Cosa significa Craxi ai vertici di Forza Italia

C’è qualcosa di profondamente simbolico –e tutt’altro che casuale – nella scelta di Stefania Craxi come capogruppo al Senato di Forza Italia, con l’avvallo, se non addirittura l’impronta decisiva, di Marina Berlusconi.

Ma per capire davvero il senso di questa scelta, bisogna tornare a un rapporto che ha segnato in profondità la storia italiana: quello tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.

Non fu una semplice alleanza. Fu un incontro tra visioni del mondo compatibili, tra due uomini che, pur provenendo da percorsi diversi, condividevano un’idea comune di modernizzazione del Paese, di autonomia della politica, di libertà economica e di centralità dell’Italia nello scenario internazionale.

Craxi fu il leader politico che più di ogni altro comprese il ruolo strategico della comunicazione, dell’impresa, dell’innovazione. Berlusconi fu l’imprenditore che seppe interpretare e sviluppare quella intuizione, trasformandola in sistema, in linguaggio, in egemonia culturale.

Il loro rapporto attraversò una stagione decisiva: quella della fine della Prima Repubblica. E quando tutto crollò sotto i colpi di Tangentopoli, ciò che rimase non fu solo un vuoto politico, ma anche un vuoto culturale.

È lì che si inserisce la discesa in campo di Berlusconi. Non come un corpo estraneo, ma come il continuatore, in altra forma, di una visione che con Craxi aveva già trovato una sua prima espressione compiuta. Forza Italia nacque anche da quella eredità: dalla necessità di salvare e rilanciare una cultura politica travolta, ma non sconfitta.

Oggi, con Stefania Craxi ai vertici del partito, quel filo si rende di nuovo visibile.

Non è solo una questione familiare o simbolica. È il riemergere di una continuità politica profonda: quella tra il riformismo socialista craxiano e il liberalismo pragmatico berlusconiano. Due tradizioni che, insieme, hanno rappresentato una delle stagioni più incisive della politica italiana.

Non si erano mai davvero separati, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Non nelle idee, non nella visione dello Stato, non nell’approccio alla modernità. E oggi, attraverso una nuova generazione, quella connessione torna a manifestarsi in modo esplicito.

È difficile non cogliere, in tutto questo, anche una dimensione evocativa. Come se la storia, dopo anni di tentativi di rimozione, tornasse a ricomporsi. Come se quel rapporto – spesso raccontato in modo parziale o riduttivo – venisse oggi riletto per ciò che è stato: un asse politico e culturale decisivo.

Viene quasi spontaneo immaginare Bettino Craxi e Silvio Berlusconi osservare questa scena. Non con nostalgia, ma con il riconoscimento di una continuità. Di un lavoro che, in fondo, non si è mai interrotto.

Perché ciò che torna oggi non è solo un nome, né solo una memoria. Torna un’idea precisa di politica: autonoma, garantista, liberale, riformista. Una politica che non si piega al giustizialismo e che non rinuncia a governare la complessità.

Per Forza Italia, questo passaggio può essere molto più di un riequilibrio interno. Può rappresentare il recupero consapevole di una delle sue matrici più profonde: quella che nasce proprio dall’incontro tra Craxi e Berlusconi.

Un incontro che non appartiene solo al passato. Ma che, oggi più che mai, torna a parlare al presente.

Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 09:53