Lo studio della macroeconomia: analizza il sistema economico nel suo complesso, studiando gli aggregati come l’inflazione, la politica monetaria conseguente all’inflazione, la disoccupazione e il Prodotto interno lordo (Pil) di ogni nazione dove vige (sistema economico ad economia di mercato) la concorrenza tra gli operatori economici. In tempi normali vi è correlazione tra i tassi d’interesse applicati e l’inflazione. A tassi d’inflazione più alti corrisponde normalmente una crescita del costo del denaro. La politica monetaria e creditizia delle banche centrali persegue l’obiettivo della stabilità dei prezzi attraverso le manovre sui tassi d’interesse di riferimento. Infatti, le banche centrali per ricondurre l’inflazione all’interno del target prestabilito (per la Bce e per la Federal Reserve americana l’inflazione deve essere contenuta entro il 2 per cento) attuano politiche monetarie e creditizie restrittive con lo scopo di drenare liquidità dal sistema economico. Aumentare i tassi d’interesse di riferimento ha lo scopo di incentivare la propensione al risparmio delle famiglie che tendono a ridurre i consumi anche perché vedono remunerare di più i loro capitali.
Per le imprese, l’effetto del maggior costo del denaro, li induce a differire gli investimenti. La contrazione dei consumi e degli investimenti provocano una riduzione della domanda di beni e servizi e i prezzi tendono a diminuire. Con la guerra in Ucraina e la crisi di Hormuz l’inflazione è diventata una variabile non più dipendente dalla domanda e dall’offerta di beni e servizi ma è causata dal costo dell’energia prodotta con fonti fossili. L’aumento generalizzato dei prezzi è in questi casi dovuto dall’aumento repentino del prezzo del greggio e del Gnl. Per paradosso, in assenza di conflitti in Ucraina e nel Medio Oriente il mercato sarebbe inondato di barili di petrolio e di gas. In tempi normali il tasso d’inflazione è generato:
- da eccesso di domanda di beni e servizi;
- inflazione da costi alimentata dall’aumento dei costi di produzione per l’incremento delle spese per l’energia, dei salari e degli stipendi e dai dazi doganali alle importazioni. Le imprese per tenere in ordine il conto economico devono necessariamente scaricare i maggiori oneri sui consumatori finali;
- l’eccesso di moneta in circolazione;
- l’inflazione importata;
- l’inflazione da aspettative.
Parrebbe che le principali banche centrali del mondo occidentale: la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea abbiano fatto tesoro degli errori commessi in passato quando hanno violentemente alzato i tassi di d’interesse di riferimento dopo l’invasione della Federazione Russa dell’Ucraina. Le sanzioni contro l’importazione di Gas e petrolio russo hanno innescato una spirale generalizzata di aumento dei prezzi dell’energia che si è trasferita sulla produzione di beni e quindi sui prezzi praticati ai consumatori finali. È stato appurato che la riduzione dell’inflazione non è stata dovuta alla feroce stretta creditizia ma dai prezzi del gas e del greggio. Infatti, l’inflazione è rientrata in concomitanza della riduzione dei prezzi del barile e del gas. In sostanza non si trattava della classica inflazione da domanda o da eccesso di moneta in circolazione ma era prevalentemente inflazione importata per la crescita esponenziale del prezzo del greggio e del gas.
La prudenza delle Banca centrale europea nell’attuare una nuova politica creditizia restrittiva è un buon segnale. Nella riunione del Bord della Federal Reserve, iniziata ieri e si completerà oggi 29 luglio 2026, è probabile che anche la banca centrale statunitense lascerà invariati i tassi di interesse in un range compreso tra il 3,5 e il 3,75 per cento così come ha fatto la Banca centrale europea il 23 luglio scorso che ha lasciato invariati i tassi di interesse rispettivamente: 2,25 il tasso sui depositi, 2,4 i tassi sui rifinanziamenti principale e il tasso di rifinanziamento marginale al 2,65 per cento. Sulla base dei dati sull’inflazione, sia a Washington che a Francoforte, le due banche centrali avrebbero dovuto alzare i tassi in quanto l’inflazione è al di sopra del target considerato “ottimale” del 2 per cento. Il cambio di passo sulla politica creditizia è forse dovuto al fatto che è cambiato il presidente della Federal Reserve?
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 11:34
