Verso la Terza Repubblica, che somiglia alla prima
Foto: Ibl

La novità principale della nuova legge elettorale è il superamento dei collegi uninominali maggioritari, che erano stati il portato principale della stagione referendaria dei primi anni Novanta, e che erano stati mal digeriti dall’intero sistema politico, destra e sinistra. La necessità di competere in piccoli collegi, dove gli elettori avevano concrete possibilità di farsi una opinione sul candidato, costringeva le leadership di partito a formulare, soprattutto nei collegi contendibili, candidature di qualità, limitandone così il potere discrezionale.

Quindi è in qualche modo vero che stiamo passando alla terza repubblica. Che rischia però di assomigliare molto alla prima: ora è previsto un premio di maggioranza che viene attribuito alla coalizione che prende più voti, ma solo a condizione che superi il 42 per cento dei voti espressi. Se nessuna coalizione supera questa soglia si ritorna a un sistema interamente proporzionale, quello della prima repubblica.

Si discute molto della possibilità che l’approvazione della legge elettorale acceleri il percorso verso elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale del prossimo autunno. Probabilmente una discussione futile. Un’anticipazione del voto, che potrebbe essere provocata solo da una scelta della destra di governo, spingerebbe verso l’unificazione delle elezioni politiche con le amministrative previste in primavera in alcune grandi città, terreno solitamente favorevole alla coalizione di sinistra. Senza considerare la rinuncia a innalzare il vessillo dell’unico governo rimasto in carica per un'intera legislatura.

In ogni caso, la campagna elettorale è già iniziata. Di solito ciò spinge chi governa ad allentare i cordoni della borsa. Qualche segnale si è già visto, con l’improvvida iniziativa di reclamare dall’Unione Europea un’ulteriore eccezione alle regole in materia di conti pubblici. È proprio il momento sbagliato. Sui mercati in cui si scambiano i titoli dei debiti sovrani sono in corso vistose turbolenze, che rischiano di degenerare in tempesta. Il merito principale della destra di governo è stato quello di tenere sotto controllo i conti pubblici, nonostante le costose eredità del passato (spread a 220 punti base, superbonus). Disperdere questo patrimonio di credibilità faticosamente conquistato sarebbe suicida.

È vero: gli elettori soffrono per un’inflazione che le banche centrali non hanno saputo prevedere e rispetto alla quale hanno adottato misure correttive, al solito, in ritardo. Ma è proprio l’inflazione che, mentre penalizza gran parte degli elettori, in particolare stipendiati e pensionati, avvantaggia i bilanci pubblici. Le entrate sono indicizzate all’inflazione, le uscite solo parzialmente; dunque il deficit tende a ridursi. Il Pil nominale si gonfia, dunque il rapporto fra debito e Pil tende a calare. Di per sé l’inflazione accresce gli “spazi” per una finanza pubblica più generosa. La Ue ha già concesso una “flessibilità” relativa alle spese per la difesa e la transizione energetica che vale nei prossimi due anni lo 0,6 per cento del Pil.

Ogni scelta che vada oltre questi limiti sarebbe disastrosa: i tassi d’interesse aumentano, e il di più di interesse che un paese fortemente indebitato come l’Italia paga è anch’esso un po’ aumentato. Segnali di lassismo rischierebbero di condurre velocemente il nostro debito su un sentiero di insostenibilità, con quel che ne segue in termini di interessi che siamo chiamati a pagare e di esposizione alla possibile tempesta in arrivo. Speriamo che a Palazzo Chigi e a via XX Settembre ne siano consapevoli. 

(*) Membro del Comitato d’indirizzo dell’Istituto Bruno Leoni

(**) Tratto dall’Ibl

Aggiornato il 12 ottobre 2026 alle ore 11:39