensioni avevano già messo in luce la fragilità della nuova architettura finanziaria russa. La differenza oggi è che la pressione non deriva soltanto da shock esterni, ma da squilibri interni accumulati nel tempo: e questo rende la situazione potenzialmente più difficile da gestire.

Sul piano macroeconomico, la crisi di liquidità in yuan mette in evidenza una contraddizione di fondo. Da un lato, la Russia continua a mostrare indicatori apparentemente solidi, sostenuti dalla spesa pubblica e dal settore energetico; dall’altro, il sistema finanziario rivela crepe sempre più evidenti, legate alla dipendenza da flussi esterni e alla limitata capacità di accesso ai mercati globali. In assenza di capitali occidentali e con un sistema bancario sempre più isolato, la stabilità interna dipende in misura crescente da variabili esogene, come la domanda cinese o l’andamento dei prezzi delle materie prime. Le autorità puntano ora su un possibile recupero dei prezzi del petrolio per ristabilire l’afflusso di valuta estera e allentare la pressione sul mercato monetario. Ma questa stessa speranza evidenzia il limite strutturale dell’economia russa: la mancanza di diversificazione e la dipendenza da fattori che sfuggono al controllo domestico. Senza un rafforzamento dei flussi valutari e senza un accesso più stabile alla liquidità internazionale, episodi come quello attuale rischiano di diventare sempre più frequenti.

In definitiva, la crisi dello yuan in Russia non è un’anomalia passeggera, ma un segnale anticipatore. Indica che il modello di adattamento costruito dopo le sanzioni – basato sulla sostituzione delle valute e sulla riallocazione dei flussi commerciali – sta mostrando i suoi limiti. E suggerisce che, dietro la narrativa ufficiale di resilienza, l’economia russa si sta muovendo su un terreno sempre più instabile, dove anche una singola crepa di liquidità può trasformarsi rapidamente in un problema sistemico.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 10:39