Un sottomarino statunitense affonda una nave da guerra iraniana (la Iris Dena) a largo dello Sri Lanka, uccidendo almeno 87 persone, e a bordo del sommergibile si trovano anche tre soldati australiani. Anche se il personale delle Forze di difesa australiane non era al momento operativo (in gergo militare i soldati di Canberra erano bystander, spettatori), a qualcuno potrebbe sembrare un caso curioso. Ma non lo è. Perché nel 2021 l’Australia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America hanno firmato un patto trilaterale di difesa chiamato Aukus. Quest’intesa sottomarina ha il compito esplicito di difendere e mettere in sicurezza l’Indo-Pacifico, e quello implicito di tarpare le ali a un’eventuale intraprendenza cinese tra gli avamposti sparsi sugli atolli oceanici. Inoltre, il patto Aukus permette agli Usa di incassare qualche miliardo di dollari in più dalla vendita all’Australia di sottomarini nucleari (Ssn). E poi, è previsto che entro la fine del 2030 il Regno Unito inizierà a produrre questo tipo sommergibili, mentre a inizio dei prossimi anni Quaranta anche Canberra inizierà a produrre i sottomarini Ssn-Aukus.
Tornando all’affondamento dell’Iris Dena da parte degli Usa – avvenuto il 4 marzo scorso – solamente due giorni fa il primo ministro Antony Albanese ha confermato che sul sommergibile americano erano presenti dei soldati australiani. E adesso in patria i dibattiti si sono intensificati. Si parla di sovranità, gerarchie di comando e consenso. Chi decide le soglie operative quando gli australiani servono sulle piattaforme alleate? Secondo alcuni esperti, l’episodio di qualche giorno fa sarebbe stato una fortunosa prova generale di come potrebbe andare una manovra di guerra nell’ambito Aukus. E quindi, allo stato dei fatti, a tenere le redini sarebbero prevalentemente – o quasi unicamente – gli Stati Uniti. E pensare che all’instaurazione del secondo mandato di Donald Trump, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby si era definito “scettico” nel vendere tre Ssn nuovi di zecca all’Australia, contestando implicitamente il patto trilaterale firmato dalla precedente amministrazione Trump.
Ma Washington sa che non può fare a meno del “cugino” australiano. L’interdipendenza tra Usa e Australia è diversa di quella tra Usa e Canada, visto che l’Isola pacifica si trova strategicamente vicina alla crescente deriva autoritaria della Repubblica popolare cinese. Per questo l’Australia è un partner chiave degli Stati Uniti, in ambito strategico e militare. Nonostante l’accento di Trump sulla’America first, lo spostamento dell’attenzione verso l’emisfero occidentale e il recente lancio di una nuova guerra in Medio Oriente. Gli Usa considerano l’Australia di vitale importanza per la deterrenza nel Pacifico. Forse più di quanto gli australiani pensano.
Ma c’è chi ha colto i segnali del commander-in-chief, come la ministra degli Esteri Penny Wong. La titolare del Dicastero ha indicato che l’Australia potrebbe contribuire alla difesa di alcuni Paesi del Medio Oriente da possibili attacchi iraniani, pur escludendo il coinvolgimento delle forze australiane in operazioni offensive. Allo stesso tempo Wong ha preso le distanze da alcune posizioni emerse nel dibattito politico americano, in particolare dall’ipotesi che il presidente statunitense possa avere un ruolo nella scelta della futura leadership iraniana – adesso rappresentata dal neo-ayatollah Mojtaba Khamenei – La ministra ha ribadito che spetta esclusivamente agli iraniani decidere il proprio futuro politico. “La futura leadership per l’Iran e per la sua governance è in ultima istanza una decisione del popolo iraniano, e questo non è un giudizio di valore, è anche un giudizio pragmatico. Abbiamo visto storicamente cambiamenti di regime tentati da parti esterne, ma tutti sappiamo che perché vi sia un cambiamento di regime sostenibile, deve essere qualcosa che il popolo di quella nazione sostiene e cerca”, ha dichiarato.
Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 14:03
