Taqiyya: la putrefazione morale della sinistra corporativa

È una tornata elettorale storica per il Paese. Un’occasione enorme per modernizzarlo. E c’è una certezza: chi vota “Sì” onora e consacra la possibilità accordatagli dalla Carta di diventare legislatore costituzionale, rifiuta di preservare lo status quo, realizza il principio del giusto processo, contrasta chi oggi si fa alfiere morale di un arroccamento corporativo e contribuisce all’allineamento ordinamentale statale alle moderne democrazie liberali europee.

Quel che è apparso evidente durante tutta la campagna referendaria è stato il contrasto metodologico dell’approccio al dibattito tra il fronte del Si e quello del No: se da un lato, il primo, ha condotto una campagna elettorale all’insegna del tecnicismo e delle implicazioni giuridiche che animano il Testo di riforma, dall’altro gli imam del correntismo e le utili pedine utilizzate da Anm nell’opera di difesa della casta hanno reso il clima incandescente diffondendo una serie infinita di menzogne che hanno sempre esulato dall’analisi obiettiva del contenuto.

In questo clima pesano le responsabilità di alcuni frontman del No, quelli pescati in procura tra le file correntizie e che qualche tempo fa erano ben rappresentate all’hotel Champagne o quelli, tremanti, reclutati tra i banchi dell’opposizione parlamentare che hanno inteso questa lotta come intestina e l’hanno personificata sull’altare dell’accreditamento di tipo morale: è grave e pericoloso sostenere che a votare “Sì” sarebbero solo i delinquenti o i mafiosi; o, per meglio dire, che le brave persone schierate a favore della riforma esprimano lo stesso volere dei mafiosi e degli imputati. Sono parole che offendono milioni di cittadini. E sono parole che evidenziano quanta ragione abbiamo a sostenere questa riforma e a voler separare anche gli approcci giuridici all’interno della magistratura: in questa esibizione indegna, il superpoliziotto da processo inquisitorio dimentica infatti il secondo comma dell’articolo 27 della Costituzione Italiana e tende ad adagiarsi sul preconcetto strutturale secondo cui l’imputato è colpevole in re ipsa. E dimentica anche che i condannati per mafia non godono del diritto di voto, in questa nostra Italia.

Chi alimenta menzogne e allarmismi deve assumersi la responsabilità politica e morale del clima che si è creato. Hanno soffiato sul fuoco, lo hanno fatto con un metodo diabolico: spararla più grossa possibile, inquinando il clima e il dibattito; e mentre il fronte del “Si” ha tentato di smontare tecnicamente la fandonia, piede sull’acceleratore per buttarne nel calderone sensazionalistico una ancora più grossa ed esasperata. Ci hanno provato mischiando la separazione delle carriere con la separazione delle funzioni; hanno sganciato la bomba di un fantomatico controllo politico sulla magistratura e ˗ visto che il dato normativo parla chiaro ed esclude nella maniera più assoluta questa eventualità (il primo comma dell’articolo 104 resta immutato) ˗ si sono dovuti attaccare alle leggi ordinarie d’attuazione (che ancora non esistono). Un processo alle intenzioni o una innata capacità di prevedere il futuro. Ridiamo.

Addirittura, qualche ciarlatano ha parlato di attacco alla democrazia e di intoccabilità della Costituzione (furono proprio i padri costituenti a contemplare le modifiche di cui la Costituzione avrebbe avuto bisogno per adattare le norme principio al panta rei socio-politico della società moderna); c’è persino un noto procuratore che si è esibito in una minaccia di ritorsione nei riguardi delle firme di una testata schierata per il Sì. È successo di tutto. Far west della mistificazione.

Ma per Mefisto, questo, si chiama populismo. Ha i toni moralistici delle patenti d’accreditamento sociale, fa leva sulle paure delle persone per tirare acqua al proprio mulino, anche a costo di inventare di sana pianta concetti che nulla c’entrano con la riforma. È la menzogna perenne di chi sta combattendo per mantenere lo status quo, per mantenere un privilegio di categoria: quello di tenere sotto scacco i magistrati e il sistema giustizia con le logiche delle correnti politiche.

In ogni caso, sebbene sia vox clamantis in deserto quella che urla la trasversalità politica di una riforma nata lontana dall’appartenenza partitica e che davvero non ha colore politico, le cose vanno dette per come stanno.

L’attuale sistema di unificazione delle carriere di magistrati giudicanti e requirenti in un unico Consiglio Superiore (l’organo di governo autonomo che la Costituzione prevede per cementificare il principio di indipendenza della magistratura, garantendo la separazione dei poteri ed impedendo eventuali ingerenze politiche) ˗ anche se gli antifascisti delle chiacchiere da bar, oggi, non lo sanno ˗ è figlio di una misura preRepubblicana: è il 1941 quando il regio decreto n.12, su iniziativa del ministro della Giustizia del governo Mussolini, Dino Grandi, entra in vigore. La ragione ha a che fare con una questione di necessità fisiologica: l’ordinamento fascista si fondava sulla presunzione di colpevolezza (e per questo il processo era di tipo inquisitorio) e, l’unicità delle carriere ˗ giudici e Pm nella stessa classe ˗ appariva logicamente funzionale alla ricerca in combutta delle prove che portassero alla condanna dell’imputato.

Arriva il ’48. Il nuovo architrave istituzionale del Paese, oggi decantato da tanti come inscalfibile (pare siano proprio quelli del fronte del No), reliquiario di armonia antica ma fonte immanente di perfettismo morale, all’articolo 138 sconfessa ˗ con predizione in chiave futuribile ˗ i custodi delle verità patrie: la Costituzione può essere emendata. E come. Perché la società evolve, e la Costituzione a questa si adatta. Ecco la grandezza della nostra Carta: la sua perdurante realizzazione pensata nell’attualizzazione delle norme principio ordinamentali. Il compimento di quei principi si sostanzia in un percorso, in un cammino, si realizza nel momento in cui si accetta che la Costituzione non è una reliquia. La settima disposizione transitoria e finale di questo Manifesto di libertà sociale e civile è il punto chiave dello sviluppo storico-politico del nodo di cui oggi dibattiamo. Approvata dall’Assemblea costituente per evitare paralisi nel sistema giudiziario (data la natura fascista di molti codici preesistenti) stabiliva che le leggi dell’ordinamento tunc temporis vigenti sarebbero rimaste in vigore fino all’emanazione di una nuova legge sull'ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione. È un bel monito quello che i padri costituenti lasciano al legislatore e alla coscienza civile del Paese: “Guai a voi se non superate l’ordinamento giudiziario fascista”.

Allora, un passo decisivo nella storia delle istituzioni giudiziarie repubblicane di questo Paese passa dalla riforma del nuovo Codice di procedura penale, anno 1988, promossa dal Ministro Giuliano Vassalli, partigiano e medaglia d’argento al Valor militare che col nuovo Codice soppianta presunzione di colpevolezza e processo inquisitorio e li sostituisce con un processo di tipo accusatorio, il processo delle garanzie dove l’accusa e la difesa sono parti equidistanti dal giudice.

Ulteriore modifica al testo costituzionale che continua l’iter verso una giustizia moderna di tipo liberaldemocratica è quella del 1999, con la cristallizzazione all’articolo 111 del principio del “giusto processo” che garantisce un processo basato sul contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo. Sul perché il giudice debba essere imparziale non vi sono grossi dubbi neanche tra le fila dei falsari del fronte del “No riforma”.

Ma perché il giudice deve essere anche terzo? Te lo spiegano al corso di procedura penale; ma non lo fa il professore ˗ tanto evidente, logicamente ridondante e poco edificante in termini di autostima accademica sarebbe affermare l’autorevolezza della cattedra su questo punto ˗ lo fa qualche assistente appena laureato: nel processo accusatorio il giudice deve essere distante da quello che fa l’accusa e deve mantenere la stessa distanza anche dalla posizione della difesa. E come si può supporre che un giudice sia terzo se fa lo stesso corso di preparazione, lo stesso concorso di abilitazione e appartiene alla stessa carriera professionale del pubblico ministero?

O se magari, i due, sono iscritti alla stessa corrente della stessa (unica) organizzazione parasindacale e se entrambi decidono ˗ vicendevolmente ˗ delle valutazioni, promozioni, dei trasferimenti, delle promozioni o delle sanzioni disciplinari?

Per questo, la realizzazione della volontà di Giuliano Vassalli ˗ confessata da lui stesso in un’intervista del 1987 al Financial Times circa la necessarietà della separazione delle carriere per raggiungere il grado di piena applicazione del suo codice di procedura penale ˗ passa inesorabilmente dalla volontà riformista di un esecutivo forte, sostenuto da una maggioranza larga e coesa, che nel 2026 conclude l’iter legislativo e corona un percorso di libertà.

Questo fa la riforma: rende il giudice realmente terzo e, attraverso l’aspetto metodologico sostanziale, il casus belli nel dibattito politico ˗ il sorteggio dei membri in seno al Csm ˗ ne ribadisce l’indipendenza, lo libera dal rapporto patologico eletto-elettore per cui un magistrato dovrebbe riconoscere meriti professionali ai suoi colleghi secondo logiche prettamente politiche e garantisce al cittadino di essere giudicato esclusivamente in base alla legge, scongiurando il rischio di un calvario giudiziario se il giudice sbagliato si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Il sistema del sorteggio è atto ad evitare la deriva corporativa della magistratura, a porre rimedio alla degenerazione correntizia all’interno del Csm, a disarticolare la deriva lottizzatoria delle correnti nella speranza di un sistema in cui ogni magistrato possa essere libero di divincolarsi dalla vita associativa per vedere riconosciuti i suoi meriti professionali. E non regge l’accusa di chi evidenzia una lesione del principio della rappresentatività: il Csm non è un organo politico-rappresentativo. I magistrati accedono alla funzione tramite concorso, non attraverso il voto. Qui sta la contraddizione: la magistratura non può fare politica ma il sistema delle correnti ha introdotto una politicizzazione interna che incide sulle decisioni del Csm, dalle nomine ai trasferimenti, dalle valutazioni professionali ai procedimenti disciplinari. Un sistema malato in cui le correnti di Anm sanno di eleggere i propri giudici disciplinari e i propri valutatori.

Abbiamo sentito tante altre narrazioni assurde, per esempio che il sistema elettivo favorisca i “migliori”. In base a cosa? Innanzitutto, non vi è evidenza che il sistema elettivo sia basato sulle candidature dei migliori, dato che nessun candidato può vantare nel curriculum vitae un master di secondo livello in “Consiglio Superiore”. In secondo luogo, il Csm è un organo d’alta amministrazione e la Costituzione prevede si occupi di assunzioni, trasferimenti, promozioni, valutazioni, procedimenti disciplinari: un qualunque magistrato, anche quello tecnicamente meno brillante, può privare della libertà un cittadino decidendo della sua colpevolezza ma non è in grado di stabilire le graduatorie dei trasferimenti? Suvvia.

Il sistema del sorteggio, a dire il vero, esiste già in Costituzione: si sorteggiano i giudici popolari che in Corte d’Assise ti condannano all’ergastolo (e non devono essere né avvocati, né super professori di diritto); si sorteggiano il 50 per cento +1 dei giudici nel procedimento di messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica, si sorteggiano i giudici nei procedimenti innanzi al Tribunale dei Ministri. Mistificazioni. Quando, dire No, è diventato progressista? Già ben prima dell’Italia repubblicana, nel 1919 Giacomo Matteotti scriveva e spiegava in un saggio brillante: Il Pubblico Ministero è parte.

Quando, gli autoproclamati antifascisti hanno deciso di difendere un sistema ordinamentale di matrice fascista che vive nello spiraglio tra la settima disposizione transitoria della Costituzione e l’approvazione del Codice di procedura penale di Vassalli?

Quando, senza dircelo, la sinistra politica ha smesso di essere riformista e, lontana dalle storture woke, progressista sul serio? Senza per questo fermarsi al grado della neutralità ma diventando ultra-conservatrice, non di certo dei valori, ma dello status quo.

In tema giustizia, evidentemente, da quando è consapevole di vivere in una condizione di perenne minoranza (sia essa di ideale o d’opinione) e ha stretto un patto di ferro con la sinistra giudiziaria e la magistratura militante che le ha consentito di crescere, radicarsi e in molti momenti di modificare o contenere la storia democratica di questo Paese. Il riferimento a quanto accaduto a Silvio Berlusconi è diretto, immediato. E farebbe bene il centrodestra a dedicare questa riforma, vessillo identitario di Forza Italia per un accanimento giudiziario persecutorio durato 30 anni e più, all’alfiere ideologico per eccellenza della lotta alla magistratura politicizzata.

Ma ancora: quando, la sinistra politica, ha deciso di abdicare alle proprie posizioni storiche? Sicuramente da quando i rossicci ayatollah nostrani (che su politica estera e questioni di interni non si sentirebbero toccati da questa definizione ˗ ma non è questo il tempo di parlare della loro saldatura ideologica con l’islam radicale) si sono affezionati al concetto sciita della “taqiyya”, che nella tradizione islamica indica la liceità di nascondere o rinnegare la fede, dissimulare un’adesione d’appartenenza, sconfessare riti e credenze al fine di sottrarsi ad un grave pericolo imminente contro sé stessi. La traduzione italiana del termine arabo ci fornisce l’esatta misura di quanto sia calzante ed incredibilmente descrittiva dello stato di taciuta (ma non contenuta) irrequietezza che si avverte nel lato dell’emiciclo di Montecitorio riservato al campolargo-camposanto: “paura”, “stare in guardia”, “dissimulazione”, “mascheramento”, “menzogna”.

Mangiapane a tradimento, direbbero i prodi e orgogliosi autentici riformisti di sinistra che ˗ contro le indicazioni d’area ˗ hanno sposato il merito della riforma, si sono esposti pubblicamente conducendo una campagna referendaria di dignità e coerenza. Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Claudio Martelli, Giuliano Pisapia, Andrea Romano, Cesare Salvi, Paola Concia, Antonio Polito, Matteo Richetti, Pina Picierno, Piero Sansonetti, Mario Oliverio, Stefano Esposito, Ettore Rosato. Hanno ragione da vendere; e se ne ricordano ogni volta che aprendo il portacarte ritrovano una polverosa tessera di partito: c’è il simbolo del Pd e la raffigurazione del volto di una donna. È Tina Anselmi, partigiana ed eroina della Resistenza, prima donna Ministro della Repubblica che nel lontano 1974 sottoscriveva un disegno di legge sulla separazione delle carriere. Lo sa Schlein?

Ma arriviamo ai casi più recenti ed eclatanti. 1997, Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema ˗ sostenuto dall’intero centrosinistra ˗ interveniva sulla separazione delle carriere di giudicanti e requirenti; 2019, mozione congressuale di Maurizio Martina sottoscritta dalla stessa classe dirigente che oggi sostiene la segreteria Schlein: “La separazione delle carriere appare ineludibile”.

2022, pagina 30 del programma elettorale con cui il Pd si presenta agli elettori (ergo, il programma di governo che il campo largo avrebbe attuato se avesse vinto le scorse elezioni politiche e oggi fosse al Governo del Paese): “Proponiamo di istituire con legge costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”.

Da sempre, fino a ieri, tutti a favore; oggi, con la firma di un’altra maggioranza, tutti contrari. È la putrefazione morale di chi si sente nella posizione di poter speculare politicamente finanche sugli equilibri istituzionali della Repubblica. Ed è anche il sipario, svilente, sulla considerazione che certa sinistra ha dell’impegno politico: scontro aprioristico e contenuto subordinato alle contingenze partitiche del momento. La nostra generazione (e le nostre idee), è la generazione (e sono le idee) del coraggio, non dello status quo. Del liberalismo, non dell’arroccamento corporativo. E per le forze politiche è indegno ridursi a pedine di una battaglia di arroccamento di casta, prestare il fianco ad un’associazione privata che detiene il controllo di un organo di rilievo costituzionale come il Csm.

Il rimando, diretto, è a quel Parlamentino dei magistrati chiamato Associazione Nazionale Magistrati che inonda le stazioni ferroviarie e i corridoi dei tribunali con slogan da querela urlando la bugia più grossa di tutte: la sottoposizione della magistratura alla politica. È gravissimo, perché questi messaggi bugiardi fanno breccia in un elettorato che non ha il tempo di informarsi a fondo, o comunque non ha i mezzi tecnici per analizzare il contenuto della riforma: è la fotografia di un potere che sente traballare il pavimento sotto i piedi e cerca con ogni mezzo di mantenere lo status quo, preferendo la via breve e sensazionalistica della menzogna invece di spiegare i contenuti di merito.

Addirittura, dai comitati del No di Anm c’è qualcuno che si esprime così: “La vita delle persone è messa a rischio dalla riforma”. Un livello di squallore inaudito. L’unica cosa che mette a rischio la vita delle persone è il peso di più di 1.000 casi di ingiusta detenzione ogni anno. Sono 30.000 negli ultimi 30 anni. 1 miliardo di risarcimento per ingiusta detenzione. E quei 1.000 non sono un numero: sono persone, sono vite, famiglie, imprese, reputazioni devastate da procedimenti che non sarebbero dovuti iniziare, spesso figli dell’irresponsabilità. O figli di quell’appiattimento notorio e indegno del gip sulle tesi del collega Pm; o figli di quei copia e incolla di giudici che non possono fare a meno di accogliere in toto le richieste del pubblico ministero perché vivono sotto un ricatto (sia esso presente, attuale o presunto). Ma il giudice, oltre ad essere terzo, deve anche apparirlo. E nessun filo può legarlo ad una delle parti del processo.

Allora avanti tutta con un atto di fiducia esigente: un atto di responsabilità civile e consapevolezza istituzionale per liberare la magistratura dalla politica, per depurare il Csm dal correntismo che lo ha inquinato e per liberare il giudice da vincoli di condizionamento dettati dall’appartenenza.

Una valanga di Sì per l’Italia.

Aggiornato il 23 marzo 2026 alle ore 10:11