Se dovessimo riassumere in una battuta il 101° State of the Union, potremmo dire che Donald Trump non abbia deluso le aspettative. Il discorso cerimoniale che il presidente pronuncia, come da consuetudine, a inizio anno davanti al Congresso in seduta comune per fare il bilancio sullo “stato di salute” dell’America è risultato insolitamente lungo, al punto da sfiorare la durata record di un’ora e quaranta minuti. C’è poco da aggiungere: Trump ha approfittato di tutto il tempo che reputava utile per rivendicare i traguardi conseguiti nei primi dodici mesi della sua seconda amministrazione, alternando le acrobazie retoriche di cui è un maestro indiscusso ai toni magniloquenti.
L’ingresso del presidente è stato accolto dagli applausi scroscianti del caucus repubblicano, in netto contrasto con il silenzio nervoso dei democratici. Dopo qualche minuto di entusiasmo irrefrenabile, Trump è esordito introducendo un’immagine classica del suo repertorio: il ritorno della Golden Age e l’orizzonte storico nel quale si muovono gli Stati Uniti che, tra meno di cinque mesi, celebreranno il 250° anniversario dell’indipendenza. “Questo 4 luglio segneremo due secoli e mezzo di libertà, trionfo e progresso nella nazione più incredibile ed eccezionale mai esistita sulla faccia della terra – e non avete ancora visto niente. Andremo sempre meglio, meglio e meglio. Questa è l’età dell’oro dell’America”.
L’incipit trionfalistico del discorso ha inquadrato il confronto tra l’eredità di Joe Biden e il clamoroso turnaround di Donald Trump. A un anno dal suo insediamento, il tycoon ha dichiarato di aver scommesso sul futuro anziché guardare al passato, riuscendo nell’impresa di risollevare gli Stati Uniti dal labirinto di decadenza, pessimismo e sfiducia in cui stavano precipitando. Lo scenario sconfortante del gennaio 2025 sembrava riportare le lancette indietro alla crisi di 44 anni prima, quando un Ronald Reagan, uscito vincitore dalle urne, subentrò al debole Jimmy Carter. Le parole di Trump rievocano efficacemente il clima che si respirava a Washington fino a ieri: “Quando ho parlato per l’ultima volta in quest’aula, dodici mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi: un’economia ferma, un’inflazione ai massimi livelli, un confine spalancato, reclutamenti disastrosi per esercito e forze dell’ordine, criminalità dilagante in patria e guerre e caos in tutto il mondo. Ma questa sera, dopo appena un anno, posso dire con dignità e orgoglio che abbiamo compiuto una trasformazione come nessuno ha mai visto prima: una svolta destinata a entrare nella storia. È davvero una svolta per i secoli. E non torneremo mai più a com’eravamo fino a pochissimo tempo fa. Non si torna indietro”.
Da quel momento in poi, Trump ha snocciolato una panoramica minuziosa dei successi che accredita alla sua Casa Bianca. Negli ultimi nove mesi sono stati ammessi zero immigrati clandestini. “Ma consentiremo sempre alle persone che ameranno il nostro Paese e lavoreranno duramente per preservarlo di entrare legalmente”, ha precisato. Il flusso di fentanyl letale che attraversava il confine con il Messico è sceso del 56 per cento. Il tasso di omicidi ha subìto la maggiore diminuzione in un singolo anno mai attestata nella storia delle rilevazioni, cominciate a partire dal 1900. Scherzando nel suo solito stile, ha chiosato: “Molto prima che nascesse il mio meraviglioso padre Fred, un uomo straordinario. Lui non vorrebbe che lo dicessi, ma è davvero tanto tempo fa”.
L’inflazione è crollata all’1,7 per cento nell’ultimo trimestre del 2025 dopo la disastrosa performance sotto Joe Biden. La benzina, che sotto il suo predecessore aveva superato i 6 dollari al gallone negli Stati a guida Dem, ora è sotto i 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati e, in alcune contee, ha raggiunto la cifra di 1,99. Ma si può sempre fare di meglio, come ha tuonato spavaldo: “Quando ho visitato il grande Stato dell’Iowa, poche settimane fa, ho visto perfino 1,85 dollari al gallone”.
La produzione americana di petrolio è aumentata di 600.000 barili al giorno, e qui arriva un colpo di scena: “Abbiamo ricevuto dal nostro nuovo amico e partner Venezuela, ben 80 milioni di barili di petrolio. A ciò si unisce il formidabile slogan di Trump: “La produzione americana di gas naturale ai massimi storici perché ho mantenuto la promessa “drill, baby, drill!”. I tassi dei mutui sono i più bassi da quattro anni e continuano a scendere ad un ritmo sostenuto. Inoltre, il costo annuo di un nuovo mutuo “tipico” è arretrato di quasi 5.000 dollari da quando il leader del Gop è entrato in carica.
Sul fronte del lavoro, Trump si è attribuito un merito che definisce senza precedenti: “Più americani al lavoro che mai”, con la puntualizzazione (non casuale, nel suo lessico politico) che il 100 per cento dei nuovi posti di lavoro creati ricadrebbe nel settore privato, l’unico in grado di produrre ricchezza. A rendere possibile tale svolta sarebbero state due scelte identitarie: la chiusura dell’era Diversity, Equity and Inclusion (Dei) e una sforbiciata alle regolamentazioni giudicate soffocanti per le imprese e gli investimenti. Il tassello finale del racconto trumpiano riguarda il welfare. In appena dodici mesi 2,4 milioni di cittadini sarebbero stati tolti dai food stamps, a riprova di una minore dipendenza dall’assistenzialismo grazie alle sue riforme pro-business. Questa visione consegna al Congresso e al Paese l’immagine di un’America che torna a produrre, assumere e correre.
A stemperare per un attimo la tensione e a rallegrare l’atmosfera è intervenuta una parentesi sportiva. Trump ha chiamato in aula la nazionale maschile di hockey, celebrandone la vittoria contro il Canada ai supplementari e spendendosi in elogi per il portiere Connor Hellebuyck, al quale ha conferito la Medaglia Presidenziale della Libertà. Il presidente ha dunque allargato lo sguardo ai grandi eventi in arrivo, rivendicando per gli Stati Uniti le Olimpiadi estive di Los Angeles 2028 e la Coppa del Mondo FIFA 2026. Tutto questo scandito dal suo ritornello preferito: “We’re not tired of winning yet!”
La ricorrenza del 4 luglio fa da filo conduttore a due figure, diversissime per storia e destino, che Trump ha voluto omaggiare. La prima è Buddy Taggart, un veterano della Seconda guerra mondiale. Arruolatosi volontario a 17 anni, combatté nel Pacifico sotto il generale Douglas MacArthur partecipando alla battaglia di Manila, rimase gravemente ferito a Luzon e, proprio 81 anni fa, contribuì a liberare il più grande campo d’internamento nelle Filippine. Decorato con Purple Heart e Bronze Star, Taggart si trovava in tribuna mentre il presidente ne celebrava la vicenda in vista di una data dal forte valore simbolico: il 4 luglio 2026, che sarà il giorno del suo centesimo compleanno.
Accanto al veterano Buddy Taggart, il presidente ha scelto di incastonare nel discorso uno dei passaggi più emotivi della serata con il ricordo dell’alluvione improvvisa che, il 4 luglio scorso, travolse la località di Camp Mystic nel Texas centrale. In quel frangente l’undicenne Milly Cate McClymond, convinta di non farcela, pregò mentre l’acqua montava in pochi istanti; a salvarla, insieme ad altre 164 persone, fu Scott Ruskan, un giovane soccorritore della Guardia Costiera al suo primo intervento. Trump ha sottolineato la potenza simbolica di quel “miracolo civile”, facendo sedere Milly e Scott fianco a fianco in aula, riuniti per la prima volta dopo il tragico episodio, e annunciando per Ruskan la Legion of Merit come riconoscimento del suo “straordinario eroismo”.
Non sono mancati momenti di attrito, che hanno messo in luce quanto fosse fragile – se non assente – la coesione bipartisan nell’emiciclo. In tre passaggi chiave i democratici sono rimasti seduti, rifiutandosi di alzarsi e applaudire: quando Trump ha ribadito che il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini statunitensi, non gli immigrati irregolari; quando ha reso omaggio alla memoria di Iryna Zarutska alla presenza della madre, promettendo di “assicurare giustizia”; e quando ha denunciato lo scandalo che coinvolge gli esponenti della comunità somala in Minnesota, colpevoli di aver intascato fraudolentemente 19 miliardi di dollari dei contribuenti. Allora le deputate islamo-marxiste Rashida Tlaib e Ilhan Omar hanno reagito in maniera scomposta, contestando il presidente e accusandolo di “uccidere i loro elettori”. Trump, però, non ha arretrato di un passo e ha inchiodato l’opposizione con una frase secca, quasi da comizio: “Dovreste vergognarvi!”.
Accanto ai numeri economici e ai capitoli relativi alla sicurezza interna, pesa anche un “pacchetto” politico-identitario che Trump presenta come una linea di demarcazione rispetto all’era Biden. Da un lato, l’attacco frontale all’ideologia gender: dopo aver esposto in aula alcuni casi-simbolo, Trump chiede di vietare che le istituzioni scolastiche e gli apparati pubblici possano “scavalcare” la famiglia nei percorsi di transizione dei minori, trasformando la questione in un referendum sull’autorità genitoriale e il buon senso.
Dall’altro, la liquidazione del Green New Scam, descritto come l’emblema di vincoli e dogmi progressisti da archiviare in nome della crescita e dell’autonomia energetica. E, per quanto riguarda il terreno elettorale, si segnala la spinta sul SAVE America Act, che prevede l’obbligatorietà del voter ID, la prova della cittadinanza e lo stop al voto postale salvo eccezioni, con l’obiettivo dichiarato di blindare la legittimità delle urne. A completare il quadro, Trump ha vantato una politica estera che si fonda sul principio reaganiano “peace through strength”: dalla lista degli otto fronti bellici che afferma di aver chiuso al dossier Gaza con il rientro degli ostaggi, fino alla linea dura sulla Repubblica Islamica dell’Iran e alla pressione sugli alleati Nato affinché aumentino le spese militari al 5 per cento del Pil.
Mentre si avvicinava alla conclusione dello State of the Union, Trump ha cercato di elevare il registro risalendo fino a Thomas Jefferson e al fatidico 4 luglio 1826, quando il padre fondatore esalò l’ultimo sospiro. Il presidente ha suggellato l’idea che la libertà costituisca il fondamento della nazione americana. La parte finale del discorso si sofferma sui valori della civiltà occidentale e delinea l’America quale avamposto del mondo libero, costruita sulla centralità dell’individuo, l’economia di mercato e il patriottismo. Ne consegue che la retorica trumpiana appaia antitetica a quella dei Dem. Il rispetto per la famiglia, il dinamismo civile e la ricerca della felicità incoraggiati dall’imprenditore newyorkese si contrappongono alla pedagogia sociale, al collettivismo e all’eterna sorveglianza verso cui i liberals mostrano un favore crescente. Chissà se i cittadini americani coglieranno questa sostanziale differenza, in vista delle elezioni di midterm.
Aggiornato il 26 febbraio 2026 alle ore 10:04
