C’è una forma di realismo che si presenta come saggezza disincantata ma che, a ben vedere, rischia di trasformarsi in rassegnazione morale. È quella che, parlando della guerra in Ucraina, premette una solidarietà doverosa al popolo aggredito e subito dopo introduce un “però” che ne svuota il senso: però gli ucraini dovrebbero accettare una mutilazione territoriale; però l’Europa alimenterebbe il conflitto; però chi oggi invoca una trattativa immediata incarnerebbe il vero spirito della pace. È una costruzione argomentativa seducente perché appare pragmatica, ma sposta impercettibilmente il baricentro della responsabilità dall’aggressore all’aggredito. La guerra non è nata a Kyiv per un eccesso di orgoglio nazionale né a Bruxelles per una smania ideologica: è iniziata quando la Federazione Russa ha deciso che l’Ucraina non dovesse esistere come soggetto pienamente sovrano. Se si smarrisce questo dato elementare, ogni discorso sui “rapporti di forza” diventa un esercizio astratto che finisce per normalizzare l’uso della forza come strumento di revisione dei confini. Si sostiene che insistere sulla resistenza significhi spingere un popolo allo stremo, quasi costringerlo a combattere fino all’ultimo uomo per una testimonianza simbolica europea. Ma questa lettura rovescia la realtà.
Gli ucraini combattono perché sanno cosa comporta l’occupazione russa, perché hanno visto cosa è accaduto a Bucha, perché conoscono il destino delle città già travolte dall’invasione, perché sanno che la “protezione” promessa da Mosca coincide con repressione politica, deportazioni, cancellazione dell’identità nazionale. Dire loro che dovrebbero arrendersi per salvare vite significa ignorare che la resa non garantisce affatto una vita libera, ma spesso soltanto la sopravvivenza sotto un potere che nega diritti fondamentali. La pace non è la semplice cessazione delle ostilità: è la condizione in cui un popolo può scegliere il proprio destino senza minacce permanenti. Il nodo centrale non è soltanto dove verrebbe tracciata una linea sulla carta geografica, ma quali garanzie di sicurezza renderebbero quella linea credibile e duratura. L’esperienza degli Accordi di Minsk dovrebbe averci insegnato qualcosa. Quelle intese, salutate come compromesso necessario per fermare il sangue nel Donbas, si sono rivelate fragili, ambigue, prive di meccanismi coercitivi reali. Non hanno impedito alla Russia di riorganizzarsi militarmente e lanciare, anni dopo, l’invasione su larga scala.
Se oggi si propone una “pace al ribasso” che consacri l’occupazione di parte dei territori ucraini senza un sistema di garanzie vincolanti e operative, si sta preparando il terreno alla fase successiva del conflitto. Perché dovremmo credere che, ottenuto un riconoscimento di fatto delle conquiste territoriali, il Cremlino rinunci definitivamente al progetto di riportare l’Ucraina nella propria sfera di controllo? Senza deterrenza credibile, senza impegni di difesa chiari, senza meccanismi automatici di risposta in caso di violazione, una tregua rischierebbe di essere soltanto una pausa strategica. Chi invoca il realismo dovrebbe allora rispondere a domande molto concrete. In caso di accordo, la Russia sarebbe tenuta a fornire garanzie giuridicamente vincolanti, sottoposte a verifica internazionale, con conseguenze automatiche in caso di inadempienza? Quali Stati sarebbero pronti a impegnarsi direttamente nella difesa dell’Ucraina se quell’intesa venisse infranta? Senza una risposta netta, parlare di pace significa parlare di un documento destinato a essere aggirato alla prima occasione utile. E poi c’è il tema della giustizia. Una pace fondata sulla semplice stanchezza collettiva comporterebbe la rinuncia a ogni forma di riparazione?
La Russia pagherebbe i danni di guerra, le infrastrutture distrutte, le città devastate, le centrali elettriche colpite deliberatamente? Oppure anche questo verrebbe abbuonato in nome di un generico ritorno alla normalità? E i responsabili dei crimini commessi nei territori occupati – deportazioni di minori, esecuzioni sommarie, torture documentate – verrebbero consegnati all’oblio in nome della riconciliazione? Una pace che ignori responsabilità e riparazione non è neutrale: è un messaggio al mondo secondo cui la violenza paga e il diritto internazionale è negoziabile. Lo stesso vale per le sanzioni. Verrebbero revocate automaticamente in nome della pace ritrovata? Senza condizioni progressive, senza verifiche sull’effettivo rispetto degli impegni assunti? Se le sanzioni sono state la risposta a una violazione grave dell’ordine internazionale, eliminarle senza contropartite strutturali significherebbe riconoscere implicitamente che quella violazione è stata accettata. E quale deterrenza resterebbe per il futuro? Si dice che l’Europa impedisca la pace. È una tesi suggestiva ma capovolta. Senza il sostegno europeo – economico, finanziario, militare – l’Ucraina sarebbe stata travolta nei primi mesi dell’invasione e oggi non discuteremmo di negoziati, ma della definitiva scomparsa di uno Stato indipendente nel cuore del continente.
È legittimo criticare i limiti dell’Unione europea, le sue divisioni interne, le sue esitazioni strategiche. Ma è difficile sostenere seriamente che aiutare un Paese aggredito a difendersi equivalga a sabotare la pace. Al contrario, ogni trattativa credibile presuppone un equilibrio minimo di forze. Nessun negoziato serio nasce dalla capitolazione totale di una delle parti. La vera alternativa non è tra guerra infinita e resa immediata. È tra una pace costruita su sicurezza effettiva, giustizia credibile e responsabilità economica, e una pace apparente che congela l’ingiustizia e prepara nuove instabilità. Senza garanzie solide, le cessioni territoriali diventano un incentivo alla ripresa dell’aggressione; senza riparazioni, si trasferisce il costo della guerra sulle vittime; senza accountability, si normalizza l’impunità. È comprensibile desiderare la fine delle ostilità. Ma trasformare quel desiderio in un’accettazione del fatto compiuto significa scambiare la stanchezza per realismo e la rinuncia per saggezza. La solidarietà autentica non ha bisogno di “però”. Ha bisogno di coerenza.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 26 febbraio 2026 alle ore 10:29
