Mario Giordano, dal raglio al sermone stonato

Sassolini di Lehner

Il primo sintomo, che tu, disgraziatissimo bipede, stai sprofondando con tutte le scarpe nel personaggio ridicolo e dannoso di “utile idiota” – lo scemo più o meno consapevole di lavorare gratis per il conformismo e il conservatorismo dei burosauri rossi – proviene dallo stetoscopio a testa piatta di Dagospia. Se Roberto D’Agostino ti cita e ti accarezza, devi preoccuparti, perché la promozione significa che la metamorfosi kafkiana è già in corso. Non sei più il signor Gregor Samsa, ma lo scemo del villaggio, per giunta degradante nello schifoso Ungeziefer. D’Agostino, da turpiloquente abituale, tradurrebbe quella parola tedesca con “bacarozzo”, mentre, nel tuo caso, la trasposizione più corretta dovrebbe essere “insetto o verme servile”. L’ultimo promosso e lusingato da Roberto è il giornalista Mario Giordano, elevatosi a recensore dell’Ars amandi di Matteo Piantedosi, avendo postato dal pergamo moralista un sanguinoso interrogativo sul ministro e, di fatto, sull’Esecutivo Meloni: “Qualcuno dovrà spiegare agli elettori del centrodestra se gli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni sono dovuti al merito (come avevano promesso) o a qualcos’altro. Perché non sarebbe bello scoprire di essere passati dall’amichettismo all’amantismo”.

Sputare sul piatto dove da sempre si mangia potrebbe essere prova di stoica originalità e di eroica autonomia di giudizio. Peccato, però, che il lessico, vedi “amantismo”, ricalchi troppo un precedente post di Claudio Masetta Milone – il copyright di “amantismo” spetta di diritto al suddetto – che Giordano non cita. Mario è certamente benemerito per le trasmissioni televisive reiterate, ben mirate e ottimamente preparate contro le occupazioni di appartamenti e di caseggiati. In tivù è stato ed è bravo. Rispetto a tanto apprezzabile ingaggio contro il bacillo Salis non dovrei ricordare uno spiacevole precedente. Invece, essendo cattivista, giammai buonista, lo spiattello. Poco meno di 20 anni fa fui sospinto a elevarlo da bipede a quadrupede, chiamandolo, sulle pagine de Il Tempo di Roma, somarello. In verità, l’onorificenza – adoro gli asinelli, che, essendo savi, corretti, giusti e gran lavoratori, non risultano iscritti all’Ordine dei Giornalisti – la assegnai, a pari merito, a Mario e all’allora Guardasigilli Angelino Alfano.

Fui pure troppo buono, essendo davvero infuriato – il ragioner D’Agostino direbbe “incazzato”. M’ero fatto in quattro, sino a divenire assillante, per convincere il caro Silvio Berlusconi che il miglior testimonial della sua riforma della giustizia fosse Giovanni Falcone, che, proprio per le sue posizioni non conformi, fu emarginato, sbertucciato, addirittura calunniato dalla corporazione togata e dai Catoni forcaioli e strabici de la Repubblica. Sul quotidiano di Eugenio Scalfari apparvero non solo infami sospetti, tipo tener nascoste prove, ma anche prose mirate a ridicolizzarlo: “Egli è stato preso da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana, spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente con le loro fumose, insopportabili logorree. Ecco il giudice Falcone entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli autori di instant books, degli opinionisti al minuto, dei noti esperti, degli ospiti in studio; eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi”.

Ebbene, l’aguzzo e paziente Silvio comprese al volo quanto gli proponevo, attivando immediatamente Guardasigilli e il Giornale, allora diretto non più da Vittorio Feltri, ma proprio da Mario Giordano. Il direttore intervistò Alfano, per l’appunto, sulla riforma coincidente con le idee controcorrente di Falcone. L’intervista, che avrebbe dovuto affibbiare un sonoro ceffone alla casta faraonica ed ai postcomunisti, sprofondò, invece, nell’autogol da cretinetti, tra il ridicolo e il demenziale, perché diede ai nipotini di Stalin l’opportunità di glissare sul riformismo di Falcone e di spostare l’attenzione su quanto il centrodestra fosse inesorabilmente il pianeta dell’ignoranza, dell’approssimazione e della cialtroneria. Nel testo, infatti, spuntò fuori un tizio sconosciuto, tal Marcello Padovani, usurpando il posto della giornalista Marcelle, coautrice del libro di Giovanni Cose di Cosa nostra (Rizzoli. Milano 1991).

Da sinistra risate e barzellette sul misterioso Marcello, il giustiziere mascherato dell’antimafia da avanspettacolo, partorito dagli emeriti, eterni imbecilli del partito di Berlusconi. Toccato dal mio corsivo sul madornale svarione (il pezzo era intitolato, se non ricordo male, I due asinelli), mi telefonò Alfano, giurando che aveva letto attentamente il libro e che la bestialità non proveniva da lui, bensì dall’intervistatore, cioè da Giordano. Al direttore, che, quanto meno, non aveva degnato di attenzione un proprio pezzo, peraltro importantissimo, spettò, dunque, in solitaria il titolo di somaro. Quel raglio fastidioso e sconsiderato fu presto dimenticato – del resto, nessun giornalista paga per gli strafalcioni a mezzo stampa, vedi Michele Serra, Massimo Giannini e quanti altri poco scolarizzati o semianalfabeti vengono periodicamente ripresi con matita blu dal bravo Stefano Lorenzetto.

Sembrano tornati non dico i ragli, ma le stonature moleste, oggi esaltate da Dagospia. Visto che quandoque bonus dormitat Homerus, può essere accaduto anche a Giordano di sonnecchiare e non accorgersi che stava per cadere in errata allusione. Si è, infatti, posizionato come cavallo al bilancino del velenoso carro di Tespi, che quotidianamente trae da ogni particolare, anche il più irrilevante, l’occasione per mettere in scena pettegole tragicommedie sui diabolici complotti della Spectre capitanata dal 2022 dall’unica erede di Ernst Stavro Blofeld, la cattivissima Giorgia Meloni. In questo momento, chi davvero paventa, in nome della religione della libertà, la presa di Palazzo Chigi da parte della nuova “gioiosa macchina da guerra” rappresentata dal campo extralarge, non si unisce al coro dei gossippari, dei turpiloquenti e dei detrattori a priori; e non accetta certificati di idoneità da Roberto D’Agostino. A questo punto, pur avendo espresso, molti mesi fa, opinioni assai negative su Andrea Del Mastro non per le incolpevoli bistecche, ma riguardo ad una questione davvero seria come le promesse non mantenute riguardanti i giudici onorari, a questo punto sento il dovere di stare dalla parte di Andrea Del Mastro Delle Vedove, esprimendogli totale solidarietà per l’ennesima spropositata, barbarica, perfida gogna scaturente dal ferino mai civilizzato circo mediatico-giudiziario.

Aggiornato il 03 aprile 2026 alle ore 09:25