Guerra alla guerra: il controsenso

Ma, che cosa vuol dire “guerra alla guerra”? Un’antitesi per il tutto? Vediamo come si declina in logica formale una simile questione. Se io dicessi “guerra alla (guerra alla guerra)” che senso avrebbe? Semplice: quello di aver scritto due negazioni consecutive che, pertanto, si annullano tra di loro. Per capire meglio, associamole ai rispettivi personaggi: da un lato, Vladimir Putin, che dice con chiarezza “guerra alla (guerra alla guerra)”, cioè io intendo continuare la guerra, soprattutto contro coloro che fanno guerra alla mia guerra affinché io smetta di fare la guerra. Dall’altro, però, ci sono i pacifisti di ogni tendenza che dicono “guerra alla guerra” ma che non hanno nulla con cui armare la loro guerra pacifista, visto che contro la tirannia del più forte non serve il miele delle parole, ma parole prive di miele e dense di minaccia. Del tipo: “Se non la fai finita con la tua guerra, te le suono io (Nato) per davvero”. Ma, come disse il saggio e cauto comandante dell’Apollo 13 nel 1970: “Houston, abbiamo un problema”, che oggi prende il nome e le vesti dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Perché è lui che, dopo 80 anni di pacifiche intese e interdipendenze politico-economiche tra le due sponde dell’Adriatico, dice ai viziati europei (notare: la pensano così democratici e repubblicani americani, senza distinzione): “La pacchia è finita e noi non paghiamo più i conti per la difesa dell’Europa, alla quale da oggi in poi dovrete provvedere da soli”. E questo significa varie cose terrificanti, per chi ha costruito un lussuoso Welfare a spese degli investimenti per la difesa, lasciati dal 1946 in poi a carico dell’amico americano che, per nostra sfortuna ha smesso di esserlo.

E questo significa che, in gergo cinematografico, “Te lo sogni l’articolo 5!” (Nato) per cui io, America, dovrei venire comunque a soccorrerti nel caso che un Paese terzo ti attacchi. Quindi, di conseguenza, sembra dire Trump, siccome a me Putin fa più comodo vivo che morto, essendo il padre-padrone di una Russia molto più ricca di me potenzialmente, se tu Europa vuoi proprio sostenere Kiev nel suo sforzo bellico di resistere alle armate di Vladimir, beh da oggi in poi dovrai farlo a tue spese. Con Trump, detto-fatto. Ora, molti si illudono, soprattutto dalle nostre parti, che bisogna stringere i denti fino al 2028 perché con l’elezione auspicata di un democratico alla Casa Bianca tutto tornerà come prima. Comincia, però, a non crederlo quasi più nessuno, a iniziare dal canadese Mark Carney, quando dice che il giocattolo post-Guerra fredda si è ormai rotto e non è più riparabile, per cui ognun per sé e Dio per tutti. E se proprio vogliamo pensare ad alleanze a geometria variabile, allora facciamolo per bene mettendo i simili con i simili, ma anche no: vale, cioè, il detto “con chi ci sta”, senza che quest’ultimo abbia l’obbligo di doversi prendere assieme agli accordi di scopo anche il nostro bel pacchetto di principi di noi fieri democratici. Insomma, una famosa riedizione del detto popolare “Franza o Spagna purché se magna”. Già: ma come sta messo il Paese (la Russia in guerra) che è stata il detonatore e il catalizzatore globale di questo cambiamento? Soprattutto, fino a che punto e quanto tempo ancora ci vorrà affinché le sanzioni e, in particolare, la caccia a una miriade di “Ottobre rosso” travestiti da carrette del mare che trasportano petrolio russo di contrabbando, avrà la meglio sulla tenacia del Cremlino a condurre una guerra disastrosa per le casse dello Stato neozarista e il benessere del popolo russo?

Paradossalmente, mentre l’ambizione più grande di Trump è di ricevere il Premio Nobel per la pace, e divenire quindi il più grande pacificatore della storia, quella di Putin è di diventare lo zar più famoso dopo Pietro il grande. E questo vuol dire che non si può fermare la guerra finché la guerra non fermi lui, con una inverosimile sconfitta sul campo. Così, Putin punta tutte le sue carte sulla pace impossibile, perché nessuno mai gli regalerà ciò che non ha conquistato di fatto, mentre tenendo indefinitamente accesi i motori della sua economia di guerra può solo tener duro, sperando che siano gli altri a esaurire munizioni, sangue, denaro e pazienza. Lui, finché può, eviterà la mobilitazione nazionale e la coscrizione obbligatoria, avvalendosi di decine di migliaia di mercenari, e comprando il silenzio della Russia periferica con laute compensazioni per le famiglie che hanno perduto sui fronti di guerra un proprio caro. E non fa nulla se in quattro anni suonati se n’è conquistato poco più del 18percento di territorio ucraino, compresa la Crimea. Di meglio, oggi, non si può fare più molto, dato che gli ucraini con i loro droni hanno di fatto tracciato un’invalicabile kill zone che va dai 10 ai 30 chilometri di spessore, per cui qualunque concentrazione iniziale di mezzi corazzati e truppe sarebbe subito presa di mira, attaccata e distrutta. Quel che è peggio, però, sia sull’uno che sull’altro fronte, è l’impossibilità di ripianare le perdite con nuove risorse che, nel caso dei russi, si rivelano sempre meno preparate e motivate. E i conti sono presto fatti per Putin: se, come riferisce The Economist, il risarcimento medio alle famiglie dei soldati caduti o gravemente feriti al fronte è di 32mila dollari una tantum a famiglia, per un numero stimato di centinaia di migliaia di perdite (morti/feriti), allora l’onere per l’erario russo è valutabile all’incirca a più di 60 miliardi di dollari all’anno, pari al 90 per cento del deficit annuale di bilancio della Federazione, tra indennizzi e premi di reclutamento per i nuovi volontari!     

Quindi, per quanto riguarda l’allocazione di risorse pubbliche, tutto ciò che rimane fuori da un’economia di guerra fortemente sussidiata risulta nettamente ridimensionato verso il basso. Il tutto coniugato con la prospettiva ancora più negativa di una forte diminuzione delle entrate per le vendite all’estero di gas e petrolio russi. La determinazione degli ucraini che resistono al freddo e al gelo, a causa del blackout delle centrali elettriche in tutto il Paese, non fa che indispettire sempre di più Putin, intenzionato a proseguire la sua corsa alla Hitler (per cui tutto il popolo tedesco avrebbe dovuto vincere o perire assieme a lui!), malgrado che nel 2025 le spese per la guerra ammontino all’8 per cento del Pil federale russo. Ed ecco la ragione per cui la riconversione di risorse da un’economia di guerra a una di pace sarebbe oggi per lui insostenibile, tenuto conto degli altissimi costi necessari a trovare lavoro ai reduci e di dare loro assistenza. Perché, poi, come già successo nel 1989 e prima ancora nel 1917, è proprio la spinta destabilizzante del reducismo a far cadere i regimi in Russia e nell’Unione Sovietica. Del resto, se la guerra finisse oggi sarebbero in molti a chiedere conto e ragione al regime di questo enorme spreco di risorse materiali e umane, e della sudditanza tecnologica rispetto alla Cina. Putin lo sa e per questo, per ora, non molla.

Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 10:26