Bigotti “democratici” versus Silvio, Eros alato contro Antonio
Foto: Imagoeconomica

Sassolini di Lehner

Antonio Tajani, immaginando di dover dare un consiglio al figlio, osa esprimere un proprio punto di vista, dicendo: “Per formare una famiglia preferirei una donna seria, con la gonna un po’ più lunga, rispetto ad una più appariscente”. Da una parlamentare appartenente ai quattro gatti che miagolano dietro Matteo Renzi è partita l’accusa di “patriarcato mediterraneo vannacciano”. Certo, Tajani denota di non essere un affidabile erede di Silvio Berlusconi, che le gonne le preferiva mini o, meglio, sollevate e sostituite dal meno ingombrante tanga. Antonio è perdonato, dato che l’immenso Silvio, nella voglia di vivere, nella creatività imprenditoriale, nelle campagne elettorali, fu e resta unico, ineguagliabile, inimitabile.

Paradossalmente, Silvio si ritrovò sbertucciato, demonizzato, perseguitato, financo incriminato, insomma bersaglio quotidiano, con motivazioni del tutto opposte a quelle per le quali oggi si crocifigge il ministro Antonio, dagli stessi e dalle stesse che sbraitano per la gonna “un po’ più lunga”. Il circo mediatico-giudiziario l’eterno femminino regale, ma solo nel caso del Cavaliere, lo pretendeva pudico, casa e chiesa. Su Berlusconi, conclamato “maschio alfa”, a capo tavola nelle cene galanti, di buon appetito erotico, per non dire insaziabile, insomma gran sacerdote della religione adorante il sacro triangolo di Venere, si accanirono bigotti e moralisti di tutte le razze, dai nipotini di Stalin sino a magistrati, magari miscredenti e lussuriosi – il tribunale di Milano ne ha viste di cotte e di crude, financo all'interno degli ascensori - eppur in rabbioso formato di mastini bacchettoni.

Elly Schlein, segretaria Pd, “con fidanzata e tre passaporti”, per dirla col mio amato Roberto DAgostino, ha pur ella sbottato: “È una vergogna sentire nel 2026 ancora queste cose da parte di un ministro”. Non dirò che è “inguardabile” come affermò Aurelio De Laurentiis, mi limito a notare che riguardo alle normali unioni uomo-donna non è proprio attendibile il parere di chi propende decisamente per la famiglia arcobaleno – benché configuri familismo amorale chiamarla “famiglia” – Non la Schlein, dunque, è degna di risposte, bensì la renziana senatrice Raffaella Paita – magari desidera esser appellata senatora? – che, irridendo Tajani, ha mancato di rispetto, screditandolo, anche a Matteo Renzi.

Renzi (1975) non ha sposato un’avvenente minorenne, ma una quasi coetanea, più giovane di un anno (1976). Scelse per moglie una ragazza assennata, seria e sobria, piacevole e gradevole di certo, ma non una bellezza travolgente. La signora Agnese Landini sembra proprio il ritratto della moglie ideale indicata da Tajani: discreta, riservata, mai una parola in libertà o pettegolezzi su di lei, nemmeno pose da Maja desnuda, elegante con gonne non oltre il ginocchio, vestiario che non ricorda affatto Mary Quant. Non scelse di fare la velina o la ballerina, non fece la Domenica del villaggio con Davide Mengacci, né si esibì nei balletti col Gabibbo. Volle, anzi, laurearsi in Lettere e dedicarsi all’insegnamento. Ora, infatti, insegna italiano e latino in un liceo di Pontassieve.

Non solo moglie alla Tajani, ma anche madre di tre figli (Francesco, Emanuele, Ester) una sorta di retriva totale, dunque, con l’aggravante d’esser pure cattolica, per le compagne femministe e abortiste, pro morte piuttosto che pro vita. Lo stesso Matteo Renzi, ignorando l’Eros alato di Alexandra Kollontaj, invece di convolare a nozze come marito di marita, o di scappare con un’appariscente influencer di vent’anni, poppe (e non solo) al vento, giammai sfasciafamiglie, nel 2024, da autentico incallito tradizionalista, ha festeggiato le nozze d’argento con Agnese, potrebbe beccarsi dai suoi stessi compagni di partito il titolo di “patriarca mediterraneo”. Eppure, nonostante l’affinità, il patriarca Matteo osa ironizzare sul patriarca Antonio, mentre questi sfotte se stesso, chiedendo scusa alle donne, come se una gonna un po’ più corta fosse un’offesa sanguinosa. Verrebbe da dire: viva i patriarchi! Quelli di una volta, non di questa stagione devastata dall’inintelligenza artificiale e militante.

Aggiornato il 22 settembre 2026 alle ore 10:05