A sentire i funzionari dell’amministrazione statunitense, gli obiettivi che si spera di raggiungere in Iran sono molteplici
La Casa Bianca punta a porre fine in modo definitivo alle ambizioni nucleari iraniane. L’amministrazione Usa mira anche a neutralizzare le capacità missilistiche balistiche di Teheran e il loro potenziale di impedire alle forze militari occidentali l’accesso al Medio Oriente. L’obiettivo è anche quello di interrompere il sostegno iraniano ai gruppi terroristici in tutto il Medio Oriente. “Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo”, ha affermato Donald Trump in un’intervista al Washington Post, indicando la promozione della libertà all’estero come uno degli ulteriori obiettivi di questo conflitto. Ciascuno di questi obiettivi presupporrebbe l’implosione della “mullahcrazia” a Teheran. L’amministrazione Trump è restia ad affermare apertamente che il suo vero obiettivo sia il crollo del regime iraniano. Gli israeliani, al contrario, sembrano meno reticenti ad affermarlo esplicitamente.
L’obiettivo di Gerusalemme è “creare le condizioni” per un cambio di regime, secondo il primo ministro Benjamin Netanyahu. A tal fine, un esperto di sicurezza israeliano ha detto al Financial Times che Israele sta attaccando “i pilastri di questo regime” e “tutto ciò che lo tiene insieme”. Ma cosa succederà dopo la Repubblica islamica? Questo è un problema rimandato al domani. “Se riuscissimo a orchestrare un colpo di Stato, sarebbe ottimo”, ha aggiunto l’analista. “Se riuscissimo a mobilitare la popolazione nelle strade, sarebbe ottimo. Se dovesse scoppiare una guerra civile, sarebbe ottimo”. Israele sta combattendo questa guerra come ha combattuto ogni conflitto dopo il 7 ottobre 2023, con l’obiettivo di conseguire vittorie tattiche al minor costo possibile in termini di vite e risorse. Sarebbe auspicabile il pieno sviluppo del popolo iraniano. E chi non accoglierebbe favorevolmente l’istituzione di contratto sociale duraturo e pacifico in tutto il Medio Oriente? Sono risultati desiderabili, ma le Forze di difesa israeliane hanno un obiettivo più circoscritto: spezzare la spina dorsale del regime iraniano e liberare il mondo dai suoi signori del terrore una volta per tutte, riducendo al minimo i rischi per i propri soldati.
Gli Stati Uniti si sono uniti alle Forze di difesa israeliane in questa impresa, ma gli americani non vedevano i loro militari combattere un conflitto del genere da molto tempo. Per alcuni, è un’esperienza sconcertante. La Marina degli Stati Uniti, ad esempio, è oggetto di aspre critiche. Il Centcom sembrava piuttosto orgoglioso di sé quando ha rivelato che un sottomarino d’attacco statunitense aveva utilizzato un siluro pesante per distruggere lo scafo di una fregata iraniana, la prima volta questa per i sommergibilisti americani, nelle parole di Pete Hegseth, dalla Seconda Guerra mondiale. Ma questo “attacco codardo”, secondo un detrattore, ha ignorato il fatto che la nave da guerra iraniana era “estranea alla guerra”. Inoltre, secondo lo “storico” Craig Murray, l’attacco equivarrebbe a un crimine di guerra. “Nonostante non ci fosse alcuna minaccia di alcun tipo, il sottomarino statunitense si è allontanato senza tentare di recuperare i sopravvissuti, lasciandoli annegare”, ha scritto. “Un comportamento letteralmente nazista”, ha detto il giornalista britannico Richard Medhurst riferendosi alla Marina statunitense per aver condotto quell’attacco “in acque internazionali” ben al di fuori della “zona di combattimento”. Tuttavia, contrariamente a quanto sostenuto da coloro che si sono convinti che la nave iraniana non rappresentasse una minaccia per le forze Usa, la Iris Dena, una delle più recenti navi iraniane, “era armata con artiglieria pesante, missili terra-aria, missili antinave e siluri”.
Naturalmente, ogni piattaforma che consenta all’Iran di proiettare potenza costituisce un obiettivo legittimo in questa guerra, e il sottomarino d’attacco americano avanzato non è emerso in superficie perché così facendo avrebbe rivelato la sua posizione al nemico. Queste sono procedure operative standard in combattimento quando l’obiettivo è sconfiggere una forza nemica. Per alcuni, la campagna aerea condotta da Stati Uniti e Israele è altrettanto sconcertante quanto la guerra in mare. “Stanno semplicemente bombardando a tappeto un luogo più densamente popolato di New York City”, ha dichiarato l’attivista di Black lives matter Shaun King in merito agli attacchi contro obiettivi del regime iraniano a Teheran. Possiamo almeno comprendere l’ignoranza di King. Semplicemente non capisce ciò che sta esaminando. King sembra non sapere che le colonne verticali di fumo che si alzano dopo questi attacchi sono indicativi dell’uso di bombe penetranti (la colonna si alza perché viene convogliata in quella direzione dal cratere appena creato dall’ordigno). Né sembra sapere che praticamente tutte le bombe a caduta libera statunitensi sono dotate di kit Joint direct attack munition (Jdam), che le trasformano da bombe “stupide”, del tipo un tempo impiegate nei “raid a tappeto” destinati a radere al suolo un’area definita, in armi a guida di precisione.
In effetti, l’intera operazione è “un crimine di guerra”, secondo l’avvocato per i diritti umani Geoffrey Robertson. “Non può esserci pace senza giustizia, qualunque cosa accada a ogni futuro governo”, ha scritto Robertson, richiamandosi al “diritto internazionale”. Le “potenze guerrafondaie”, America e Israele, ha dichiarato, “non dovrebbero avere voce in capitolo su un insieme di regole che dovrebbe invece riflettere i valori delle democrazie rispettabili”. Ma gli Stati Uniti e Israele non avranno soltanto “voce in capitolo”, ma un’influenza senza pari sulla direzione che prenderà un Iran post-Repubblica islamica, perché questo sarà il bottino conquistato sul campo di battaglia. Ce ne siamo forse dimenticati? È così che funzionano le guerre. Ciò a cui stiamo assistendo è una dimostrazione informativa di come gli scontri militari complessi vengano realmente vinti: attraverso l’applicazione di una forza schiacciante e spietata.
Inoltre, questa dimostrazione di potenza occidentale ha avuto un effetto calmante sugli avversati dell’America. Proprio come gli analisti militari cinesi sono rimasti chiaramente colpiti dall’acume tattico mostrato dalle forze armate statunitensi in Venezuela a gennaio, molti osservatori della Repubblica popolare cinese riconoscono alle forze armate americane il merito che gli spetta. Come ha ammesso un analista cinese, le capacità di proiezione di potenza sono limitate dalla loro “volontà”. Contrariamente alle narrazioni ottimistiche diffuse a Pechino, “gli Stati Uniti mantengono una formidabile forza economica e possiedono un potere militare senza pari a livello globale”. Persino l’antagonismo di Trump nei confronti dei partner e degli alleati statunitensi sembra non aver inciso più di tanto. “L’influenza diplomatica di Washington rimane rilevante”, ha ammesso un altro osservatore cinese.
Ma ciò a cui stiamo assistendo non è il risultato di aperture diplomatiche. Non è stata la diplomazia a unire i Paesi del Golfo contro il regime iraniano, che si sta scatenando in tutte le direzioni. La diplomazia non ha convinto il governo libanese a mettere, miracolosamente, fuori legge il gruppo terroristico iraniano Hezbollah e a iniziare finalmente a reprimere i suoi miliziani. E la diplomazia non sta schiacciando il regime islamista di Teheran, che è già sull’orlo del collasso. “Fonti dell’intelligence israeliana affermano che ci sono segnali di soldati iraniani, agenti di polizia e membri dell’Ircg che non si presentano al lavoro”, ha riportato The Economist. Tutto ciò è abbastanza sconcertante per coloro che ritengono illegittimo qualsiasi esercizio del potere militare statunitense, e per i quali la difesa non è una priorità, non quando potremmo invece riversare i dollari dei contribuenti americani nelle insaziabili fauci dell’inarrestabile aumento delle spese sociali americane. Tuttavia, sebbene questa confusione sia spiegabile, non è giustificabile. La loro è un’ignoranza coltivata, un’ottusità incoraggiata da decisori politici che da decenni si sono convinti che le guerre possano essere perse, ma mai realmente vinte.
(*) Tratto dal National Review
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 10 marzo 2026 alle ore 09:25
