Mentre i partiti, in Italia e non solo, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, si affrontano senza esclusione di colpi monopolizzando il dibattito pubblico, le democrazie occidentali devono confrontarsi con una pressione inedita: la crescente concentrazione, nelle mani di pochi soggetti, di enormi risorse economiche, tecnologiche e mediatiche.
Sarebbe opportuno che si sviluppasse in un contesto siffatto la riflessione sulle possibili degenerazioni (di cui tanto si parla in questi giorni) dell’Intelligenza artificiale. La questione centrale riguarda chi detenga il controllo di queste tecnologie, chi abbia accesso ai dati, chi sia in grado di definire le regole che ne disciplinino l’utilizzo e, soprattutto, chi possa influenzare l’ambiente mediatico attraverso il quale le persone formano le proprie opinioni.
Ciò premesso, vale la pena di porsi due domande: quale spazio di autonomia rimane al cittadino quando pochi grandi attori dispongono di capitali, infrastrutture ed elevate capacità tecnologiche? Quanto è libero il suo giudizio se altri possono influenzare ciò che vede e ciò che considera importante?
L’avvento dell’AI può cambiare, in fondo, il concetto stesso di sovranità. Per lungo tempo il potere politico è stato sottoposto a norme, controlli, responsabilità pubbliche e forme di legittimazione. Oggi una parte crescente dei processi che orientano la vita collettiva si sviluppa soprattutto in luoghi privati, opachi e transnazionali. L’uso degli algoritmi può favorire determinati contenuti, amplificare emozioni, rendere alcune notizie più accessibili e relegarne altre ai margini.
In tal senso, risulta di grande attualità un saggio di Norberto Bobbio pubblicato nel 1984. Infatti, nel Futuro della democrazia, il professore parlava delle “promesse non mantenute” della democrazia, richiamando l’attenzione sulla persistenza delle oligarchie e sui “poteri invisibili”, cioè su quelle forme di potere sottratte alla trasparenza e ai normali meccanismi di controllo democratico. Non si tratta, nella fattispecie, di demonizzare l’Intelligenza artificiale, ma di stabilire quali regole debbano valere per chi controlla segmenti tecnici capaci di incidere sull’orientamento dell’opinione pubblica. Servono trasparenza, responsabilità, autorità indipendenti, concorrenza e cittadini in grado di comprendere i meccanismi fondamentali che influenzano l’ambiente informativo.
L’Unione europea ha già iniziato a muoversi con l’AI Act, che introduce obblighi di trasparenza per determinati sistemi e contenuti generati o manipolati dall’AI. Ma la regolazione, da sola, non basta: può fissare confini, ma non può sostituire la cultura democratica necessaria a controllare ciò che accade al loro interno. Il rischio che si corre è quello di conservare la sovranità come principio formale, mentre le condizioni concrete che ne rendono possibile l’esercizio vengono decise altrove. Per l’appunto, dai nuovi “poteri invisibili”, per citare ancora il filosofo torinese.
Aggiornato il 21 settembre 2026 alle ore 09:45
