Nel 2001 Maurizio Gasparri, uomo di punta di Alleanza Nazionale, diventò ministro delle comunicazioni nel secondo governo Berlusconi. Tre anni dopo uscì la legge che porta il suo nome, un notevole passo avanti tecnologico.
La fucina ministeriale, in largo Brazzà, nei pressi della fontana di Trevi, era assiduamente frequentata da molti emergenti, una per tutti Giorgia Meloni, ventiquattro anni, che Gasparri e La Russa sostennero nella scalata alla presidenza di Azione Giovani. Capo della segreteria particolare del ministro era Luca Sbardella, al tempo ventottenne, il quale sarà eletto una ventina d’anni dopo alla Camera, ma in quota Fratelli d’Italia, allontanandosi da Gasparri, passato nel 2013 a Forza Italia, del cui gruppo al senato diventerà presidente.
Il blitz che quattordici senatori hanno messo a segno la scorsa settimana costringendo Gasparri a lasciare la presidenza del gruppo fa pensare che l’ispiratrice, Marina Berlusconi, ritenga superata l’era gasparriana e voglia rinnovare il partito iniziando con Stefania Craxi.
È evidente che il problema non sia generazionale: non è pensabile che i quattro anni di differenza con la sessantacinquenne figlia d’arte costituiscano una barriera. E nemmeno i firmatari della congiura anti-gasparriana sono tutti ragazzini: Maria Elisabetta Alberti Casellati sta planando verso gli ottanta, Paolo Zangrillo si ferma a sessantaquattro, mentre Claudio Lotito, il laziale che sembra il deus ex-machina di questa congiura peraltro nordistica, ha un anno meno del silurato. Certamente, nulla a che fare con il calcio: il filmato di Gasparri che, ridendo, insegue Lotito per mettergli al collo una sciarpa della Roma diventò virale. Si dice piuttosto che il biancoceleste non si sentisse sufficientemente ascoltato.
Sembra ormai chiaro che la maggiore colpa dell’ex-presidente dei senatori forzisti sia la romanocentricità, ora interpretata come immobilismo: molti giurano che i settentrionali vogliano prendere in mano il partito, una specie di Forza nord in grado di curare le ferite del referendum, che qualcuno indica come pretesto per cambiare tutto.
Certo, il tempo passa e le situazioni cambiano. Silvio non c’è più e gestirne l’eredità è un grosso problema. Ma il fatto che Maurizio Gasparri sia costretto alle dimissioni subito dopo Delmastro, Bartolozzi e, soprattutto, Santanché, potrebbe apparire come un errore, di sostanza e di tempismo: di sostanza, perché sembrerebbe quasi che a Gasparri si rivolgessero accuse simili a quelle indirizzate agli altri tre. Di tempismo, perché l’affaire Maurizio andava, semmai, gestito molto più avanti, per evitare di fornire alla sinistra altri argomenti di polemica e di trionfalismo.
Maurizio Gasparri è figlio e fratello di generali dell’Arma dei Carabinieri. Sembra rispondere obbedisco al putsch che lo riguarda. E sicuramente si impegnerà nella presidenza della commissione Esteri e difesa del senato che gli sarà affidata, scambio di ruoli con la Craxi.
Ma adesso potrebbe toccare ad Antonio Tajani, anche se per ora casa Berlusconi continua ad esprimergli simpatia: è però difficile pensare che una dirigenza spostata in massa a nord e avida di rinnovamenti sostanziali possa mantenere a lungo un leader romano su cui aleggiano accuse di acque stagnanti, simili a quelle rivolte a Gasparri. Acque in cui nuota anche un terzo uomo, il campione delle piscine olimpiche Paolo Barelli, settantuno anni, capogruppo alla Camera dei deputati: rimarrà a galla?
Per iscritti e simpatizzanti, questo è il momento, molto delicato, in cui sussurrare (l’urlo lo lascino alla sinistra): forza Forza Italia.
Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 09:33
