Per rispondere al quesito referendario, l’opposizione ha scelto ˗ come dicevano gli educatori salesiani di una volta ˗ di “portare il cervello all’ammasso”, cioè di rifiutarsi di criticare i problemi che il referendum mette sul tappeto, limitandosi a ripetere ciecamente gli slogan che molti utilizzano in obbedienza al loro compito sacerdotale di contestare qualsiasi proposta venga dall’attuale governo.
Si tratta di un atteggiamento diffuso, che tuttavia immalinconisce non per gli effetti che possa produrre, ma perché testimonia quanti voteranno “No”, ma senza sapere perché: una legittima volizione oppositiva alla riforma, benché inconsapevole e perciò infantile (se e fino a che punto poi una volizione colpevolmente “inconsapevole” possa ritenersi legittima è altra questione, al pari di colui che, prima di mettersi alla guida, pensi bene di ubriacarsi).
Mette conto, perciò, di censire brevemente gli slogan che gli oppositori alla riforma hanno più spesso lanciato, forse nell’intento di alzare cortine fumogene che impediscano il sorgere di un pensiero critico: ma è noto che “totus mundus agit histrionem” (“tutto il mondo recita”) – come ricordava agli spettatori il motto del Globe Theatre.
1) Diversi leader d’opposizione ripetono che la separazione delle carriere già esiste perché il transito dal ruolo degli inquirenti a quello dei giudici (e viceversa) è possibile una sola volta.
Falso. Esiste una relativa separazione delle funzioni. Ma la carriera è cosa diversa: essa attiene al concorso di accesso, alla progressione, alle promozioni, all’organizzazione complessiva dell’attività professionale. E questa va separata per impedire che il pubblico ministero – come oggi accade – sia al tempo stesso “controllato” dal giudice, chiamato a valutarne le risultanze investigative, e “controllore” di questi quando egli avanzi una qualunque richiesta (promozione, trasferimento ecc…) al Consiglio giudiziario (organo periferico del Csm) di cui quello faccia parte.
“Controllore” e “controllato” non possono scambiarsi vicendevolmente i ruoli, perché finisce che nessuno controlla più nessun’altro: lo comprende anche un bambino.
Questa perversa dinamica si può impedire soltanto separando le carriere. Inoltre, tale separazione otterrà che non più il 98 per cento delle richieste dei pubblici ministeri – come oggi accade – siano accolte dai giudici nelle udienze preliminari, ma una percentuale assai minore ed è ciò che renderà più rapidi gli altri processi.
Insomma, il giudice della udienza preliminare non sarà più soltanto una specie di “passacarte”, portando in dibattimento processi nati già morti, ma un vero controllore dell’attività del pubblico ministero.
E se circa il 40 per cento dei processi si conclude con una assoluzione vuol dire solo che essi non dovevano neppure arrivare in dibattimento; e che il giudice dell’udienza preliminare ha mancato al suo compito di controllare l’operato del pubblico ministero.
2) Altri denunciano che l’esecutivo attraverso la riforma vuole in realtà “mettere le mani sulle nomine” dei magistrati.
Ridicolo. E in che modo potrebbe farlo? La riforma prevede infatti la creazione di due distinti Csm, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. Ma in ciascuno di essi, i magistrati saranno il doppio dei non magistrati, proprio come accade adesso.
Se dunque la matematica non è un’opinione, la maggioranza dei due terzi sarà sempre e comunque dei magistrati. Tuttavia, questi, in quanto sorteggiati, non saranno più tenuti ad obbedire alle indicazioni delle correnti di appartenenza e ne saranno liberi.
Ma mi rendo conto che agli oppositori della riforma, avvezzi al mercimonio di cariche e poltrone, questa libertà fa paura.
3) Altri ancora lamentano che la riforma indebolirà il Csm.
Grottesco. Tanto intende indebolirlo, da raddoppiarlo: due invece che uno. Come se un tennista (ambidestro) giocasse con due racchette invece che con una: Schlein direbbe che è stato indebolito. Non ridete.
4) Altri denunciano che il sorteggio non garantisce che i sorteggiati siano abbastanza competenti per il Csm.
Offensivo (per i magistrati). Va detto infatti che non solo il sorteggio si praticava normalmente nell’Atene del V secolo per eleggere i magistrati, ma ancor oggi si usa per i giudici popolari della Corte d’Assise, per il Tribunale dei Ministri, per i giudici popolari che integrano la Corte costituzionale quando giudichi il capo dello Stato.
Pensare che i magistrati possano giudicare della vita delle persone, dei loro beni, delle loro famiglie, ma non del trasferimento di un collega da Frosinone a Pescara offende tutta la categoria.
5) Si ripete che la politica vuole allungare le mani sulla magistratura, tramite il sorteggio dei non magistrati che – a differenza di quello per i magistrati – avverrà su un bacino di sorteggiabili eletti dal Parlamento.
Divertente. Si sappia che oggi i non magistrati vengono lottizzati direttamente per nome e cognome dai partiti: due a questo partito, uno a quello ecc… La riforma diluisce invece la scelta politica perché essa – con la maggioranza qualificata dei tre quinti – si limiterà al bacino dei sorteggiabili (fra 50 e 100), mentre poi sarà la sorte a mandare questo o quello al Csm.
E allora, quando la politica si mostra più forte: nel primo caso o nel secondo?
Verrebbe da dire, con Totò, “ma mi faccia il piacere…”.
6) Si aggiunge che col sorteggio i sorteggiati non avranno più la rappresentanza dei magistrati.
Deo gratias! È questo l’obiettivo della riforma: tagliare il cordone ombelicale fra magistrati eletti e le correnti elettrici, per evitare il mercimonio di poltrone e incarichi.
Oggi, infatti, le correnti barattano i posti fra loro senza alcun riguardo al merito personale dell’aspirante, a causa del legame ferreo fra eletto ed elettori: gli esseri umani che attendono una decisione da un qualche Tribunale non meriterebbero qualcosa di meglio?
Inoltre, bisogna smetterla di ripetere una sesquipedale sciocchezza e cioè che il Csm sia organo rappresentativo: la Consulta con la sentenza n. 142 del 1973, dovuta a Vezio Crisafulli, eminente costituzionalista e di simpatie progressiste, ha chiarito che il Csm non rappresenta nessuno perché è soltanto organo di amministrazione.
Ma tutte queste sono chiacchiere. Nessuno parla invece delle nequizie della sezione disciplinare e del Csm in tema di progressione delle carriere: la vergogna dovrebbe rosseggiare sui volti di tutti coloro che hanno protetto questi magistrati.
Risulta documentalmente che in decine e decine di casi, magistrati che hanno omesso di scarcerare detenuti in attesa di giudizio lasciandoli in galera per settimane, per mesi o per anni oltre il termine di legge, in sede disciplinare hanno ricevuto un buffetto sulla guancia (una censura), poi ottenendo una normale progressione in carriera, come nulla fosse accaduto.
In un caso, un magistrato ha tenuto in carcere un imputato oltre il limite di legge – 20 febbraio 2014 – fino alla scarcerazione del 21 settembre 2015, per un totale di 578 giorni. Cosa gli è accaduto? Nulla: normale progressione in carriera. Non meraviglia dunque che sia interesse delle correnti lasciare tutto com’è.
Tuttavia, ciò dovrebbe fare orrore a chiunque e tacitare gli oppositori della riforma. Un Csm che consente questa nefandezza si mostra a tal segno sprezzante degli esseri umani più poveri e più soli, lasciati in balia di giudici distratti, da autocollocarsi nell’orizzonte della indegnità e da perdere ogni legittimazione, perché questi magistrati sono stati indegnamente protetti.
Moralmente, il Csm si è già abolito da sé. Il referendum dovrà solo certificarlo.
Aggiornato il 20 marzo 2026 alle ore 18:33
