Come noto, l’eroe del progressismo europeo, il premier spagnolo Pedro Sánchez – in questi giorni alle prese con la seconda ingiustificabile strage ferroviaria del Paese in meno di 10 mesi – qualche settimana fa è andato sotto in Parlamento sui due decreti-contentino partoriti per contenere le proteste causate dall’emergenza abitativa e ha deciso di convocare nuove elezioni per fine novembre.
Tornano alla mente le espressioni sconvolte sui volti dei soloni della democrazia italiana che a sinistra si son strappati i capelli e hanno urlato all’autocrazia, esprimendo con veemenza l’intenzione di far barricate contro il legittimo tentativo di Giorgia Meloni di realizzare la riforma del Premierato. Dicevano di temerlo quel costrutto istituzionale teso esclusivamente a favorire la stabilità dell’esecutivo e a mettere al riparo la maggioranza di governo dai ricatti del palazzo; straparlando di orizzonti assolutisti, di pieni poteri, di un premier in grado di indire nuove elezioni a suo piacimento e mettere a rischio la democrazia, ventilavano la circostanza che questo potesse in qualche modo consentire al capo del governo di utilizzare l’istituto delle dimissioni come leva per ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento delle camere.
Quelle posizioni allarmiste qualcuno le ricorda con spirito – convincendosi ancor di più della bontà della riforma – soprattutto perché provenivano dai professionisti dell’instabilità governativa che per anni ci hanno assuefatti al concetto di “compromesso” elevato a criterio di rango costituzionale per la formazione di esecutivi ballerini e figli delle più assurde alleanze di comodo.
Ma proprio per questo motivo appartiene al genus dell’ilarità la reazione di chi osserva i per nulla composti riflessi della sinistra rispetto al caso estero che ci farà compagnia per un altro mese – e che quelle paure infondate ricalca specularmente: gli apprezzamenti smodati per l’annuncio dell’hombre vertical dell’internazionale socialista che in Spagna si dimette e convoca elezioni anticipate.
Ha fatto tutto da solo Sánchez: prima, con 8 anni di menefreghismo sul tema abitativo, ha in qualche modo causato (o contribuito) la sollevazione popolare; poi, per sfruttare le proteste di piazza causate dalla impopolare ma benedetta bocciatura del Parlamento ai suoi decreti-contentino marxisti-leninisti, ha indetto nuove elezioni.
Cinema assoluto.
L’immagine politica del celebre sfratto dell’87enne María del Carmen Abascal è stata potentissima, ma le risposte del governo Sánchez al grido di sdegno degli spagnoli in strada contro il caro affitti ha reso chiara una sola evidenza: a sinistra non sanno nulla di economia.
In Italia siamo più fortunati perché se questo nostro bel Paese non è ancora fallito è per lo più merito del risparmio privato e della proprietà immobiliare diffusa - oltre il 75 per cento degli italiani ha almeno una casa di proprietà. Ma in Spagna la situazione è ben diversa. Innanzitutto, il Paese ha un grosso problema strutturale di scarsità di abitazioni accessibili: la Banca di Spagna ha stimato un deficit di circa 750.000 abitazioni tra il 2021 e il 2025 (con gli affitti aumentati enormemente nell’ultimo decennio) e rileva che il patrimonio di edilizia pubblica spagnolo è appena circa l’1,5 per cento delle abitazioni principali, contro il 7 per cento circa della media europea/OECD. Anche il FMI, nell’analisi del 2026, ha identificato proprio l’offerta abitativa insufficiente come causa fondamentale della crisi di accessibilità.
Ora, un’ovvietà economica: quando la domanda (in questo caso abitativa) cresce più rapidamente dell’offerta (nel nostro discorso, lo stock abitativo disponibile), la scarsità (immobiliare, appunto) tende a capitalizzarsi nei prezzi (e dunque nei canoni di locazione). Ergo, se in una città ci sono molte più persone che cercano casa rispetto alle abitazioni disponibili, la soluzione strutturale - che risolve il problema e che fisiologicamente fa abbassare il prezzo medio - è aumentare l’offerta. Da questo non si sfugge. Costruire edilizia privata, edilizia sociale, accelerare autorizzazioni e urbanizzazione, recuperare immobili inutilizzati.
Esattamente il contrario delle soluzioni populiste acchiappa consenso proposte dal bolscevico Sánchez, misure liberticide che rispecchiano la volontà di erodere i diritti di proprietà: blocco degli sfratti, tacito rinnovo coatto dei contratti in essere, aumenti stabiliti solo per legge. Un editto stalinista di chi odia l’individuo, la sua libertà economica e respinge la proprietà privata.
La convergenza fra i ruggiti di piazza e le soluzioni lampo dei facili tecnocrati, però, dovrebbe indurre a un po’ di sano scetticismo. Considerata la ridondante banalità che il mercato immobiliare, come qualunque altro mercato, è soggetto ai meccanismi di domanda e offerta, dovrebbe essere banale ed immediata anche la soluzione: l’ampliamento dell’offerta. E ragionare sul contrario, invece, dovrebbe soltanto portare a capire che la politica abitativa non possa requisire casa tua e che la strada da seguire – rifuggendo da queste follie che aprono le maglie ideologiche delle espropriazioni – sia quella esattamente opposta alla magica formula dello stato interventista: ampliare gli spazi di libertà.
Come al solito la sinistra crea la crisi e poi propone di risolverla innescando una bomba sociale: se distruggi il mercato degli affitti – proponendo dei decreti che di fatto tolgono ai proprietari la disponibilità degli immobili e disincentivando gli acquisti uso investimento – mentre fai finta di volerlo salvare, l’unico risultato che ottieni è quello di abbassare il valore delle case di proprietà, far volare i prezzi per l’alta sperequazione tra domanda e offerta e concentrando la proprietà degli immobili nelle mani grandi entità.
Il proprietario ha le chiavi, Sánchez il monopolio; poi l’offerta magicamente sparisce e la colpa, guarda un po’, è del “mercato”. Populismo da quattro soldi di un truffatore ideologico che lucra politicamente sulle difficoltà del suo elettorato e alimenta l’odio sociale.
Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 10:13
