Mojtaba Khamenei è il nuovo ayatollah

Nella notte di ieri l’Iran ha scelto la sua nuova guida suprema. A prendere il testimone dal defunto Ali Khamenei, eliminato degli eserciti statunitense e israeliano nei primi raid della guerra, iniziata poco più di una settimana fa, è suo figlio Mojtaba. Che la decisione sarebbe ricaduta sul successore diretto di Ali era una voce che circolava da qualche giorno, ma Mojtaba – rimasto anche ferito in una delle offensive americane – non sarebbe stato il successore naturale dell’ayatollah, se Usa e Israele non avessero eliminato tutte le figure cardine della Repubblica islamica. Infatti, in passato il figlio di Khamenei non è stato ben considerato dall’establishment sciita iraniano, ma la penuria di alti dirigenti dei pasdaran ha quasi obbligato la scelta dei saggi iraniani. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in un messaggio ufficiale diffuso dalle agenzie statali, ha dichiarato che “tale scelta contribuirà a rafforzare la solidarietà nazionale contro i complotti del nemico e contribuirà a risolvere i problemi attuali”. Con la nuova leadership, ha aggiunto il capo dello Stato, “si aprirà un orizzonte per l’indipendenza, lo sviluppo e la dignità internazionale del Paese”.

Alla presa di posizione dell’Esecutivo si sono aggiunte quelle di altre figure centrali dell’apparato istituzionale. Il capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, ha definito la designazione del nuovo leader una “fonte di gioia e speranza”, invitando le élite politiche, i funzionari pubblici e la popolazione a giurare fedeltà alla nuova guida religiosa e a rafforzare la coesione nazionale. Sulla stessa linea anche il segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, Ali Larijani, che ha sostenuto come la nomina sia avvenuta attraverso “un processo trasparente e legale”. Il sostegno degli “amici” non si è fatto attendere. Anche la Russia ha salutato la nomina del nuovo leader iraniano. Il presidente Vladimir Putin ha da poco inviato un messaggio di congratulazioni a Mojtaba Khamenei, affermando di essere certo che il nuovo leader proseguirà “con onore” l’eredità politica del padre, Ali Khamenei, mentre il Paese si trova ad affrontare “un’aggressione armata”. La notizia è stata riportata dall’agenzia russa Ria Novosti.

Accanto ai messaggi ufficiali, emergono tuttavia elementi che lasciano intravedere tensioni all’interno dell’establishment religioso. L’ayatollah Mohsen Heidari ha dichiarato alla televisione di Stato che alcuni membri dell’Assemblea degli esperti “non sono stati informati dell’incontro e non hanno potuto partecipare ieri alla riunione per il voto nonostante si trovassero nella città di Qom”. Secondo Heidari, oltre i due terzi degli 88 membri dell’organismo – quota necessaria per la validità della seduta – avrebbero comunque preso parte alla votazione, consentendo il raggiungimento del quorum. Lo stesso religioso ha aggiunto che Mojtaba Khamenei avrebbe ottenuto quasi l’85 per cento dei voti espressi. Se tali cifre fossero confermate, significherebbe che almeno 59 membri hanno partecipato alla riunione e che circa 50 o più avrebbero sostenuto la candidatura del nuovo leader. Il fatto che alcuni esponenti del clero non abbiano preso parte alla votazione evidenzierebbe però frizioni interne all’Assemblea, dove diversi membri si sarebbero opposti all’ipotesi di un passaggio di potere percepito come ereditario, con la scelta del figlio della precedente Guida suprema.

Il malcontento è emerso soprattutto nelle strade di Teheran. Sui social media è circolato un video nel quale si sentono slogan ostili al nuovo leader. Nel filmato, della durata di circa 17 secondi e ripreso dalla finestra di un edificio, alcune voci femminili gridano “Morte a Mojtaba” (Marg bar Mojtaba in persiano), mentre in sottofondo si odono canti religiosi. L’autenticità e il luogo esatto della registrazione non sono stati verificati, ma la proclamazione di Mojtaba Khamenei alla guida della Repubblica islamica è stata formalizzata ieri sera dall’Assemblea degli esperti. La decisione ha tuttavia incontrato l’opposizione di diversi attivisti politici, esponenti riformisti e di alcune personalità religiose, oltre che di membri dello stesso organismo elettivo, che avrebbero denunciato pressioni esercitate dalle Guardie rivoluzionarie islamiche e la mancanza di un processo pienamente trasparente.

Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 12:56