La memoria delle donne sopravvissute al 7 ottobre
Foto: Ansa

Quando si perde l’umanità, quando “comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ripetersi” e, di fatto, il 7 ottobre è successo di nuovo. Ora, a quasi tre anni di distanza, è giunto il momento che la realtà, per quanto dura possa essere, venga alla luce; sopravvissuti, soccorritori ed esperti l’hanno raccontata con coraggio il 17 settembre nel webinar 7 ottobre, tre anni dopo: quando le donne diventano bersagli del terrore organizzato dall’Istituto Milton Friedman, perché il giorno che ha cambiato tutto non può cadere nell’oblio.

Coloro che si sono occupati del recupero, dell’esame e del trattamento dignitoso delle salme delle vittime non potranno dimenticare quegli orrori mai visti prima, come il soldato e volontario dell’organizzazione di soccorso, recupero e identificazione delle vittime ZAKA, Simcha Greiniman, che, nonostante la sua esperienza, si è trovato di fronte a scene che ancora non riesce a comprendere come l’essere umano sia stato capace non solo di eseguire, ma di immaginare: militari, bambini, donne, ebrei e non ebrei assassinati; vittime irriconoscibili ridotte a pezzi; il pavimento di una cucina inondato da così tanto sangue che ci sono voluti 20 sacchi di riso per assorbirlo; oppure oggetti nelle parti intime di una donna.

Shock, incredulità ed estrema crudeltà è la testimonianza che condivide con Shari Mendes, riservista dell’unità delle Forze di Difesa Israeliane incaricata di preparare per la sepoltura le salme delle soldatesse presso la base di Shura, la quale conferma che la violenza sessuale e di genere ha costituito una componente centrale dell’attacco, trasformando le donne in bersagli del terrore, persino dopo la morte, e ci obbliga a non permettere che si spenga la luce della memoria di queste donne che hanno colorato l’orrore della stanza dai toni cupi in cui giacevano senza vita attraverso uno smalto per unghie.

Il terrore assoluto, un terrore che per alcune donne è proseguito anche durante la lunga prigionia a Gaza e che, come spiega Orit Sulitzeanu, Ceo dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ha provocato un trauma che rimane ancora oggi non solo tra i sopravvissuti, i loro cari, i soccorritori e i militari, ma nell’intera società israeliana. Ansia, incubi, flashback, ipervigilanza, dissociazione, depressione, riattivazione di traumi pregressi e insicurezza sono solo alcune delle conseguenze che segnano le loro vite e le loro relazioni personali e intime.

Infatti, nulla sarà più come prima per la dottoressa Shoshan Haran, scienziata di fama internazionale e fondatrice dell’organizzazione Fair Planet, dopo essere stata rapita dalla stanza di sicurezza della sua casa nel kibbutz Be’eri insieme alla figlia, ai suoi due nipotini, alla cognata e alla figlia di quest’ultima, essere stata prigioniera per 50 giorni (suo genero per 505) e aver perso il marito per mano dei terroristi il giorno dell’attacco nel suo kibbutz. Ma la sua forza non viene meno e alza la voce per denunciare l’esistenza di una campagna organizzata, condotta con pianificazione preventiva e coordinamento operativo, anche sui social network.

Ad esempio, la scatola di giocattoli che li attendeva nel primo appartamento in cui sono stati portati a Gaza le ha confermato che i terroristi erano stati addestrati a rapire e tenere prigionieri i bambini. I social media sono stati utilizzati, e continuano ad esserlo, per causare il maggior danno possibile e aggravare il trauma, non solo attraverso le notizie false e la realtà distorta che inondano Internet, come l’affermazione del 7 ottobre stesso che Israele stesse commettendo un genocidio a Gaza, ma anche attraverso immagini reali in cui le vittime vengono torturate, umiliate o violentate.

Il 7 ottobre significa l’atrocità umana ed è difficile da vedere, ma se donne come Ilana Gritzewsky, sopravvissuta a 55 giorni di prigionia circondata dai terroristi, nel panico costante, senza nulla (né cibo, né igiene, né medicine), tra vessazioni e violenze sessuali, hanno la forza e il coraggio di parlare, per sé stesse e per le vittime che non possono farlo, il dovere dell’umanità è ascoltarle e non dimenticarle mai.

Perciò, oggi, 25 settembre l’Istituto Milton Friedman ci invita al convegno Donne: la libertà è sempre di moda presso il centro congressi Assolombarda di Milano per ascoltare la testimonianza di donne colpite dal terrorismo e dalla repressione (da Iran, Afghanistan, comunità yazida e Israele) che incontreranno i protagonisti della moda, della cultura e della comunicazione per gridare insieme che i diritti delle donne sono universali.

 

Aggiornato il 25 settembre 2026 alle ore 11:17