In passato, riguardo alla dimensione di statista di Giorgia Meloni abbiamo eccepito che no, non aveva raggiunto quell’altezza di pensiero e di visione del futuro della nazione che sole indicano l’avvenuto salto di qualità di un politico. Stavolta ce l’ha fatta, ha superato l’ideale asticella rimasta insuperata negli ultimi due decenni dai leader che si sono succeduti alla guida della nazione.
Le parole pronunciate in Parlamento sanciscono il diverso spessore della Meloni rispetto alla mediocrità diffusa nella classe politica nostrana. E non solo nostrana. Grande discorso quello di ieri, per ampiezza di contenuti e per determinazione nell’assunzione della postura leaderistica. Tutto si potrà dire della Meloni ma non che non sia, in un momento di grave temperie della storia, un timoniere responsabile e consapevole delle scelte da compiere, quand’anche alcune di esse possano apparire – o essere – sgradite all’opinione pubblica.
Tutto le si potrà contestare ma non il fatto che non abbia idee chiare sul percorso da seguire per portare la navicella Italia fuori dalla tempesta, in acque sicure. Tutto le si potrà rinfacciare ma non di aver glissato sulla responsabilità della sconfitta referendaria. E neppure le si potrà addebitare il fatto di non aver avuto il coraggio di sfidare le opposizioni sul merito delle cose e, invece, di aver ceduto alla tentazione di rispondere alle diffamazioni con altrettante insinuazioni diffamatorie rivolte all’indirizzo degli avversari. Molti dei passaggi del suo discorso ci hanno convinto. Tuttavia, da uno in particolare siamo rimasti entusiasticamente colpiti.
La sinistra sparge ossessivamente veleno sul rapporto creato dal premier italiano con Donald Trump: Giorgia Meloni succube del tycoon; Giorgia Meloni cheerleader del trumpismo; Giorgia Meloni ancella di corte del sultano americano, e tante altre vomitevoli accuse immesse nel ventilatore mediatico. A lei, sono bastate poche parole per spiegare agli italiani perché la relazione privilegiata con gli Stati Uniti rappresenti un pilastro della difesa dell’interesse nazionale, a prescindere da chi sia il temporaneo inquilino della Casa Bianca. Nessuna subalternità psicologica, nessuna sindrome di Stoccolma, ma l’assoluta consapevolezza della necessità di sostenere attivamente la cooperazione tra le due gambe dell’Alleanza atlantica –quella americana e quella europea – per tenere in piedi l’identità della civiltà occidentale. Questa è lungimiranza, che appartiene allo statista e non al bottegaio della politica.
Sulla politica estera è certificato che il Governo di centrodestra abbia una posizione coerente che si riflette beneficamente sull’economia italiana. Potrebbero dire lo stesso i capi e capetti della sinistra, a parti invertite? Basta ascoltarli per farsi un’idea di quanto il Paese rischierebbe se, in un momento storico complicatissimo quale quello che stiamo vivendo, a Palazzo Chigi e nei luoghi delle istituzioni vi fossero loro, i “compagni”, a reggere il timone della nazione. Tranquilli, per adesso il Governo resta al suo posto, non va a casa, non getta la spugna.
Questa si chiama responsabilità, si chiama coraggio, si chiama etica del dovere. Dovere da compiere anche quando non vi sarebbe convenienza a farlo mentre scappare sarebbe più vantaggioso. Una parte dell’opinione pubblica potrà anche non nutrire simpatia per la Meloni, ma in cuor proprio ringrazia il Signore che a Palazzo Chigi vi sia lei, e che non molli la poltrona nell’ora più buia. Non lo pensano solo quelli di destra. Intimamente, lo auspicano anche i suoi detrattori di sinistra i quali, non a caso, le attribuiscono la colpa per tutti i mali del mondo ma si guardano bene dal chiederne le dimissioni.
Perché il Pd, il Cinque Stelle e Avs non spingono l’acceleratore della crisi chiedendo “a spron battuto” le dimissioni del premier e della sua squadra di Governo? Perché le opposizioni non vanno a bussare alla porta del Capo dello Stato per sollecitare la sua moral suasion sul presidente del Consiglio affinché prenda atto del verdetto delle urne referendarie e ne tragga le conseguenze aprendo la crisi di governo?
La risposta è semplice: sono loro i primi a volere che Meloni resti dov’è, a tirar via quelle castagne dal fuoco che loro non saprebbero neppure sfiorare. D’altro canto, è più facile sputare addosso a chi trascina la carretta quando la strada si fa più ripida e scivolosa, che prenderne il posto alla stanga. Meglio allora puntare sul logoramento, riempendo nel frattempo la testa degli italiani di fake news, diffamazioni, insulti, calunnie su chi governa, nella speranza che il giorno delle urne quella stessa gente si lasci abbagliare dall’illusione che un futuro migliore e più prospero sia possibile votando chi, nell’ora della sciagura, si è limitato a tifare per il naufragio della nazione e non ha remato in direzione della salvezza collettiva. A sinistra, si illudono che una strategia da meschini bottegai alla lunga possa produrre risultati. Gli italiani non sono scemi. E neppure labili di memoria. Al momento giusto si ricorderanno di chi si è battuto per difendere il loro interessi e i loro diritti e chi, invece, ha inneggiato al disfattismo.
Con ciò si vuole asserire che vada tutto bene madama la marchesa? Certo che no. Non va tutto bene. Alcune cose sono state fatte bene, altre sono state sbagliate. Altre ancora dovranno essere portate a compimento. Meloni è consapevole di dovere proseguire nel solco tracciato, visto che non sarebbe serio e neanche onorevole cambiare l’agenda di Governo in corsa tradendo il mandato ricevuto dagli elettori. Perciò, tranquillizza apprendere che il premier abbia piena contezza della necessità di insistere sulle linee di fondo che hanno caratterizzato l’offerta politica del centrodestra. A cominciare dall’imperativo categorico della riduzione delle tasse e dello snellimento della macchina burocratica, non trascurando gli aspetti legati all’aumento della percezione di sicurezza da parte dei cittadini.
Poi c’è la questione dell’Europa: un nodo spinoso. La Meloni ha dimostrato che c’è modo e modo di essere europeisti. C’è la maniera della sinistra, che vorrebbe l’Italia vassalla dell’asse carolingio inchiavardato con le stanze del potere a Bruxelles. E c’è la maniera della destra, che in Europa vuole starci ma a schiena dritta, facendo valere il peso dell’Italia che, per storia, capacità produttiva, forza finanziaria dei suoi cittadini, non è seconda a nessuno nel Vecchio continente. Con la prima condotta ci si acconcia ad attendere i diktat altrui; con la seconda, ci si dispone a combattere su ogni singolo provvedimento allo scopo di conquistare assetti normativi compatibili con l’interesse nazionale.
È, ad esempio, la questione del famigerato EU ETS (Emission Trading System), il sistema di tassazione europea sulla CO2 che rende insostenibile il costo dell’energia in un momento di esplosione della bolletta petrolifera. La Meloni ha inteso ingaggiare un confronto serrato con le istituzioni europee perché quella misura pensata in favore di una politica ambientalista molto spinta sia ripensata, o almeno mitigata. Così facendo scontenta gli amanti del green? Pazienza, se ciò dovesse comportare l’incresparsi di un’onda di disapprovazione.
Uno statista si preoccupa di guardare oltre la punta del proprio naso e di scorgere per tempo le nubi temporalesche che si stagliano all’orizzonte, pronte ad abbattersi sulle capacità produttive della nazione e, per caduta, sui livelli occupazionali dei lavoratori. Giorgia Meloni è inciampata sulla bocciatura referendaria. Ciò l’ha preoccupata, com’è giusto che fosse, ma non ne ha fatto un dramma. Ha speso qualche giorno per medicarsi le sbucciature procurate nella caduta e si è rimessa in piedi, pronta a riprendere la corsa, fino al traguardo. Di cosa dovrebbe dolersi chi è di destra? Probabilmente di nulla, visto che i primi a credere e a scommettere sulla solidità del Governo Meloni sono i mercati finanziari. Lo ricordate lo spread, l’ossessione che toglieva il sonno agli italiani nei primi anni del nuovo secolo? Oggi nessuno ne parla, sebbene sia ai minimi storici nonostante l’ambaradan che tutta l’Europa sta vivendo a causa della crisi Usa-Israele-Iran. Non è forse un segnale da cogliere positivamente il fatto che gli investitori, cioè coloro che ci mettono i soldi, puntino sul successo della nostra coriacea presidente del Consiglio? Se ci credono loro, perché non dovrebbero crederci gli italiani nell’underdog divenuta statista?
Aggiornato il 10 aprile 2026 alle ore 10:11
