Secondo la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina, almeno 188 civili sono stati uccisi e 757 feriti nel solo mese di febbraio. Numeri che, già di per sé, dovrebbero bastare a scuotere coscienze e riaprire titoli di prima pagina. Numeri che segnano un aumento netto rispetto agli anni precedenti, confermando una traiettoria precisa: l’intensificarsi della violenza contro la popolazione civile. Eppure quei numeri, così freddi e ordinati, rischiano di diventare una barriera invece che una rivelazione. Perché 188 morti possono essere letti in pochi secondi, archiviati, dimenticati. Ma 188 vite spezzate non sono un dato: sono storie interrotte, relazioni cancellate, futuri che non accadranno mai. Il 97 per cento delle vittime si registra in aree sotto il controllo del Governo ucraino. Civili colpiti non al fronte, ma nelle città. A Kyiv, a Kharkiv, a Odesa, a Zaporizhzhia, a Dnipro. Nomi che ormai riconosciamo, ma che stiamo lentamente smettendo di ascoltare davvero. Luoghi dove si continua a vivere – o a tentare di farlo – tra sirene, blackout e paura. Missili e droni hanno causato oltre un terzo delle vittime. I bombardamenti aerei sono in aumento. Le infrastrutture energetiche vengono colpite con regolarità, lasciando milioni di persone senza elettricità, acqua, riscaldamento. Non si tratta solo di distruzione materiale: è un attacco sistematico alla possibilità stessa di una vita quotidiana. E qui sta il punto che più inquieta.
Perché mentre tutto questo accade, il rumore della guerra sembra affievolirsi. Non sul terreno, ma nel nostro sguardo. Nei telegiornali italiani, nelle prime pagine dei quotidiani, l’Ucraina scivola lentamente ai margini. Non perché la guerra sia finita. Non perché la violenza sia diminuita. Ma perché l’attenzione si è spostata. Oggi il racconto globale si concentra altrove: nuove crisi, nuove tensioni, nuovi equilibri geopolitici. È il ciclo dell’informazione, si dirà. Ma c’è qualcosa di più profondo e più pericoloso: una forma di assuefazione. Ci si abitua alla guerra. Ci si abitua ai numeri. Ci si abitua persino alla morte dei civili. E quando questo accade, la guerra cambia natura anche per chi la osserva da lontano. Diventa sfondo. Rumore di fondo. Qualcosa che “continua”, ma senza più interrogare davvero. È un passaggio sottile ma decisivo. Perché nel momento in cui smettiamo di indignarci, iniziamo – anche senza volerlo – a normalizzare. E normalizzare significa accettare. Ma non c’è nulla di normale in tutto questo. Non è normale che una persona possa morire mentre torna a casa dal lavoro. Non è normale che un bambino cresca imparando a distinguere il suono di un drone da quello del silenzio. Non è normale che intere città vivano al buio, al freddo, nell’incertezza costante.
E non è normale, soprattutto, che tutto questo scivoli fuori dal nostro campo visivo. Dietro ogni cifra c’è una rete invisibile che si spezza. Famiglie che non saranno più le stesse. Tavole apparecchiate per qualcuno che non tornerà. Case che diventano improvvisamente troppo grandi, troppo vuote. Bambini che crescono con un’assenza che non ha parole. Genitori che sopravvivono ai propri figli. Anziani che vedono dissolversi in pochi istanti ciò che avevano costruito in una vita intera. La guerra non finisce con l’esplosione. Continua dopo. Nei giorni, nei mesi, negli anni. Nella memoria. Nel trauma. Nel silenzio. Per questo fermarsi ai numeri è necessario, ma non sufficiente. I numeri ci dicono quanto è grande la tragedia. Ma non ci dicono cosa significa viverla. E allora il compito – di chi scrive, di chi informa, di chi legge – è proprio questo: resistere all’abitudine.
Tornare a guardare. Tornare a vedere. Non per un impulso emotivo momentaneo, ma per una responsabilità civile. Perché una guerra dimenticata è una guerra che diventa più facile da continuare. Continuare a raccontare l’Ucraina oggi significa opporsi all’indifferenza. Significa restituire voce a chi rischia di essere ridotto a statistica. Significa ricordare che dietro ogni dato c’è una persona, e che quella persona aveva una vita piena, concreta, insostituibile. Non si tratta solo di informazione. Si tratta di attenzione. E l’attenzione, in tempi come questi, è una forma di responsabilità. Perché le vittime possono essere colpite due volte: prima dalla violenza, poi dall’oblio. E la seconda è quella che si consuma nel silenzio: quando il dolore resta, ma non trova più occhi disposti a riconoscerlo.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 10:11
