Giovedì, a Ginevra, andrà in scena l’ultimo tentativo di negoziare un accordo tra Stati Uniti e Iran
Il mondo ha cerchiato sul calendario la data di giovedì 26 febbraio. Lì, a Ginevra, avranno luogo i colloqui per cercare una soluzione negoziata alla crisi sul nucleare e sui missili di Teheran. I colloqui tra Stati Uniti e Iran sono stati finora lenti e difficili, anche se le due parti hanno sempre cercato di mostrare relativo ottimismo. Ma ora che siamo arrivati all’ultima spiaggia, Donald Trump avrebbe confidato ai suoi consiglieri che, qualora la trattativa o un’azione mirata non bastassero a costringere Teheran ad abbandonare il programma atomico, nei prossimi mesi potrebbe valutare un intervento ben più incisivo. A riferirlo è il New York Times, secondo cui l’incontro tra le delegazioni americana e iraniana rappresenterebbe l’ultimo tentativo per evitare una deriva militare. Il presidente sarebbe orientato, nell’immediato, a un attacco dimostrativo – probabilmente, dopo il summit di giovedì – con l’obiettivo di segnalare all’Iran che la rinuncia alla capacità di dotarsi dell’arma nucleare non è negoziabile. Se né la pressione armata limitata né la diplomazia producessero risultati, resterebbe aperta l’ipotesi di un’azione più ampia entro fine anno, fino a mettere in discussione la stessa leadership della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Il dossier è stato esaminato nella situation room insieme al vicepresidente J.D. Vance, al segretario di Stato Marco Rubio, al capo di Stato maggiore aggiunto Dan Caine, al direttore della Cia John Ratcliffe e al capo di gabinetto Susie Wiles. Stando al quotidiano newyorkese, Trump avrebbe chiesto una valutazione diretta a Caine e Ratcliffe, ricevendo però analisi tecniche sulle opzioni disponibili e sul quadro operativo, senza garanzie di successo. Il generale non avrebbe assicurato un esito favorevole come in passato prospettato in altri scenari, ad esempio rispetto al presidente venezuelano Nicolás Maduro. Anche Vance avrebbe incalzato i vertici militari e dell’intelligence sui rischi e sulla complessità di un eventuale attacco. Secondo quanto riferito da Sky News, diversi aerei militari da rifornimento stanno arrivando nelle basi Usa mediterranee e mediorientali. In particolare, un incremento del traffico aereo è stato notato a Chania (Creta), dove sono atterrati diversi Boeing Kc-135, velivoli necessari al rifornimento aereo dei jet. Sarebbero almeno 15 gli aerei da rifornimento che sono stati riposizionati da Washington in Medio Oriente dall’inizio delle operazioni il 16 gennaio.
Alla notizia che il commander-in-chief abbia paventato un attacco “dimostrativo” all’Iran, Teheran ha risposto: “Non esiste un attacco limitato. Un atto di aggressione sarà considerato un atto di aggressione. Punto”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, replicando alle citazioni del tycoon. Qualsiasi intervento sul territorio iraniano verrebbe interpretato come casus belli. Secondo Reuters, un alto funzionario iraniano avrebbe anticipato la disponibilità di Teheran a concessioni sul suo piano nucleare, in vista dei colloqui a Ginevra. Tra cui l’invio all’estero metà dell’uranio altamente arricchito, la diluizione la parte restante e l’eventuale creazione di un consorzio regionale per l’arricchimento.
In cambio, la Repubblica islamica chiede la revoca delle sanzioni e il riconoscimento del diritto “all’arricchimento nucleare pacifico”. Nell’ambito del pacchetto economico in fase di negoziazione, “agli Stati Uniti sono state offerte anche opportunità di investimenti seri e interessi economici tangibili nell’industria petrolifera iraniana”, ha affermato il funzionario. Un’apertura che includerebbe la partecipazione di aziende americane ai grandi progetti energetici del Paese. Il nodo resta la tempistica e il meccanismo di revoca delle sanzioni. “Esiste la possibilità di raggiungere un accordo provvisorio”, ha aggiunto la fonte iraniana, pur ammettendo che “l’ultimo round di colloqui ha dimostrato che le idee degli Stati Uniti riguardo alla portata e al meccanismo di revoca delle sanzioni differiscono dalle richieste dell’Iran. Entrambe le parti devono raggiungere un calendario logico per la revoca delle sanzioni”. E ancora: “Questa tabella di marcia deve essere ragionevole e basata sugli interessi reciproci”.
E l’Unione europea, avendo preso naturalmente la parte degli Usa e dell’Occidente, è finita sotto attacco. Dopo l’inserimento dei pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche da parte di Bruxelles, Teheran ha designato come terroriste le forze navali e aeree dei Paesi dell’Ue presenti nel Golfo Persico. “D’ora in poi, la presenza delle forze militari dei 27 Stati membri dell’Ue nella nostra regione periferica e nel Golfo Persico sarà vista in modo diverso perché ora sarà considerata un’organizzazione terroristica, e potete immaginare quali saranno gli effetti e le conseguenze”, ha avvertito Baghaei, definendo la decisione europea “illegale e ingiustificata”. Da Bruxelles, l’alta rappresentante Kaja Kallas ha invitato alla prudenza: “La situazione in Iran è molto intensa, non abbiamo bisogno di un’altra guerra nella regione. Abbiamo insistito su una via d’uscita diplomatica e siamo anche disposti a contribuire: non si tratta solo del nucleare, ma anche del dossier dei missili balistici e delle altre preoccupazioni che nutriamo nei confronti dell’Iran”. E ha aggiunto: “L’Iran si trova nel suo momento di maggiore debolezza”. Una finestra di tempo per costringere Teheran a un accordo favorevole al mondo occidentale, oppure un’opportunità per colpire il regime degli ayatollah. Dipende dai punti di vista.
Aggiornato il 23 febbraio 2026 alle ore 16:13
