Quella memoria che scuote

Dal dolore delle foibe alle tragedie del presente

Il Giorno del Ricordo non è solo un segno sul calendario. È una voce che ti prende alle spalle e ti costringe a guardare il dolore senza distogliere lo sguardo. Le foibe e l’esodo giuliano-dalmаta non sono semplici pagine di storia: sono case improvvisamente vuote, bagagli abbandonati, bambini che hanno visto sparire tutto ciò che conoscevano. Sono vite spezzate, famiglie divise, sogni cancellati dall’odio e dalla paura.

Tra il 1943 e il 1947, migliaia di persone furono uccise o costrette a fuggire dalle loro terre lungo il confine orientale italiano. Non fu un’esplosione improvvisa di male: fu il risultato di anni in cui odio, disumanizzazione e l’idea che la forza potesse sostituire il diritto erano diventati quotidiani. Questo rende il Giorno del Ricordo estremamente attuale: perché la violenza, quando diventa normale, cresce silenziosa ma costante.

Oggi, le stesse ombre attraversano il mondo. In Ucraina, milioni di persone sono state strappate alle loro case e ai loro affetti. Intere città ridotte a macerie, bambini che imparano a contare le sirene invece dei sogni, famiglie che cercano rifugio dove ancora si può respirare. Anche qui, prima delle bombe, sono arrivate le parole: negazione dell’identità, propaganda che trasforma il vicino in nemico, l’illusione che la forza possa sostituire la vita.

In Iran, giovani donne e uomini continuano a lottare per libertà e diritti fondamentali. La repressione delle proteste è stata feroce negli ultimi anni: migliaia di morti e arresti, torture e persecuzioni hanno colpito studenti, attivisti e persino minorenni. Le loro voci risuonano nelle piazze, nelle scuole e nelle università, ricordando al mondo che la libertà non è mai un privilegio scontato.

In Bangladesh e Mozambico, proteste civili degli ultimi anni sono state soffocate con violenza dalle autorità, causando feriti, arresti di massa e violazioni della libertà di espressione. In Georgia, attivisti e oppositori hanno denunciato torture e maltrattamenti durante manifestazioni pacifiche. In Nicaragua, giornalisti, oppositori e attivisti continuano a subire persecuzioni legali e arresti arbitrari. Anche giovani in Marocco, Madagascar, Nepal e Kenya hanno affrontato repressioni violente nelle piazze, mostrando quanto la lotta per i diritti sia globale e continua.

Anche il Venezuela racconta una storia di oppressione e resistenza. Anni di povertà, violazioni dei diritti e autoritarismo hanno spezzato vite e speranze. All’inizio di quest’anno, la cattura di Nicolás Maduro in un’operazione militare degli Stai Uniti ha segnato la caduta di un dittatore assassino in meno, restituendo alle persone la possibilità di sognare un futuro diverso, pur consapevoli delle difficoltà che rimangono.

La violenza non nasce dal nulla. È alimentata da parole che escludono, ideologie deformate, paura e indifferenza. Non sono le nazioni, le religioni o le idee a uccidere: lo diventano quando smettono di riconoscere l’altro come persona. È accaduto con il nazismo, con il comunismo stalinista, con le dittature contemporanee e con gruppi che rivendicano violenza sotto coperture ideologiche o religiose, come il terrorismo di Hamas.

Negli ultimi decenni, il ricordo delle foibe in Italia è stato spesso intrappolato in polemiche politiche che nulla hanno a che vedere con il rispetto delle vittime. Da una parte, c’era chi voleva che questa ricorrenza emergesse con chiarezza come testimonianza della tragedia delle vittime e dell’esodo. Dall’altra, una parte della sinistra ha reagito con ostinazione, a volte minimizzando, a volte addirittura mettendo in discussione la necessità stessa di ricordare, come se ammettere la sofferenza di quegli italiani potesse “disturbare” la propria narrazione storica o macchiare la propria immagine politica. In certi ambienti, il Giorno del Ricordo è stato trasformato in terreno di battaglia ideologica, più che in occasione di memoria, con l’obiettivo di neutralizzare un dolore che dava fastidio.

Eppure, davanti alla tragedia umana, le ideologie non contano nulla. Le foibe e l’esodo appartengono a tutte le coscienze civiche. Chi cerca di relativizzare, minimizzare o rimandare il ricordo non sta mostrando cautela: sta mostrando indifferenza. Riconoscere il dolore delle vittime non è una scelta politica: è un obbligo morale. La memoria deve unire, non dividere, perché la dignità umana non è terreno di scontro tra fazioni: è sacra e non negoziabile.

Ricordare significa assumersi responsabilità oggi: non voltarsi dall’altra parte davanti a chi soffre, in Ucraina, in Iran, in Venezuela o ovunque i diritti e la dignità vengano calpestati. Significa capire che la memoria non è nostalgia né dolore sterile: è una guida, una bussola che indica come comportarsi, come parlare, come scegliere.

La conoscenza della storia e l’impegno nello studio dei fatti aiutano le nuove generazioni a comprendere le radici della violenza, a difendere i diritti umani e a migliorare il mondo. Se la memoria non ci scuote, se non ci spinge a fare scelte coraggiose e consapevoli, allora non è memoria: è silenzio. E il silenzio, da solo, non salva nessuno.

Aggiornato il 10 febbraio 2026 alle ore 09:57