È notizia di questi giorni che la Banca centrale russa abbia avviato un’azione legale contro il congelamento delle proprie riserve finanziarie in Europa, sostenendo che le sanzioni occidentali violerebbero principi fondamentali del diritto internazionale, a partire dall’immunità sovrana degli Stati. Il fatto che sia proprio Mosca a invocare oggi la tutela dello stato di diritto internazionale merita più di una riflessione. Negli ultimi anni la Russia ha infatti affinato una strategia che potremmo definire di “legalismo selettivo”: un uso strumentale del diritto internazionale e delle istituzioni giuridiche per difendere i propri interessi, pur essendo uno degli Stati che più sistematicamente ne violano le norme fondamentali. La vicenda delle riserve congelate è emblematica. Dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, i Paesi occidentali hanno immobilizzato circa trecento miliardi di dollari appartenenti allo Stato russo, la maggior parte dei quali custoditi in Europa. Formalmente queste somme non sono state confiscate: la Russia ne resta proprietaria, ma non può utilizzarle finché rimangono in vigore le sanzioni. Proprio su questa distinzione giuridica Mosca fonda oggi le sue contestazioni, sostenendo che ogni eventuale utilizzo di quei fondi per sostenere la ricostruzione ucraina violerebbe il diritto internazionale.
Nel dibattito europeo, tuttavia, queste risorse vengono sempre più spesso considerate anche alla luce del principio di responsabilità internazionale dello Stato per fatto illecito. In quanto Stato aggressore, infatti, la Russia è giuridicamente tenuta a risarcire i danni provocati dalla guerra. In questa prospettiva, le riserve congelate non rappresenterebbero una confisca arbitraria, ma una leva finanziaria collegata alle future riparazioni dovute all’Ucraina. L’idea, sostenuta da diversi governi europei, è che tali fondi possano restare immobilizzati finché Mosca non avrà adempiuto ai propri obblighi di riparazione per i danni causati dall’aggressione. È su questo terreno che la Russia tenta di portare il confronto, chiedendo che siano rispettate norme e procedure che garantiscono stabilità e prevedibilità nelle relazioni economiche tra Stati. Il paradosso è evidente. Lo Stato che oggi invoca con tanta insistenza il rispetto dell’ordine giuridico internazionale è lo stesso che negli ultimi anni ha costruito la propria politica estera sulla violazione sistematica di quel medesimo ordine. L’invasione dell’Ucraina costituisce la manifestazione più evidente di questa contraddizione. Il divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato rappresenta uno dei principi cardine del diritto internazionale contemporaneo, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Eppure la Russia non solo ha invaso il territorio di uno Stato sovrano, ma ha anche proceduto all’annessione unilaterale di territori occupati. Città come Mariupol, Melitopol, Berdiansk, Sievierodonetsk o Bakhmut sono diventate simboli di una guerra condotta con metodi che numerosi organismi internazionali hanno ritenuto incompatibili con il diritto internazionale umanitario.
Attacchi contro infrastrutture civili, deportazioni di civili, trasferimenti forzati di minori ucraini verso la Russia: tutte pratiche che violano norme consolidate delle Convenzioni di Ginevra. Nonostante questo, il governo russo continua a presentarsi nelle sedi internazionali come difensore della legalità internazionale. La strategia non è nuova. Già negli anni precedenti la guerra su larga scala contro l’Ucraina, Mosca aveva fatto ampio ricorso ai tribunali internazionali per difendere i propri interessi economici o contestare sanzioni occidentali. Allo stesso tempo, però, ha ignorato sistematicamente le decisioni delle corti internazionali quando queste le erano sfavorevoli. Un caso emblematico riguarda la Corte europea dei diritti dell’uomo: per anni la Russia ha partecipato formalmente al sistema della Convenzione europea, salvo poi rifiutarsi di applicarne alcune sentenze e infine uscire completamente dal sistema dopo l’invasione del 2022. Anche in quel caso, l’atteggiamento era contraddittorio: riconoscere l’autorità della corte quando utile e delegittimarla quando diventava scomoda. Un’altra contraddizione riguarda la questione delle sanzioni e delle proprietà straniere. Mosca denuncia come illegittimo il congelamento dei propri beni in Europa, ma nel frattempo ha introdotto norme che consentono allo Stato russo di prendere il controllo temporaneo o permanente delle aziende occidentali che hanno lasciato il Paese dopo l’inizio della guerra. In molti casi queste misure hanno comportato la sostanziale espropriazione di investimenti stranieri.
Dal punto di vista giuridico la Russia giustifica queste decisioni come contromisure adottate in risposta alle sanzioni occidentali; dal punto di vista politico, tuttavia, è difficile non vedere l’incoerenza tra la difesa appassionata della tutela giuridica della proprietà statale all’estero e la disponibilità a limitarla drasticamente quando riguarda gli investimenti altrui sul proprio territorio. Mosca accusa frequentemente l’Occidente di violare il diritto internazionale e di applicarlo in modo selettivo. Si tratta di una retorica ricorrente nella comunicazione del Cremlino, utilizzata per delegittimare le sanzioni e le politiche occidentali. Tuttavia queste accuse assumono un carattere profondamente strumentale se si considera che la Russia, negli ultimi anni, ha costruito la propria politica estera proprio sulla violazione sistematica di alcuni dei principi fondamentali dell’ordine giuridico internazionale. In questo contesto il richiamo alla legalità appare meno come una reale difesa delle norme e più come un dispositivo retorico e politico utilizzato quando conveniente. La causa sulla congelazione delle riserve della Banca centrale russa non è quindi soltanto una disputa finanziaria. È anche un esempio di come il diritto internazionale possa diventare terreno di conflitto politico e narrativo.
Da un lato l’Unione europea cerca di dimostrare che le proprie misure rientrano nei margini consentiti dal diritto internazionale delle sanzioni e della responsabilità degli Stati; dall’altro la Russia tenta di presentarsi come vittima di un’ingiustizia giuridica globale. In questo confronto, la dimensione legale si intreccia inevitabilmente con quella politica e propagandistica. Il risultato è una situazione paradossale: uno Stato che ogni giorno viola i principi fondamentali dell’ordine internazionale si presenta contemporaneamente come difensore scrupoloso delle sue regole, utilizzandole come arma retorica e giuridica. Ed è proprio questa contraddizione a rivelare quanto il diritto, nelle relazioni internazionali contemporanee, continui a rappresentare per l’Europa il quadro normativo entro cui gli Stati disciplinano i propri rapporti e cercano di contenere l’arbitrio nell’uso della forza. Mosca, al contrario, tende sempre più spesso a ridurlo a un semplice argomento giuridico da invocare quando conveniente, pur essendo tra i primi a violarne sistematicamente i principi fondamentali.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 05 marzo 2026 alle ore 09:38
