Trump spinge per un cambio di regime a Cuba

Con Maduro fuori gioco, gli Stati Uniti stringono il cappio attorno allo Stato insulare

Il presidente Donald Trump sembra assaporare il gusto della sua dirompente vittoria su Nicolas Maduro, in Venezuela. Dopo aver mostrato la forza statunitense in America Latina, non intende fermarsi quando c’è ancora molto in gioco. L’11 gennaio scorso, dopo la cattura di Maduro nel blitz su Caracas, Trump ha lanciato una vera a propria bomba mediatica a L’Avana:

Cuba ha vissuto per anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela, in cambio di ‘servizi di sicurezza’ per gli ultimi due dittatori, ma ora non accadrà mai più! Molti di quei cubani sono morti durante l’azione militare statunitense contro il regime di Maduro, e il Venezuela non ha più bisogno di protezione dai delinquenti e dagli estortori che li hanno tenuti in ostaggio per così tanti anni. Il Venezuela ha ora gli Stati Uniti d’America, l’esercito più potente del mondo (di gran lunga!) a proteggerlo. Non ci sarà più petrolio né denaro a Cuba, zero! Consiglio vivamente (all’isola) di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi”.

Il Presidente sta ora dando seguito alle sue minacce lanciate sui social media. Il 29 gennaio scorso, Trump ha firmato un ordine esecutivo che incarica il Segretario al Commercio di imporre dazi a qualsiasi Paese “che, direttamente o indirettamente vende o fornisce in altro modo petrolio a Cuba”. L’intento del decreto è chiaro: strangolare un’economia cubana già fragile, ancora immersa in una profonda recessione iniziata con la pandemia di Covid nel 2020. Cuba continua ad essere fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio da Venezuela e Messico per restare a galla.

Con la cattura di Maduro, è già stato rimosso l’ostacolo più insormontabile a un tentativo americano di isolare Cuba. In cambio di medici, spie e guardie del corpo cubani, Maduro ha contribuito a sostenere il governo comunista grazie alle immense riserve petrolifere del Venezuela, inviando al Paese circa 25mila barili al giorno (bpd) nel 2023, e 10mila nel 2024 e nel 2025. Nonostante la persistente crisi energetica cubana, gran parte del petrolio fornito a Cuba da Maduro è stata rivenduta dall’Avana per reperire la liquidità assolutamente necessaria per finanziare altre attività.

Oggi, invece, quel petrolio scorre verso Washington a rimpinguare le casse del governo statunitense. Il nuovo governo venezuelano guidato da Delcy Rodriguez, che opera sotto l’occhio vigile dell’armada, la flotta navale americana dispiegata al largo delle coste di Caracas, non è in grado di aiutare i cubani in altro modo se non restituendo i resti delle guardie del corpo cubane di Maduro.

L’altro principale fornitore di petrolio di Cuba, il Messico, ha interrotto la scorsa settimana la fornitura all’isola. La presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha negato che la decisione sia stata presa a seguito delle pressioni americane, ma dopo una serie di crimini di alto profilo legati alla droga e la rinegoziazione dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada prevista per la fine dell’anno, Sheinbaum sembra consapevole della necessità di soddisfare l’amministrazione Trump. È stata molto attenta a cooperare pienamente con Washington su alcune delle priorità chiave del secondo mandato di Trump, dalla lotta ai cartelli al contrasto del narcotraffico e dell’immigrazione, coltivando in tal modo un buon rapporto con il Presidente. Il Messico è riuscito a evitare la maggior parte dei dazi imposti da Trump all’inizio del suo mandato e, con un’economia nazionale fragile (la crescita del Paese è stagnante dal 2023), Sheinbaum non desidera creare attriti con Trump riguardo all’ultimo baluardo del marxismo dottrinale dell’emisfero occidentale.

Senza Venezuela e Messico, Cuba sarà costretta a fare affidamento sulle forniture della Russia e di pochi altri Paesi allineati in Africa per riuscire a mantenere l’elettricità. Le prospettive per il futuro appaiono fosche. La rete elettrica dell’isola sta collassando. I blackout programmati sono ormai una costante della vita cubana e gran parte della popolazione vive senza energia per più della metà della giornata. Il governo cubano è povero quanto la nazione e non ha risorse per acquistare petrolio sul mercato libero, motivo per cui è sempre stato dipendente dal petrolio fornito dagli alleati regionali. Con la fine di questi approvvigionamenti, resta aperta la questione se Cuba sarà in grado di mantenere le infrastrutture di base della civiltà moderna.

Da parte sua, l’amministrazione Trump ha espresso apertamente il suo obiettivo di un cambio di regime a L’Avana. Porre fine alla dominazione comunista sull’isola è da tempo un obiettivo ambito dal segretario di Stato Marco Rubio, lui stesso di origine cubana, e la prospettiva di rimuovere i resti del regime castrista sarebbe stata uno dei motivi del raid statunitense in Venezuela. Secondo il Wall Street Journal, i funzionari americani stanno cercando un interlocutore collaborativo a L’Avana con cui trattare, presumibilmente per svolgere il ruolo che Delcy Rodriguez si trova a ricoprire a Caracas.

Gli sforzi americani per imporre un embargo petrolifero renderanno senza dubbio più dura la vita dei cubani nei prossimi giorni, ma sembra improbabile che da soli possano accelerare la fine del regime comunista nel Paese. I regimi autoritari sono in genere molto abili nell’adattarsi a condizioni di povertà; Cuba ha già attraversato un periodo di semi-collasso economico dopo che il crollo dell’Unione Sovietica distrusse le basi dell’economia cubana e diede inizio al decennio noto come “Periodo Speciale”. Nonostante altre competenze siano state messe da parte, il governo ha mantenuto uno stretto controllo sull’esercito, sulle forze dell’ordine e sul suo famigerato apparato di spionaggio, il che lascia ben poco spazio a governi alternativi o rivolte popolari, anche in condizioni disperate. Gli Stati Uniti potrebbero dover invece far fronte a una nuova ondata di rifugiati cubani in fuga dall’isola, alla ricerca di opportunità migliori all’estero.

Se l’amministrazione Trump vuole davvero un cambio di regime a Cuba, probabilmente dovrà adottare misure più aggressive rispetto al mero taglio delle forniture di petrolio al Paese. Trump ha puntualizzato che il rafforzamento della supremazia statunitense nell’emisfero occidentale rappresenta una priorità del suo secondo mandato, e il Venezuela funge da banco di prova di un nuovo modello di operazioni di cambio di regime a basso rischio e con un impegno limitato. Un modello che fa leva sulla schiacciante superiorità tecnologica e militare americana per costringere Paesi ostili ad allinearsi alle priorità di Washington. Non sarebbe molto sorprendente se entro la fine dell’anno assistessimo a una ripetizione del blitz condotto il mese scorso a Caracas.

(*) Tratto da The American Conservative

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 09:53