Che la Turchia si ponga sullo scacchiere mediorientale con atteggiamenti “peculiari” è cosa nota; la sua posizione geografica, il suo sistema politico che tratteggia caratteristiche “orientali” con appena sfumati connotati occidentali, la sua appartenenza alla Nato, la fede islamica che la accomuna a coordinate geopolitiche di alta criticità, sono solo gli elementi più evidenti che delineano la presidenza di Recep Tayyip Erdoğan. Una presidenza con modalità operative che oscillano tra apparenti ambiguità, interessi, diplomazie oscillanti, ricerca di un ruolo centrale nella geopolitica, oltre l’ossessione per il mantenimento del potere a ogni costo. Insomma l’applicazione di un pragmatismo diplomatico che sta spingendo Ankara a mantenere con i residui del governo ormai dei pasdaran, una strategica cauta neutralità, magari in attesa di nuovi interlocutori iraniani. Così le strategie diplomatiche di Erdoğan ondeggiano tra l’osservanza dell’appartenenza del suo Paese alla Nato, quindi a questo complesso e a volte stretto legame con l’Occidente, che comunque garantisce una rete di sostegni sia militari che politici, e le tattiche da applicare in funzione della cruciale posizione geografica della nazione che controlla, e che lo spingono ad evitare coinvolgimenti diretti nelle crisi, al fine di tutelare i suoi interessi regionali.
È su queste basi che la diplomazia turca agisce, privilegiando azioni diplomatiche prudenti al fine di evitare i rischi per l’economia, quindi per la stabilità governativa, ma anche per la sicurezza interna; fattori che se la guerra in Iran si espandesse sarebbero messi a rischio. Quindi in un Medio Oriente cronicamente instabile soprattutto negli ultimi decenni, la dottrina politica turca resta ancorata alle certezze che le alleanze internazionali offrono, ma allo stesso tempo agisce in modo che tali legami non prevalgano sulla difesa degli interessi nazionali legati a percorsi strategici con gli stati confinati o genericamente affini. Ad esempio le spesso, ma scontate, poco trasparenti relazioni con Siria, Iraq, Iran ed altri stati del Vicino e Medio Oriente; oltre l’altalenante posizione verso Israele, “oscillazione” subordinata alle “sensibilità” polito-strategiche regionali emergenti al momento.
A tal proposito ricordo il 1991, quando la Guerra del golfo attraeva le attenzioni quasi mondiali, e dove la Turchia affiancò la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro l’Iraq del presidente Saddam Hussein, suo confinante, dopo che l’esercito iracheno il 2 agosto 1990 invase il Kuwait. In quella occasione Ankara concesse la strategica base aerea di Incirlik – anche oggi nelle attenzioni dei missili di Teheran – gestita dagli Stati Uniti insieme all’aeronauti turca, utilizzata per gli attacchi sul territorio iracheno. Inoltre la Turchia bloccò l’oleodotto iracheno che attraversava il territorio turco. Tuttavia di questo precedente la “politica turca” pare ne abbia fatto tesoro, in quanto quella scelta di allinearsi con il blocco occidentale fu pagata a caro prezzo. Infatti a causa della contrazioni degli scambi commerciali regionali e il blocco di alcune rotte energetiche, la Turchia soffrì ingenti perdite economiche. Una situazione aggravata dalla annosa questione curda, frutto del miope e tragico patto segreto del 1916 reso pubblico nel 1919, denominato Asia minor Agreement, o Sykes-Picot. Un “patto” che tra le numerose sottovalutazioni non previde la formazione dello Stato del Kurdistan, dividendo un popolo, una cultura, una lingua, un territorio, tra Iran, Turchia, Iraq e Siria. Così gli effetti della Guerra del Golfo furono anche che la Turchia dovette affrontare l'arrivo di centinaia di migliaia di curdi iracheni, e di iracheni.
Ma in quella occasione il problema per la Turchia non fu tanto la gestione di questo flusso migratorio di disperati, ma la pubblicizzazione della “questione curda”, che Ankara ha sempre evitato che fosse posta all’attenzione internazionale, e che tutt’oggi non vuole che emerga. Quindi oggi la Turchia agisce con la consapevolezza dei rischi oggettivi presenti in un eventuale allargamento del conflitto, e a seguito dei missili iraniani lanciati verso il territorio turco ha solo avvertito Teheran di non perseverare con nuovi attacchi; affermando che in caso di ulteriori azioni ostili ha il diritto di rispondere. Allo stesso tempo non sembra stia chiedendo ufficialmente protezione ai membri dell'alleanza atlantica. Considerando che Ankara ha uno degli esercito più numerosi d’Europa. Ma quanto tempo potrà la Turchia restare ancora neutrale in questo scenario regionale con instabilità crescente? Le sorti dell’Iran sono sicuramente un punto di riferimento determinante per mettere alla prova la resistenza alle pressioni regionali; come sarà determinante l’opera dei negoziatori di Ankara impegnati sui vari fronti interessati all’area della crisi. Ma va anche ricordato che i rapporti tra Ankara e Teheran sono stati negli ultimi decenni, almeno dall’avvento degli ayatollah, 1979, faticosi e basati sulla reciproca tolleranza; una latente rivalità che ha comunque mantenuto un fragile equilibrio, sostenuto da una pragmatica cooperazione. Non escluderei che l’azione israelo-statunitense contro l’Iran non possa togliere dal “fianco turco” una fastidiosa spina. E se “l’estrazione” fosse merito anche di Israele farebbe comunque al caso.
Aggiornato il 23 marzo 2026 alle ore 10:00
