Il presidente finlandese: “Occidente diviso”

L’Occidente non è più quello di un tempo. Non si tratta di una rottura definitiva, ma di una crepa sempre più visibile che attraversa l’alleanza transatlantica. A lanciare l’allarme è il presidente finlandese Alexander Stubb, una delle voci più ascoltate nel panorama geopolitico europeo, che invita a guardare la realtà senza illusioni: “Dobbiamo affrontare il mondo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse”. L’immagine pubblica di Stubb – atletico, disciplinato, abituato a iniziare le giornate alle cinque del mattino tra esercizio fisico e lettura – contrasta con il tono più cupo che emerge dalle sue recenti dichiarazioni. Solo un anno fa si mostrava fiducioso sulla possibilità di una convergenza tra Stati Uniti ed Europa nella gestione del conflitto in Ucraina. Oggi, invece, il suo messaggio si riassume in quattro parole nette: “Salvage what you can”, salvare il salvabile.

Il cambiamento di prospettiva è legato soprattutto all’evoluzione della politica estera americana sotto la guida di Donald Trump. Secondo Stubb, Washington ha progressivamente abbandonato il ruolo di “egemone benevolo” che consultava gli alleati prima di intervenire nei principali scenari internazionali. “Oggi gli Stati Uniti agiscono da soli, o al massimo con Israele, senza informare gli alleati”, osserva. Un mutamento che segna una discontinuità profonda rispetto alle operazioni in Libia, Iraq e Afghanistan. Le conseguenze di questo nuovo approccio si riflettono direttamente sulla guerra in Ucraina. Se da un lato Stubb riconosce che Kyiv è oggi in una posizione militare più solida rispetto a un anno fa, grazie anche all’uso massiccio dei droni e alla capacità di infliggere pesanti perdite alle forze russe, dall’altro esprime forte preoccupazione per le recenti decisioni americane in campo economico. In particolare, l’allentamento delle sanzioni sul petrolio russo rischia di avere un impatto significativo sul conflitto. “È molto dannoso”, afferma Stubb senza mezzi termini, sottolineando come queste misure finiscano per “alimentare la macchina bellica russa”. L’aumento del prezzo del petrolio e la riapertura dei mercati internazionali, con paesi come l’India pronti a tornare ad acquistare greggio da Mosca, potrebbero garantire al Cremlino nuove risorse finanziarie in un momento cruciale della guerra. La strategia finlandese resta chiara: sostenere l’Ucraina “finanziariamente e militarmente” e, allo stesso tempo, esercitare “la massima pressione possibile sulla Russia”. Ma l’incertezza sulla linea americana rende tutto più difficile. “Non abbiamo la sfera di cristallo”, ammette Stubb, lasciando intendere che il ritorno a un regime sanzionatorio più rigido non è affatto scontato.

Al di là del conflitto ucraino, il presidente finlandese individua un cambiamento più ampio nella gerarchia delle priorità statunitensi. L’Europa, tradizionalmente al centro della strategia americana, è scivolata al terzo posto, dopo l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico. Una retrocessione che riflette la visione “America First” e che impone ai Paesi europei una profonda riflessione sul proprio ruolo. “C’è una divisione nel Global west”, afferma Stubb. “Non è una rottura, ma è uno spostamento. C’è una crepa tra Europa e Stati Uniti”. Una constatazione che segna anche un’evoluzione del suo stesso pensiero: nel suo recente libro sulla geopolitica globale, l’ordine mondiale era descritto come un triangolo tra Occidente, autocrazie e Sud globale. Oggi, riconosce, quella figura andrebbe aggiornata in un “rettangolo”, con gli Stati Uniti sempre più distanti dal resto dell’Occidente.

Nonostante il quadro fosco, Stubb non rinuncia del tutto all’ottimismo. Ritiene infatti che, nel lungo periodo, gli Stati Uniti non possano fare a meno degli alleati. “Non si può essere un egemone senza alleati”, osserva, avvertendo che un’eccessiva unilateralità rischia di “ridurre la capacità di proiezione globale” di Washington. Per questo, il presidente finlandese invita a preservare ciò che ancora funziona nel rapporto transatlantico. “Non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca”, dice, indicando nella Nato e nella cooperazione in materia di difesa i pilastri da salvaguardare. Su altri temi – dai dazi al cambiamento climatico – sarà invece inevitabile un confronto più acceso. La posizione di Stubb riflette anche la particolare sensibilità della Finlandia, paese di frontiera con oltre 1.300 chilometri di confine con la Russia e una lunga memoria storica delle minacce provenienti da Est. Forte di un esercito efficiente, di una vasta riserva militare e di una cultura della sicurezza profondamente radicata, Helsinki guarda alla realtà internazionale con pragmatismo.

È forse proprio questa combinazione di realismo e moderazione a rendere la voce di Stubb particolarmente rilevante nel dibattito europeo. In un momento in cui le certezze del passato vacillano, il suo invito a “restare calmi, lucidi e pragmatici” suona come un monito per l’intero Continente. Ma il tempo delle illusioni, sembra dire il presidente finlandese, è ormai finito. L’alleanza atlantica non è più un dato acquisito: va difesa, adattata e, se necessario, ricostruita pezzo per pezzo. Anche a costo di accettare che il mondo, oggi, è più frammentato e meno prevedibile di quanto l’Europa avrebbe voluto.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 23 marzo 2026 alle ore 11:25