Austerità e crescita: la politica del distruttivismo

L’Istituto Bruno Leoni, tra i tanti meriti, annovera l’orologio del debito pubblico, che per primi gli americani liberali (liberali con la “i” finale) misero in funzione su un palazzo di New York, se non ricordo male. Pure “Il Giornale”, non so all’epoca da chi diretto ma su mio suggerimento, se ben ricordo, per un certo tempo pubblicò quotidianamente la danza delle “ore” di quell’orologio. Nel sito dell’Ibl, in basso della prima pagina, le cifre del debito pubblico scorrono così velocemente che è impossibile annotarle tutte all’istante. Tuttavia l’orologio del debito pubblico è leggibilissimo nelle migliaia. Il 20 maggio 2026, alle 11, il debito pubblico dell’Italia era 3.186 miliardi e rotti, crescenti vorticosamente.

La premessa mi serve non solo per rendere il dovuto riconoscimento all’Ibl e per pubblicizzarne l’orologio, che segnatamente i politici italiani dovrebbero acquisire ogni mattina, ma soprattutto come spunto per richiamare all’attualità e tornare a parlare di austerità e crescita, due parole che sembrano scomparse da tempo dal dibattito politico ed anche dal semplice uso nel linguaggio dell’establishment. Non moltissimi mesi addietro, le invettive contro l’austerità e gli spasimi per lo sviluppo erano all’ordine del giorno, un bla bla bla continuo, alternato, ossessivo, fatuo, a seconda della posizione parlamentare di maggioranza od opposizione. Anche i pochi consapevoli che scagliarsi addosso le due parole non avesse nulla a che fare con il senso economico e politico dei provvedimenti implicati e coerenti con esse, le adoperavano come armi di polemica politica, guardandosi bene dallo scendere nei dettagli conseguenti.

Nella logomachia su sviluppo e austerità non veniva minimamente percepito l’involontario aspetto umoristico: ciò che divideva i disputanti e fintamente li contrapponeva non era l’alternativa tra risparmiare e spendere ma l’entità del deficit. Parlando in diritto, era stata approvata la riforma costituzionale dell’einaudiano articolo 81, già sistematicamente tradito nel passato, complice la Consulta, con il considerare “mezzi” anche la copertura del solo primo anno delle spese pluriennali e i debiti, abbandonando il pareggio e scegliendo l’equilibrio di bilancio. Parlando in fatto, austerità e crescita sono andate a braccetto per modo che l’austerità non ha frenato il debito mentre la crescita non ha prodotto sviluppo. I 3.186 miliardi e rotti, vorticosamente crescenti, del debito pubblico alle ore 11 del 20 maggio 2026 dovrebbero indurre i logomachi a meditare sul disastro compiuto con la loro insulsa diatriba, che ha evidenziato capacità dialettica quanto impotenza a provvedere.

Di deficit in deficit, di crescita in crescita, di austerità in austerità (anche austerity che suona colto), di sviluppo in sviluppo, l’Italia è ferma da un quarto di secolo a prescindere dai governi e dalle maggioranze. C’è sempre un’emergenza da poter risolvere a debito, con debito montante, finché sopravvengono emergenze improvvise che diventano esiziali e il debito, non potendo più essere finanziato, sarà ridimensionato con l’inflazione, inverando il monito di David Hume: “O la nazione distrugge il debito pubblico o il debito pubblico distruggerà la nazione.” Sulla stessa linea di Hume è il suo amico Adam Smith secondo cui “ciò che è prudenza nella condotta di ogni famiglia privata, può difficilmente essere follia in quella di un grande regno.” Per non dire di Ludwig von Mises: “La politica del liberalismo è il comportamento del padre di famiglia prudente, che risparmia e costruisce così per sé stesso e per i suoi successori. La politica del distruttivismo è quella del dissipatore, che sperpera ciò che ha ereditato incurante del futuro.”

Nell’ultimo quarto di secolo, la classe politica, con le ininfluenti eccezioni di sparute voci di esortazione e di riprovazione, mostra di aver intrapreso la politica del distruttivismo. Infatti, non solo ha dato credito alla tesi completamente sbagliata, come dimostra Smith, secondo la quale il debito pubblico sarebbe un capitale che si aggiunge all’altro capitale del paese e moltiplicherebbe lo sviluppo “più di quanto potrebbe esserlo soltanto per mezzo dell’altro capitale”, ma ha anche abbandonato la responsabilità fiscale, spendendo senza imporre i correlativi tributi e così indebitandosi in progressione costante (i tributi sono dolorosi in termini di soldi e voti; il debito, no!).

In realtà la classe politica non ha lesinato neppure sui tributi, accrescendoli fino a gestire circa la metà del reddito nazionale. Il prelievo non può dirsi né virtuoso né indispensabile né temporaneo né bastevole, tant’è che ha dovuto sopperire il debito. Una classe politica che, stando ai risultati, ha dimostrato di concepire la politica di bilancio come una scommessa, puntando sull’illusoria speranza che, investendo una quota aggiuntiva di debito, avrebbe incrementato la crescita economica, convinta di poter ottenere, meglio degli imprenditori, un investimento produttivo, e così appagata di aver fatto “debito buono” anziché “debito cattivo”. A parte che la distinzione, per quanto autorevolmente riproposta, è nondimeno inesatta, perché ogni investimento è di per sé aleatorio, resta il fatto che soltanto una classe politica soffusa di candore o gonfia di presunzione potrebbe suppore di saper intraprendere meglio della classe imprenditoriale.

Meglio dunque lasciare nel dimenticatoio le parole austerità e crescita, visto il distorto significato che hanno preso, e adottare le parole appropriate alla situazione italiana, al lessico del Paese che alle ore 11 del 20 maggio 2026 ha accumulato un debito di 3.186 miliardi e rotti, sempre crescenti. Distinguiamo finalmente i costruttori dai distruttori, i dissipatori dai risparmiatori, i prudenti dagli avventati. Esistono in politica i buoni padri di famiglia come gli snaturati. Bisogna selezionarli, tenendo bene a mente che tanto cresce il debito pubblico quanto diminuisce la libertà di scegliere ed agire della nazione.

Aggiornato il 22 maggio 2026 alle ore 09:56