La data del referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario si avvicina e con essa sale – come è naturale e inevitabile – la vivacità del confronto mediatico e politico. Che vi sia una tale infervorata partecipazione – nell’epoca misera della livida antipolitica e in quella ancor più miserrima di una politica quasi endemicamente cianotica – è un buon segno tanto per il tessuto politico italiano, quanto per la vitalità della democrazia in quanto tale considerata. Tuttavia, non sono tutte buone notizie, poiché in Italia – oramai da diversi decenni in effetti – ci sono almeno due modi di intendere il dibattito politico. In base alla prima modalità, l’avversario è colui con il quale ci si confronta, ad armi pari, dialetticamente e pubblicamente, sperando senza dubbio di batterlo nelle urne elettorali, ma secondo un processo democratico di accettazione dell’altro che in quanto altro ha idee e sistemi di valori e di pensiero differenti dal proprio, da contrastare, ma non da eliminare. In base alla seconda modalità, invece, l’avversario non è semplicemente tale, ma è un vero e proprio nemico da eliminare dalla scena pubblica in genere e politica e istituzionale in particolare, con il quale non ci si confronta, ma ci si scontra, con qualsiasi mezzo, rifiutando radicalmente non soltanto l’accettabilità della sua opinione differente, ma anche la sola sua stessa possibilità di esistenza diversa. Per di più, la seconda modalità, che costituisce un ponte tra le antiche vocazioni giacobine di una parte del mondo politico e le sempre nuove tentazioni di una concezione totalitaria della società e dello spazio pubblico, sembra essere diventata un paradigma onnipresente ben al di là del mero ambito politico, come, per esempio, ha tristemente comprovato la dicotomia sociale durante la gestione della pandemia nel triennio 2020-2022. Nella questione del referendum, tuttavia, sta emergendo con rinnovato vigore l’utilizzo della seconda modalità.
Ne è una prova recentissima il caso, riportato dalla stampa nazionale, delle parole del procuratore Nicola Gratteri secondo il quale i calabresi che voteranno “no” sono persone perbene, mentre i calabresi che voteranno “si” sarebbero imputati, condannati e altri soggetti non perbene. Sul punto alcune considerazioni. In primo luogo: spiace, soprattutto a chi ha avuto modo di conoscerlo personalmente come chi scrive, che un valido uomo di Stato come Gratteri sia incorso in un tale incidente, ma questa è occasione preziosissima per rilevare come nessuno a questo mondo – né politico, né virologo, né magistrato – per quanto nobile sia il suo prodigarsi per il bene comune, per quanto integra sia la sua posizione, per quanto solida sia la sua preparazione, può ritenersi o essere ritenuto infallibile. C’è un diffuso equivoco pseudoculturale secondo cui l’uomo politico migliore, lo scienziato migliore, il giudice migliore, sia colui che mai incorre in errore: purtroppo è esattamente il contrario. Non soltanto l’uomo migliore è colui che sbaglia, ma anche colui che riconosce di aver sbagliato o di essere in grado di sbagliare. In secondo luogo: ritenere che i calabresi che votano no siano di per sé stessi onesti, mentre i calabresi che votano si siano di per sé stessi disonesti integra esattamente quella demonizzazione dell’avversario che si estrinseca nella già menzionata seconda modalità di conduzione del pubblico dibattito, dimostrando quindi almeno un errore sul piano strettamente metodologico. In terzo luogo: oltre ad essere statisticamente improbabile che l’intero fronte del no calabrese raduni solo persone perbene e che l’intero fronte del sì sia costituito da una congrega di delinquenti, il vero problema è pensare che ci possa essere una superiorità morale di una parte rispetto all’altra in base al posizionamento politico-referendario del singolo cittadino. Ma è esattamente su questa sottilissima e spesso impercettibile soglia di distinzione che si fonda la differenza tra un sistema politico-istituzionale democratico e uno totalitario.
La democrazia – per essere davvero sé stessa, per conservare davvero sé stessa, per non ridursi al vuoto feticcio di sé stessa – non può che contemplare la possibilità che una parte – la maggioranza o la minoranza – si sbagli, senza per questo essere una parte moralmente e antropologicamente peggiore. L’integralismo politico-morale, infatti, è un paradigma che contraddistingue i sistemi non democratici: senza citare il maosimo o lo stalinismo, forse blasonati sebbene oggi troppo spesso erroneamente dimenticati, si vada alle origini pensando a Maximilien de Robespierre che di una tale logica è stato in un certo senso il fondatore e inspiratore. L’idea che chi sbaglia voto sia un nemico o un ente moralmente inferiore o biasimevole è l’esatto opposto della logica costitutiva della democrazia: non a caso la stessa logica messa in piedi da Robespierre gli si è ben presto ritorta contro. In conclusione, dunque, occorre che tutti si impegnino nel recupero della corretta modalità di condurre il dibattito politico, acceso sì, ma non totalitario, appassionato si, ma non giacobino, infervorato si, ma non moralistico, affinché la democrazia possa preservare il proprio spirito, affinché i procuratori della Repubblica non si trasformino in giustizieri, affinché la politica espleti la propria natura, cioè essere luogo di incontro e non campo di prevaricazione.
Aggiornato il 13 febbraio 2026 alle ore 16:34
