Alea iacta est, morto un Ayatollah se ne fa un altro e con la scomparsa di Ali Khamenei, la Repubblica Islamica perde non soltanto la sua Guida Suprema, ma soprattutto il perno di un sistema di potere rimasto sostanzialmente immutato dal 1989.
La morte, confermata ufficialmente il 1° marzo dalla televisione di Stato, chiude l’era del leader più longevo al mondo ancora in carica e apre una fase di transizione che rischia di essere la più delicata dalla rivoluzione del 1979.
Nel giro di poche ore, l’establishment ha reagito secondo copione, designando l’Ayatollah Alireza Arafi come membro del vertice ad interim incaricato di esercitare le funzioni della Guida Suprema.
Una successione rapida, quasi automatica, che tuttavia non deve ingannare, perché sotto la superficie dell’ordine costituzionale si agitano fratture profonde, interne ed esterne, che mettono in discussione la tenuta stessa del Nizam.
Sarebbe ingenuo pensare che la morte di Khamenei abbia colto impreparati i vertici della Repubblica Islamica, in quanto, a causa dell’età avanzata della Guida Suprema e una salute compromessa da anni, la questione della successione era un dossier aperto da tempo.
Inoltre, fatto alquanto rilevante, il sistema politico iraniano è stato concepito per sopravvivere agli uomini, persino al più potente tra essi.
In questo frangente entra in funzione l’articolo 111 della Costituzione, che prevede il trasferimento dei poteri a un consiglio temporaneo composto dal presidente della Repubblica, dal capo della magistratura e da un giurista religioso designato dal Consiglio dei Guardiani.
La nomina di Arafi a questo terzo posto cruciale lo colloca immediatamente al centro della scena politica, rendendolo uno dei tre uomini più potenti dell’Iran odierno.
Il triumvirato che si è così formato vede accanto ad Arafi il presidente Masoud Pezeshkian e il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei.
Una collegialità forzata, prevista dalla legge, ma innaturale nella prassi di un sistema fortemente verticalizzato, che ora dovrà governare “ciò che resta” della Repubblica Islamica fino alla decisione dell’Assemblea degli Esperti, chiamata a eleggere la nuova Guida Suprema.
Pertanto, proprio qui si gioca la vera partita, perché la transizione non riguarda soltanto un nome, ma il futuro equilibrio tra apparati civili, religiosi e militari, in un contesto regionale sempre più instabile.
Alireza Arafi incarna, più di altri, la continuità del sistema, nato a Yazd, 67 anni e formatosi nella città santa di Qom, ha trascorso la quasi totalità della sua vita all’interno delle istituzioni teologiche sciite. La sua carriera è stata costellata da incarichi conferiti direttamente da Khamenei, dalla guida della preghiera a Meyabod fino ai ruoli apicali nei centri religiosi di Qom. Altresì, membro del Consiglio dei Guardiani, Arafi rappresenta una figura profondamente integrata nell’élite clericale e perciò percepita come affidabile dagli apparati di sicurezza e dal clero conservatore. Tuttavia, Arafi non è un semplice burocrate del sacro e nel panorama spesso statico del clero iraniano, è considerato un “radicale moderno”, un ossimoro che descrive bene la sua visione: intransigente sul piano dottrinale, ma sorprendentemente aperto all’uso delle nuove tecnologie.
Negli ultimi anni ha promosso con insistenza la digitalizzazione degli apparati religiosi e l’impiego dell’intelligenza artificiale come strumento di diffusione globale dell’ideologia sciita.
Una scelta che risponde a un’esigenza strategica precisa, ossia quella di contrastare l’isolamento internazionale dell’Iran e parlare direttamente alle masse musulmane al di fuori dei confini nazionali, aggirando sanzioni, media ostili e barriere linguistiche.
Questa combinazione di ortodossia e innovazione spiega perché Arafi sia stato scelto per una fase tanto critica, peraltro in un momento in cui la Repubblica Islamica affronta forse la sua ora più buia dal 1979, (schiacciata dalle sanzioni occidentali, indebolita da proteste interne ricorrenti e impegnata in una competizione regionale che va dal Golfo Persico al Levante) la priorità del sistema è la stabilità, non il cambiamento.
Come auspicato da figure di peso dell’establishment, tra cui lo stratega Ali Larijani, Arafi appare il giurista ideale per “traghettare” il potere fino alla nomina del prossimo leader Supremo, assumendosi il costo politico di decisioni impopolari pur di preservare l’architettura del Nizam.
Però, resta la domanda fondamentale: il sistema resisterà?
La morte di Khamenei non è soltanto un passaggio istituzionale, ma uno shock geopolitico che ridisegna le percezioni di forza e di vulnerabilità dell’Iran agli occhi di alleati e nemici. In assenza di una figura carismatica capace di tenere insieme clero, Pasdaran e società civile, il rischio non è tanto un collasso immediato, quanto un lento logoramento dall’interno.
Al postutto, morto un Ayatollah se ne fa un altro, recita il cinismo della realpolitik, ma questa volta, la sua futura nomina potrebbe essere dirimente per le sorti dell’Iran in particolare e degli equilibri geopolitici internazionali in generale.
Aggiornato il 02 marzo 2026 alle ore 10:09
