La Costituzione italiana, come sostiene un articolo di pubblicato su Il Riformista, non è un feticcio e non è un tabù, manco fosse il Corano per Osama Bin Laden (una Costituzione o è viva e modificabile oppure è una forma di integralismo conservatore retrivo). Non è “la più brutta del mondo” – viste le tante tirannie e democrature – ma lo è tra le democrazie occidentali come osserva Antonio Cardellicchio, e di sicuro presenta alcuni problemi legati al tempo trascorso e a un mondo che è decisamente cambiato. Analizzando il famoso articolo 1 si rilevano alcuni problemi, a partire dal fatto che fu voluto dal Partito comunista italiano richiamandosi alla Costituzione sovietica del 1936, dettata da Josip Stalin. Sarebbe stato preferibile utilizzare un concetto mazziniano come “la Repubblica italiana si fonda sui diritti e i doveri dei cittadini e di chi ha responsabilità di governo”. Questa unione dei contrari venne espressa nel libro più importante del politico ligure, I Doveri dell’Uomo (1860), in cui il padre del Risorgimento raccomandava ai futuri leader politici la necessità di unire alla cultura illuminista dei diritti il richiamo alla responsabilità individuale del dovere.
Glorificare soltanto i diritti ha portato a distorsioni populistiche, soprattutto nelle culture totalitarie e post giacobine, che li spargono a piene mani nelle favole dei loro programmi politici. Quando però il partito totalitario conquista il potere, i diritti spariscono (predicare i “diritti” significa in questi casi abbindolare gli elettori-cittadini con una tecnica utilizzata anche dai regimi fascisti). Dopo la rivoluzione sovietica infatti, la nuova dittatura impose al “proletariato” il dovere assoluto di ubbidire al Partito. L’articolo 1 è infine di cattivo gusto perché il mondo aveva appena avuto coscienza dell’orrore della Shoah, segnato da campi di sterminio al cui ingresso era riportata la tremenda scritta Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi). Non puoi fondare una Repubblica su una frase simile a quella scritta sui lager (nei gulag, nati prima di quelli tedeschi, non c’erano scritte, solo il lavoro forzato). Comunque la Costituzione italiana non è di tipo sovietico, ma il riferimento al “lavoro” fu voluto dalle sinistre proprio per segnare la loro vicinanza alle costituzioni socialcomuniste.
La nostra Costituzione fu soprattutto il frutto di un compromesso tra liberaldemocrazia e dittatura del proletariato, ovvero tra democratici e comunisti, rappresentati dalla Democrazia cristiana e dai partiti laico-liberali, e dall’altro lato dai frontisti socialcomunisti e dal Msi postfascista. Il compromesso storico numero uno consistette quindi nell’inserire il comandamento del valore del lavoro proletario in un contesto di democrazia parlamentare pluralista, vicina anche ai sentimenti della borghesia e dell’impresa. Quindi la nostra Costituzione è comunque ben lontana dal “centralismo democratico” e dal totalitarismo della dittatura monopartitica sovietica. Il lavoro non era inteso come un obbligo statale di stampo nazista e sovietico. Vi furono già all’epoca dei critici verso quel compromesso tra liberaldemocrazia e uno stalinismo che in Italia si travestì da agnello per avere una captatio benevolentiae. Uno di questi fu il giurista e antifascista (fu cofondatore di Giustizia e Libertà e sottoscrisse il Manifesto antifascista di Benedetto Croce) Piero Calamandrei, che espresse dubbi sulle fondamenta sovietiche richiamate dal lemma “lavoro”, e sulla limitazione al potere sovrano del “popolo”, che però lo esercita “nei limiti della Costituzione”, una formula ipercubica che può significare tutto e nulla, l’ovvio e lo strano. Calamandrei disse anche che la Costituzione era “lettera morta”, ma poi corresse il tiro, affermando che era il testamento dei partigiani morti nel corso della Resistenza.
LA COSTITUZIONE SOVIETICA DEL 1936
Il primo articolo dell’Unione sovietica stalinista recita: “L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche è uno Stato socialista degli operai e dei contadini”. Rispetto a quella italiana del 1947, il “popolo” viene escluso, mentre “operai e contadini” è una espressione che significa nei fatti “Partito comunista dell’Unione sovietica”. Stalin disse esplicitamente che l’articolo 1 era perfetto, perché l’Urss aveva già eliminato le classi sfruttatrici (capitalisti, kulaki) e quindi in Russia vigeva la democrazia più pura, quella proletaria. Quanto ai “capitalisti e kulaki” circa 17 milioni di russi – un sovietico ogni 10 – finì nei 384 gulag-er nel corso delle grandi purghe staliniane. Nel comunismo russo (come in quelli successivi e predicati come “light”, “sugar free”, eccetera, come quello di Cuba), furono aboliti opposizione e pluralismo, e persino lo Stato, perché tutto il potere era concentrato nel Partito comunista. I diritti erano parole al vento, come nella Germania nazista. Sarà così anche nella Cina post Mao Zedong, dove il capitalismo ha prodotto un’economia performante, rispetto al suicidio economico sovietico e alla miseria precedente in Cina, a patto che tutto il potere restasse concentrato nel partito comunista cinese, senza opposizione né libertà di espressione. Nella Costituzione sovietica e cinese vigeva il primato anche sullo Stato: Il Partito dirigeva gli apparati, non viceversa. Questa formula è stata moderata nei partiti socialisti-comunisti occidentali, dove però la funzione di controllo è affidata simultaneamente sia allo Stato sia al movimento politico (statalismo e giustizialismo).
Al di là delle Costituzioni italiana (1947) e stalinista-sovietica del 1936, e in particolare dell’articolo 1, furono molti i legami culturali, politici ed economici tra Russia comunista e il Pci italiano (ma già prima tra i Soviet e il fascismo mussoliniano). L’ex dissidente russo Vladimir Bukovskij scrisse che a Roma vi era la più grande residentura del Kgb del mondo, di cui il quotidiano Paese Sera sarebbe stata una copertura. Il ruolo del quotidiano risultava da documenti portati in Occidente da Vasili Mitrochin, un ex archivista del Kgb. Di sicuro il Pci svolse un ruolo non secondario quando la Fiat impiantò a Togliattigrad una fabbrica di auto. Malelingue parlano di un ruolo sovietico nella rivolta del 1960 contro il primo ministro Fernando Tambroni e il congresso missino che si doveva svolgere a Genova. I fatti del 1960 ebbero comunque un rilievo straordinario, dato che portarono al centrosinistra e chiusero la fase del boom economico. Il giudice Giovanni Falcone, assassinato nella strage di Capaci, stava indagando sui finanziamenti sovietici al Pci italiano. Qualcuno arrivò a dire che non si trattava soltanto di quelli standard, ma anche del “tesoro” dei Soviet sparito misteriosamente dalla Russia. Si parlava di un trasferimento all’estero di quel capitale, che – se esistente – sarebbe stato miliardario. L’inchiesta si chiamava “Oro di Mosca”. Falcone stava per partire per Mosca, dove collaborava con un collega russo, prima di essere assassinato nell’esplosione spaventosa ed eclatante di Capaci.
Aggiornato il 27 marzo 2026 alle ore 10:23
