Referendum: voto razionale o tribale?

Il referendum sull’ordinamento giudiziario del 22-23 marzo sarà anche, se non soprattutto, un ulteriore − e forse estremo − test sulla capacità dell’Italia di modernizzarsi e cioè di superare finalmente il tribalismo che da tempo caratterizza la sua vita pubblica.

È infatti indice di tribalismo l’atteggiamento di molti italiani che ancora una volta si accingono a votare seguendo il criterio dell’appartenenza ad una parte politica, cioè alla loro “tribù”. Votare “contro qualcuno”, e non per qualcosa di razionale e vantaggioso per tutti, ricorda la irrazionalità di quel proverbiale marito che, in odio a sua moglie, sia disposto anche a evirarsi.

Questo atteggiamento discende dalla predisposizione degli italiani a dividersi su tutte le questioni tra guelfi e ghibellini (a loro volta divisi in bianchi e neri) a prescindere da una valutazione razionale sui contenuti delle questioni stesse.

Si tratta di una vecchia tendenza all’iper-politicizzazione della vita pubblica e a fare prevalere sulla ragionevolezza lo schema amico/nemico. Si tratta anche di una prevalenza dello spirito di fazione e quindi di una cultura del sospetto e dell’odio reciproco. Ciò ovviamente ha impedito in Italia la diffusione dell’uso pubblico della ragione, affermatosi con l’Illuminismo e la modernità negli altri paesi europei.

La speranza che in questa estrema occasione referendaria la maggioranza degli italiani superi finalmente le tendenze tribali e voti secondo ragione è in me tenue, ma tenace.

Aggiornato il 18 marzo 2026 alle ore 09:29