Avrebbero voluto trascinare gli uomini italiani dal notaio per il famoso consenso all’atto sessuale (che peraltro serve anche a riprodursi) ma allo stesso tempo sentono nostalgia per il patriarcato islamico tuttora vigente in Iran. Sono le femministe italiane. Le vedove di Ali Khamenei, ma anche quelle che urlano in piazza contro la ragionevolezza di Giulia Buongiorno che ha voluto espungere da questa legge in approvazione sulla violenza sessuale questa follia del “consenso” da rinnovare anche durante la durata, breve o lunga che sia, del coito in questione. Più che recarsi dal notaio le coppie sarebbero obbligate a consumare direttamente nella sala attesa dello stesso. Sempre pronte a richiamarlo in caso di cambio di idea della partner donna. Come quando si vuole modificare il testamento. Solo se le violenze sessuali, e non, promanano da immigrati stranieri di fede islamica si fanno i distinguo. Tanto nei dibattiti tivù e nei convegni quanto nelle aule di giustizia. Dove peraltro i magistrati donna sono in netta maggioranza.
È il mondo di oggi, che non è il Brave New World di Aldous Huxley ma la risultanza della geometrica potenza “coniugata” tra quel che rimane dell’ideologia comunista, quella terzo mondista dei movimenti di liberazione e la strizzatina d’occhio all’islamically correct. E già dal programma ideologico e dagli slogan si capisce molto: “8 marzo contro il patriarcato Usa-Israele”. Solo per fare un esempio. E pensare che la festa dell’8 marzo in realtà è la commemorazione di una tragedia simile a quella di Crans-Montana, anche se non avvenne in una discoteca. Bensì in una fabbrica di New York dove un incendio provocò la morte di circa 150 operaie. Era però il 25 marzo del 1911. E molti dicono che anche questo mito fondativo sia intriso di “fallacia storica”. L’8 marzo del 1917 in compenso furono le donne russe a San Pietroburgo a scendere in piazza durante uno dei prodromi della rivoluzione d’Ottobre a scegliere la data che tutti oggi conoscono come festa della emancipazione femminile. Era in realtà il 23 febbraio, che con il cambio di calendario che ci fu in seguito alla rivoluzione leninista corrispose esattamente con il fatidico 8 marzo. Sempre con la testa al ricordo di ciò che era accaduto nella fabbrica di Triangle Shirtwaist sei anni prima. Quindi una connotazione socialista rivoluzionaria oltre che commemorativa di una tragedia. Anche all’epoca si parlò di uscite di sicurezza bloccate o inesistenti.
Oggi l’8 marzo è diventata a tutti gli effetti una di quelle date simboliche, almeno in Italia, che si aggiunge al 25 aprile e al primo maggio. Date generalmente celebrate non tanto come feste di liberazione ma dell’ideologia. Possibilmente in chiave anti governativa. E questo in particolare modo se il governo al potere non è gradito. Cioè se non è di sinistra. Benché ci sia una donna come premier. Poi in nome dell’8 marzo come di tutto il resto ci si spinse fino ai paradossi attuali in cui nelle manifestazioni ci sono le bandiere palestinesi di Gaza e quelle del regime di Teheran. Posti dove i diritti femminili sono inesistenti. Ma il patriarcato che si odia è quello (inesistente) di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. E ieri tutto ciò si è ripetuto con associazioni di donne e uomini iraniani che se la sono presa con questo tipo di femministe-vedove di Khamenei a Roma. Come al solito si è arrivati agli insulti, da parte delle femministe, che evidentemente non si rendono conto di tirare più acqua loro alla cultura del patriarcato di quanto non facciano i “patriarchi” stessi.
Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 11:47
