La sinistra che se la racconta
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In Spagna Pedro Sánchez ha annunciato le proprie dimissioni e la convocazione di elezioni anticipate per il 29 novembre, nonostante la legislatura sarebbe dovuta terminare nel 2027, sostenendo di voler ottenere una maggioranza parlamentare più ampia capace di contrastare le élite e le destre. La decisione è maturata dopo la bocciatura in Congresso dei decreti sulla casa che prevedevano, tra l’altro, il blocco degli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, misure contro i fondi speculativi e indennizzi agli inquilini in caso di mancato rinnovo dei contratti. Nel suo discorso alla nazione il premier ha difeso l’azione del governo nella lotta alla speculazione immobiliare e ha accusato Partito Popolare, Vox e Junts per Catalunya di avere impedito interventi incisivi sull’emergenza abitativa, chiedendo agli elettori un nuovo mandato per approfondire le riforme.

La crisi del governo socialista affonda però le radici nei ritardi nella gestione della crisi migratoria di Ceuta, nelle difficoltà parlamentari e negli scandali che hanno coinvolto esponenti vicini al premier, mentre l’opposizione sottolinea anche l’indagine a carico della moglie Begoña Gomez. Il Partito Socialista ha comunque scelto di trasformare la sconfitta parlamentare in una battaglia elettorale confidando nella mobilitazione sociale sulla questione abitativa, esplosa con la cosiddetta protesta delle chiavi che ha portato decine di migliaia di persone in piazza in numerose città spagnole. Un ruolo centrale in questo clima è stato assunto dal caso di Maricarmen, ottantasettenne con disabilità sfrattata dall’abitazione in cui viveva da settantuno anni dopo un aumento del canone del 250 per cento deciso dal fondo Urbagestión e successivamente autorizzata a rientrare nell’alloggio grazie a un accordo con la proprietà.

Sánchez punta a trasformare l’indignazione popolare in consenso elettorale, ma i sondaggi mostrano una situazione complessa: il Partito Popolare viene accreditato intorno al 32,7 per cento, il Psoe al 26,4, Vox al 18,1, mentre Sumar e Podemos risultano più distanti. Secondo le rilevazioni, il centrodestra potrebbe conquistare una maggioranza parlamentare superiore alla soglia necessaria per governare e il leader popolare Alberto Núñez Feijóo ha accolto con entusiasmo la convocazione delle elezioni anticipate.

Nello stesso momento, dall’altra parte dell’Atlantico, il Brasile vive una fase altrettanto cruciale. Flavio Bolsonaro appare vicino alla vittoria elettorale e ha già annunciato il possibile indulto al padre Jair Bolsonaro, attualmente ai domiciliari e condannato per il golpe del 2023, oltre a una politica economica improntata alla riduzione della spesa pubblica e a una linea molto dura sulla sicurezza. Sul fronte ambientale sostiene che i vincoli frenino lo sviluppo e considera il riscaldamento globale un fenomeno ciclico, prospettive che preoccupano gli ambientalisti e i difensori dell’Amazzonia. Un suo successo favorirebbe inoltre l’ingresso del Brasile nello Scudo delle Americhe e un rafforzamento dell’asse con Washington con possibili ripercussioni sui rapporti con Cina, Unione Europea e Mercosur. Lula arriva al ballottaggio in svantaggio di circa due punti percentuali e deve cercare di recuperare il consenso degli astenuti e degli elettori che hanno votato scheda bianca o nulla. Anche nell’ipotesi di una sua vittoria, il presidente dovrebbe confrontarsi con un Parlamento a forte predominanza conservatrice. La possibile sconfitta del leader del Partito dei Lavoratori viene interpretata come il punto culminante delle difficoltà della sinistra latino-americana dopo gli arretramenti registrati in diversi Paesi della regione.

Secondo questa lettura, milioni di brasiliani hanno scelto il cambiamento più per rigetto del lulismo che per adesione convinta al programma della destra, in un fenomeno definito antipetismo. Lula viene descritto come un dirigente percepito da molti non più come il sindacalista vicino al popolo ma come una figura dell’establishment, mentre parte della società ritiene insufficienti i programmi sociali promossi dal suo governo. Parallelamente sono emersi giovani candidati capaci di utilizzare i social media come strumento politico, tra cui Eduarda Campopiano, eletta a San Paolo con quasi due milioni di voti dopo campagne digitali molto controverse.

Secondo la sinistra, Sánchez e Lula vengono presentati come punti di riferimento per chi ha continuato a credere nella possibilità di governare dalla parte dei più deboli. Di Lula vengono ricordati il passato operaio, la perdita di un dito in fabbrica, i 580 giorni trascorsi in carcere prima dell’annullamento delle condanne da parte della Corte Suprema, la vittoria contro Bolsonaro, le politiche contro la fame, il rilancio del programma abitativo Minha Casa Minha Vida, il sostegno economico agli studenti poveri e le sue scelte di politica estera, comprese le posizioni su Gaza, Israele e le pressioni dell’amministrazione Trump. Di Sánchez la sinistra esalta il riconoscimento della Palestina, il blocco delle forniture militari verso Israele, il rifiuto di assecondare le richieste statunitensi durante le tensioni con l’Iran, la riforma del lavoro, l’aumento del salario minimo di oltre il sessanta per cento e la crescita delle energie rinnovabili. Ma come mai parliamo di due leader il cui percorso elettorale (e nei sondaggi) non è coerente con la narrazione di eroi del popolo? La sinistra italiana e, oseremmo dire, mondiale non se lo domanda, presa com’è dalle proprie ragioni e dalla presunzione di essere sempre e comunque dalla parte della lavagna che indica i buoni e bravi.

La sinistra commette sempre gli stessi errori: se la canta e se la suona osannando il Popolo quando la vota e definendolo massa informe di ignoranti quando le preferisce le destre che sono fasciste e pericolose per definizione. Si è seduta soddisfatta di specchiarsi trovandosi bella e per questo non sente il bisogno di elaborare progetti credibili. Muove stancamente le stesse chincaglierie ideologiche da anni, indignandosi se per caso gli elettori glielo fanno notare e sentendosi vittima di complotti internazionali tutte le volte che perde. Si sente l’unica al mondo legittimata a governare e, quando sparisce nei sondaggi, prova compassione per gli ultimi che non potranno contare sulla sua forza salvifica e liberatrice.

Dal Brasile alla Spagna, la sinistra non si accorge del fatto che nessuno (tranne loro) è più convinto del fatto che per aiutare gli ultimi si debbano demonizzare i primi. Nessuno crede più che per fronteggiare l’emergenza casa si debba tartassare la proprietà o che per combattere la povertà si debba demonizzare il capitale mettendolo in croce come Nostro Signore. Nessuno, tranne Fratoianni, crede alla patrimoniale ma tutti ormai hanno compreso che capitale e lavoro non devono essere antagonisti ma alleati per creare nuova ricchezza senza distribuire povertà. L’esatto contrario dell’antico adagio secondo il quale, se il ricco desse al povero, staremmo tutti meglio. Non ci credeva neanche Karl Marx che si faceva mantenere dal figlio di un ricco industriale − Friedrich Engels − che gli pagava finanche i vizi più capitalisti. La sinistra la smetta infine di credere nelle piazze: si fa presto a riempire una piazza di indignati manifestanti di professione. Molto più facile manifestare che riempire le urne. Un Paese non appartiene a chi fa più chiasso convinto di avere ragione perché manifesta.

Da oggi, comunque vadano a finire le elezioni in Spagna e Brasile, questa sinistra psichiatrica che non si dà mai torto ha bisogno di un bagno di umiltà per uscire dalla sindrome maniacale depressiva di sentirsi la reincarnazione di Dio.

Aggiornato il 07 ottobre 2026 alle ore 09:56