Sassolini di Lehner
Il curatore dei testi del Quirinale – mi pare si chiami Giovanni Grasso – non ha ritenuto di dover inserire Giorgia Meloni tra le italiane da citare, pur trattandosi della prima donna – e credo l’ultima – chiamata a furor di popolo sovrano a dirigere l’Esecutivo. Si tratta, forse, di una grigiastra omissione cattocomunista collinare, ma quando c’è grasso che cola, bisogna, comunque, godere degli aspetti positivi. D’altro canto, io stesso, nato in Via Principe Amedeo e vissuto in Via Crescenzio 43 e, poi, in Via Cipro 12, non ho il dovere di tifare per nessuna esponente della Garbatella. Èsolo una questione di equilibrio e di onestà intellettuale. Ad esempio, tra le donne epocali è stata evocata dal testo varato da Grasso la figura di Leonilde Iotti, donna invero indimenticabile. A 22 anni suonati – nacque il 10 aprile 1920 – il 5 ottobre 1942, dopo aver militato nella Gioventù italiana del littorio (Gil), prese la tessera numero 1105040 del Partito nazionale fascista (Pnf). Dopo l’8 settembre 1943, perseguì il medesimo percorso totalitario, poliziesco e illiberale, cambiando soltanto il colore: dal nero al rosso. Da Libro e Moschetto fu facile come a molti altri italiani traslocare a Falce e Martello. Divenne staffetta partigiana in bicicletta per liberare l’Italia dal nazifascismo ed elevarla, quindi, a colonia dell’Unione sovietica. La Resistenza rossa fu, però, Anpi-amente tradita. Yalta fu fatale. Contrordine compagni! Addio alla rivoluzione bolscevica: limitiamoci alla via italiana al socialismo col supporto dei dollari del Cremlino, infiltrando Dna sovietico in magistratura, nell’esercito, nelle forze di polizia, nella burocrazia, nell’informazione, nelle università, nella scuola, nelle arti, nel cinema, nella medicina, sino al capolavoro mefistofelico della devastante psichiatria democratica. Leonilde, donna di mondo e di Palmiro, obbedì e divenne “democratica al socialismo”.
Donna Nilde merita eterna memoria anche per altre imprese. Non soddisfatta di militare semplicemente nel Pci, ormai postrivoluzionario, ascese certamente con merito sino ai vertici, divenendo la donna del capo. I bigotti delle Botteghe Oscure la denominarono concubina sfasciafamiglie. Ebbero torto, visto che non fu lei, perché a sfasciare fu Togliatti. Per Palmiro, in realtà, si trattò di vero amore e travolgente passione, tant’è che abbandonò cinicamente al loro destino moglie e figlio, Rita Montagnana e Aldino Togliatti, per giunta entrambi da evitare ed imbarazzanti, essendo ebrei, proprio nella fase acuta dello stalinismo antisemita, culminata con le sanzioni ai medici israeliti accusati di cospirazione e complotto omicidario mirato ad uccidere Andrej Ždanov e molti altri dirigenti sovietici. Di seguito, ecco la strage “legale” della giustizia comunista nei confronti dei perfidi ebrei cecoslovacchi, a cominciare dal già segretario del partito Ksč Rudolf Slánský. Leonilde, in questo caso, va ricordata con un accento di disapprovazione. Fu ospite nella dacia, appena fuori Praga, di Rudolf e Josefa Slànskà, i quali, da veri amici, offrirono, più volte, pranzi, cene, coperte, lenzuola, il loro stesso letto matrimoniale ai due amanti. Nilde e Palmiro trovarono caldo rifugio a Praga, essendo scacciati e sputtanati dai sacrestani delle Botteghe Oscure.
Eppure, neanche una lacrima quando Rudolf fu ammazzato, bruciato e le sue ceneri di sporco sionista gettate nel fango. Josefa mi raccontò quanto Nilde si dimostrasse ingrata e spietata, non rispondendo mai alle sue richieste di aiuto, nemmeno riguardo alle magliette e ai calzini di lana richiesti per i due bambini infreddoliti, incarcerati con lei. Resta agli atti la mia lunga intervista a Josefa pubblicata da l’Avanti!, prima che i golpisti chiudessero il quotidiano. Certo è che Psi e l’Avanti! non furono cancellati dal fascismo, bensì dal pool e dagli iscritti all’Ordine. Il grasso che cola lo adoro, mi piace e lo apprezzo sulla fetta di pane. Assertore che del maiale non si butta niente, seguito a fornire informazioni, sperando che giungano più in alto possibile. Aldino, ragazzo intelligente ma introverso e con sintomi autistici, magari originati dai traumi subiti nel periodo in cui rimase nel collegio di Ivanovo, dove patì le angherie di altri giovani rampolli comunisti, in primis il manesco bullo Zàrko, il rozzo burino figlio di Josip Broz Tito. Ivanovo fu una sorta di soccorso rosso per i figli dei rivoluzionari di tutto il mondo. Come Camorra e Mafia sono solite provvedere ai figli dei loro affiliati incarcerati, così anche il Pcus, la più potente criminalità politica organizzata, ospitò e si curò dei bambini e dei ragazzi – dai 6 al 17 anni – mentre i genitori erano in galera od intenti a combattere liberaldemocrazie, capitalismo e regimi borghesi. Nel collegio internazionalista si studiava il russo, si veniva educati all’ortodossia leninista e ci si avviava a diventare bimbi e ragazzi di “tipo nuovo”. La pedagogia di codesta scuola produsse, però, in Aldo soltanto malessere e seri problemi esistenziali.
Leonilde Iotti, tuttavia, non si occupò mai di Aldo. Eppure, Nilde nel 1950 adottò Marisa Malagodi, divenuta presto valente neuropsichiatra e addirittura docente universitaria. Non risulta che divenne anche provvidenziale sorellastra di Aldo. Palmiro già nel 1964 era stato eliminato con un colpo di coda dal defenestrando Nikita Krusciov. Mai accettare vacanze offerte dal Politbjuro, come insegnò l’invitato comunista polacco Bolesław Bierut ritornato dalle vacanze russe in una scatoletta di legno. Di Aldo, se ne prese sempre cura la madre, Rita Montagnana, sino all'anno della morte, 18 luglio 1979. Nel 1980 Aldo, rimasto solo, in balìa di sé stesso, viene ricoverato, su ordine del Pci, a Villa Igea, clinica privata di Modena, dove degrada a numero: “Aldo 227”. Ha solo 55 anni, ma ci resterà per trent’anni fino alla morte. La legge Basaglia voluta anche dal Pci, per il figlio di Togliatti non valse. Di lui non si occupò mai Leonilde, bensì il bravo e umano compagno Onelio Pini, che per anni andrà a recapitargli solidarietà, sigarette e settimana enigmistica. Iotti, inoltre, fu pure prediletta dalle toghe rosse o solo golpiste e, per così dire, preventivamente amnistiata.
Del resto, a riprova della realtà, cioè che l’Italia, dal Colle in giù, fu e cercò di rimanere l’ultima repubblica sovietica, nella stagione del colpo di Stato di mani pulite nessuna indagine riguardò i presidenti della Camera che dagli anni Settanta sino all’esplodere di Tangentopoli vennero meno al dovere di verificare la veridicità dei bilanci dei partiti. La storia racconta una vergogna trinariciuta taciuta dai mass media: non ci fu alcun pubblico ministero che ebbe l’idea di convocare, nemmeno come persone informate dei fatti, i seguenti presidenti di Montecitorio negli anni in cui vigeva la legge sul finanziamento pubblico ai partiti: Pietro Ingrao, il famigerato “fascista ingrato” (5 luglio 1976-19 giugno 1979); Nilde Iotti (20 giugno 1979-22 aprile 1992); Oscar Luigi Scalfaro (24 aprile 1992-25 maggio 1992); Giorgio Napolitano (3 giugno 1992-1994). Nessuno di loro fu incriminato, anzi neppure interrogato o spettinato, per aver disatteso la legge, legittimato e favorito Tangentopoli. Infine, merita eterno ricordo, a conferma che grasso che cola porta sempre buone nuove, quando Nilde Iotti, dando prestigio alla propria carica di presidente della Camera, scrisse la prefazione al libro Romania, socialismo, collaborazione e pace, opera imperdibile di quella santissima democratica progressista assassina di Elena Ceausescu. Grasso che cola dal Colle emana sempre notizie confortanti, tali da confermarci cosa siamo diventati grazie ai miliardi di dollari del Pcus.
Aggiornato il 05 giugno 2026 alle ore 10:23
