C’è una parola che negli ultimi anni è entrata con sorprendente facilità nel linguaggio della politica: “extraprofitti”. È una parola efficace. Se esistono profitti “extra”, viene spontaneo pensare che esista qualcosa di eccedente, anomalo, forse persino immeritato, sul quale lo Stato possa legittimamente intervenire. Ma proprio qui dovrebbe cominciare la preoccupazione di un liberale. Che cos’è esattamente un extraprofitto? E soprattutto: chi decide quando un profitto diventa “troppo”?
Non esiste una quantità naturale di profitto alla quale un’impresa abbia diritto e oltre la quale inizi un’eccedenza moralmente sospetta. Il profitto nasce dall’incontro tra prezzi, costi, investimenti, rischio, innovazione e condizioni di mercato. Può aumentare enormemente in un anno e scomparire quello successivo. Nel momento in cui lo Stato introduce la categoria dell’extraprofitto compie quindi un passaggio tutt’altro che innocuo: si attribuisce il potere di stabilire quale rendimento economico sia normale e quale non lo sia.
Oggi la discussione riguarda le banche. In precedenza ha riguardato le imprese energetiche. Domani potrebbe riguardare le assicurazioni, la farmaceutica, la tecnologia, la grande distribuzione o qualsiasi settore che attraversi una fase particolarmente redditizia. Si sa dove si comincia. Non si sa dove si finisce. Una volta accettato il principio secondo cui un profitto può essere considerato eccessivo e quindi meritevole di una tassazione speciale, la discussione non riguarda più se quel potere sia legittimo. Riguarda soltanto quando esercitarlo e contro chi. Ed è inevitabilmente la politica a decidere.
Una concezione liberale dello Stato di diritto dovrebbe muoversi nella direzione opposta. Le imposte dovrebbero essere fondate, per quanto possibile, su norme generali, prevedibili e impersonali. Chi investe deve conoscere le regole prima di assumersi il rischio, non scoprirne di nuove dopo avere ottenuto un risultato positivo.
La tassazione degli extraprofitti capovolge questa logica. L’impresa investe, rischia capitale e può perdere denaro. Se perde, normalmente sopporta le conseguenze. Ma se le circostanze diventano favorevoli e il rendimento supera ciò che la politica considera accettabile, lo Stato decide che una parte del risultato è diventata “extra”. Se lo Stato pretende di partecipare in misura straordinaria ai guadagni eccezionali, dovrebbe allora partecipare anche alle perdite eccezionali?
Questa asimmetria non è irrilevante. Il profitto remunera anche il rischio. Ridurre la possibilità di ottenere rendimenti eccezionali significa modificare gli incentivi che inducono qualcuno a investire, innovare e assumersi rischi. Ma il problema più profondo è un altro. La nozione di extraprofitto trasforma il profitto da fatto economico a giudizio politico. Non basta più domandarsi se un’impresa abbia rispettato le leggi e pagato le imposte previste. Bisogna stabilire se abbia guadagnato “troppo”. E “troppo” non è una categoria giuridica oggettiva: dipende inevitabilmente dalle maggioranze, dalle emergenze, dall’opinione pubblica e dalla popolarità del settore che si vuole colpire.
Questo non significa che ogni profitto debba essere difeso. Se deriva da una frode, la frode va perseguita. Se nasce da privilegi concessi dal potere pubblico, quei privilegi vanno eliminati. Se esistono rendite create artificialmente dalla regolamentazione, occorre intervenire sulle cause che le producono. Ma è precisamente questa la distinzione che non dovremmo perdere: Si colpisca il privilegio, non il profitto. Si persegua l’illecito, non il successo economico. Si elimini la rendita prodotta dallo Stato, non si attribuisca allo Stato il potere di decidere quanto sia lecito guadagnare.
Naturalmente è legittimo discutere di quanto debbano essere tassati gli utili delle imprese. Ma le aliquote dovrebbero derivare da regole generali, non dalla scelta periodica di categorie sulle quali imporre un prelievo straordinario perché in quel momento hanno guadagnato molto.
Per questo la questione degli extraprofitti va ben oltre qualsiasi proposta fiscale contingente. Riguarda il limite che vogliamo porre alla discrezionalità del potere politico. Ogni eccezione rende più facile la successiva. Ogni imposta straordinaria rende meno straordinaria quella che verrà dopo. Ogni categoria colpita rende più semplice individuarne un’altra. La domanda, allora, non è se le banche, le assicurazioni o le imprese energetiche abbiano guadagnato troppo. È se vogliamo davvero consegnare alla politica il potere di stabilirlo. Sappiamo perfettamente da dove comincia quel potere. Non possiamo sapere dove finirà.
(*) Presidente di Lodi Liberale
Aggiornato il 26 agosto 2026 alle ore 10:49
