Si può scrivere la storia del nucleare in Italia, racchiudendola in un titolo: eravamo i primi, ora siamo gli ultimi. Infatti, il nostro Paese negli anni Cinquanta e Sessanta era considerato il più avanzato in Europa sul terreno della ricerca atomica civile. Purtroppo, un ricco patrimonio scientifico e industriale è stato smantellato (dopo il referendum del 1987) a causa di una scellerata alleanza, sostenuta da ignoranza e paura, tra politici e cittadini.
Forti delle scoperte rivoluzionarie sull’atomo realizzate da Enrico Fermi e dagli scienziati di via Panisperna, ingegneri e ricercatori italiani svilupparono nella seconda metà del Novecento competenze di prim’ordine. In un contesto siffatto, emerse la figura di Felice Ippolito, segretario generale del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare. Egli mise in cantiere e si batté come un leone presso i governanti dell’epoca per attuare un ambizioso programma volto a garantire all’Italia autonomia energetica e sviluppo tecnologico.
Alla metà dei Sessanta il nostro Paese possedeva già diverse centrali operative e occupava una posizione di assoluto rilievo nel panorama occidentale. Quella stagione s’interruppe bruscamente. Il caso giudiziario che travolse Ippolito nel 1963 rappresentò molto più che una vicenda personale. Ancora oggi gli storici discutono se, accanto alle contestazioni di natura amministrativa, abbiano avuto un ruolo anche interessi riconducibili a gruppi economici e industriali ostili alla nascita di un’autonomia nucleare italiana.
Quale che sia il giudizio definitivo, il risultato fu evidente: il programma atomico perse slancio proprio nel momento in cui avrebbe dovuto consolidarsi. L’incidente di Chernobyl nel 1986 diede il colpo di grazia. In quel clima emotivo maturò, come dicevamo, il referendum del 1987. Formalmente gli italiani non risposero a una domanda diretta sull’abolizione del nucleare. I quesiti riguardavano norme specifiche del settore. Politicamente, però, il significato del voto fu interpretato come un rifiuto dell’energia atomica.
La vittoria del Sì portò alla chiusura delle centrali esistenti e all’abbandono definitivo dei programmi di ricerca. In tal modo, l’Italia rinunciò non solo a una fonte energetica, ma anche a competenze industriali e scientifiche costruite nei decenni passati. Si chiusero le proprie centrali, ma si continuò a importare grandi quantità di elettricità prodotta da impianti nucleari francesi. Abbiamo rinunciato ai benefici, tenendoci tutti i rischi. Sfidando il senso del ridicolo ci siamo convinti che, in caso di incidente, la contaminazione radioattiva avrebbe rispettato i confini nazionali, come se questi potessero costituire una barriera fisica alla sua diffusione.
Oggi di fronte alla crisi energetica europea, all’esigenza di ridurre l’emissione di carbonio e alla crescente instabilità geopolitica, il tema torna ad occupare un posto di rilevo nell’agenda politica. La lezione più importante da trarre dalle esperienze passate è che le grandi scelte sul futuro del Paese dovrebbero essere guidate dalla valutazione razionale degli interessi nazionali e non dall’emotività del momento o dalle convenienze elettorali. Se oggi si vuole riaprire il capitolo nucleare, come si è avviato a fare il governo, occorre farlo senza miti, senza paure e senza pregiudizi ideologici. Si riuscirà ?
Aggiornato il 08 giugno 2026 alle ore 10:29
