Il tango delle fonti energetiche #3

L’energia mondiale dopo Hormuz: le soluzioni alternative al Golfo Persico

ENERGIE ALTERNATIVE “GREEN”

Dopo anni di articoli e critiche da parte di Chicco Testa contro il greenwashing, un recente articolo di Antonio Pascale, pubblicato su Il Foglio, sembra chiudere la partita con la mitologia delle Energie Verdi.
Ciò assesterebbe un pesante colpo economico alla Cina, leader mondiale nelle batterie per l’automotive elettrico e nel fotovoltaico.
I dati sono scioccanti. Negli ultimi decenni le energie alternative sono diventate il toccasana della politica convinta che il Bene possa essere ottenuto con la pietra filosofale e alchimie che abbindolano le masse nel Sacro Nome del Gratuitamente. L’Energia però non può essere gratuita, come vediamo ogni giorno. Pascale ha raccolto molte informazioni da un libro del 2021 a firma di Giovanni Brussato, ingegnere minerario, intitolato “Energia verde? Prepariamoci a scavare” (Edizione Montaonda).
In effetti il materiale delle energie Green non cala misticamente dall’alto ma deve salire dal basso, cioè dalle miniere.
Preparatevi a uno choc di informazioni.
Prendiamo un mega impianto fotovoltaico. Nel mondo c’è soltanto una decina di centri di produzione fotovoltaica in grado di produrre un Gigawatt (GW). I più importanti si trovano in Cina (2), India (1), e negli Emirati (2). Un GW può illuminare 500mila abitazioni. Ebbene, secondo Brussato per costruire ogni impianto solare da un GW occorrono:
- 30.000 tonnellate di alluminio (avete letto bene); 5000 tonnellate di rame; oltre 200,000 tonnellate di calcestruzzo, oltre centomila tonnellate di acciaio, e centinaia di tonnellate di minerali critici e Terre Rare come cromo, nichel, molibdeno, titanio, tellurio, cadmio, gallio.
Questo è niente.
Servono anche 46.000 tonnellate di vetro, se no non passa la luce. Ma non parliamo di “vetro”, in realtà. Serve la sabbia di quarzo, e questa non si compra da un ferramenta.
Cosa è il quarzo?
È una forma cristallina di silicio
. Per ottenere il silicio si deve purificare la sabbia a 1900 °C, in forni ad arco elettrico, insieme al carbonio, carbonio che viene ricavato immettendo nel forno del carbone Coke, il carbone metallurgico, non quello delle centrali a carbone cinesi. Gli ambientalisti alzano grida quando sentono parlare di riaprire le miniere di coke. Giusto, ma non dicono che senza carbone coke, non si fanno i pannelli fotovoltaici. Di ciò non si parla, perché usare il coke, ottenere silicio per il fotovoltaico, tirare giù le Alpi, è parte del programma Net Zero 2050. Il che significa che non c’è un programma, ma il vuoto assoluto, data la distanza temporale.
Ma non è finita qui. Come ha spiegato (invano?) Elena Comelli su Il Sole 24Ore, nel forno dove si ricava il “vetro” dei pannelli, con sabbia quarzifera e coke, la sabbia libera monossido di carbonio (poco salutare, vedi la vecchia Ilva). Rimane del polisilicio fuso, da raffreddare, ridurre a sua volta a sabbia, e da fare interagire con acido cloridrico. Si ricava un liquido, il Triclorosilano, che va distillato più volte fino a ottenere un polisilicio puro a “10 nove”, cioè 99,9999999999. Meno 9 ci sono dopo la virgola e inferiore sarà il rendimento dei pannelli fotovoltaici.
La Cina è diventata monopolista del fotovoltaico (producendo il 93 per cento del polisilicio mondiale) investendo nelle fonderie e utilizzando il proprio carbone coke. Nel Regno Unito, quando il Boris Johnson, in nome − e non contro − il Net Zero 2050 voleva riaprire le miniere di coke del Galles, ci fu un muro di Niet (Niet zero 2050?) dei residenti e della onnipresente Greta Thunberg. Anche in Liguria, dove vi sarebbe del titanio, quando arrivò un’azienda australiana chiedendo soltanto di capire se e quanto minerale vi era nel Comune di Sestri Levante o sul monte Beigua. sindaci, sindache, maniscalchi e tutto il populus ligusticus si opposero levando veti e anatemi. Non sapevano che i minerali critici e rari servono per i prodotti green (e non), inclusi quelli fotovoltaici. Però se i pannelli li fabbricano in Cina o in Madagascar, scavando mezza Cina e tutto il Madagascar per ricavare i minerali che servono, allora tutto va bene. A noi il pannello, a loro l’inquinamento? Perché poi le cose vanno a finire così, signora sindaca.

Non abbiamo finito di terrorizzarvi, se volevate comprare un impianto domestico.
L’alluminio, per esempio, ha una grande importanza per realizzare il fotovoltaico. È leggero, caratteristica importante per i pannelli da mettere sul tetto di un condominio, o se si realizza una pala eolica. L’alluminio, inoltre, non si ossida e non viene corroso, oltre a essere riciclabile al 100 per cento.
Serve anche il rame, utile a trasportare l’energia elettrica prodotta, ed è pregiato per questo motivo. Però nei pannelli ha un difetto: interagisce negativamente col silicio dei “vetri”, oscurandoli.
Al posto del rame si può usare l’argento, che non ha i problemi del rame, e per questo adesso è molto richiesto. Ma è anche molto costoso.
Già oggi il fotovoltaico consuma il 15-20 per cento della produzione mondiale di argento, ricordano Pascale e Brussato. Per la produzione di un impianto da 1 GW con pannelli mono o polisilicio, servirebbero 20 tonnellate di argento. Con i dati forniti dalla International Energy Agency (Iea) i nuovi pannelli del programma Net Zero azzererebbero da soli tutte le riserve mondiali di argento.
Insomma, per soddisfare gli obiettivi ambientalisti di Net Zero 2050 da qui al 2050, dovremmo distruggere intere catene montuose per ricavare un miliardo di tonnellate d’argento, 140 milioni di tonnellate di rame e così via.
Risulterebbe un ambientalismo che si rivela un nuovo Torquemada, distruttore dell’ambiente.
C’è di più. Parliamo di occupazione di suolo per i mega impianti. Persino nelle aree desertiche, un parco solare da 1 GW può occupare un’area da 12 a 70 Km2. In Europa le aree di un parco solare aumenterebbero del doppio: 130 Km2 per un GW fotovoltaico.
Le cose non vanno meglio nemmeno per l’eolico, che però almeno ha un’efficienza maggiore.

Veniamo al tema delle auto elettriche.
Secondo Brussato, per raggiungere il 30 per cento del parco mondiale di auto con auto senza combustione, servirebbero immense quantità di litio, cobalto, Terre rare con proprietà magnetiche come il neodimio, disprosio e altre.
Per cablare col rame il 30 per cento di nuove auto elettriche servirebbero 42 milioni di tonnellate di rame (cablaggio, motorino di avviamento…), il che significherebbe il doppio dell’attuale produzione annua.
Si calcoli infine che per ottenere una singola tonnellata di rame occorre scavare, portare alla luce, frantumare e lavorare oltre 200 t di roccia. Puro delirio.
Per le Terre rare si devono trattare fino a 160 t di roccia per una tonnellata di minerale. Quanto al cobalto delle batterie si devono scavare, trasportare etc. 1500 tonnellate di roccia per ricavarne una tonnellata. Si spera che si trovi un’alternativa al cobalto, ma la realtà attuale è pessima per l’ambiente. E anche per la geopolitica, dato che la Cina è leader in gran parte dei minerali critici e rari.
In ogni caso, il futuro − così continuando − è nel ritorno alle miniere, e nella speranza nella fusione nucleare.

NUCLEARE CIVILE
Avviare il nucleare civile in Italia è una necessità compresa anche dalla massa, la stessa che a suo tempo fu mobilitata dal referendum che affossò la nostra leadership nel settore.
Il governo si sta muovendo, ma puntare soltanto sul mini nucleare sembra una forma di rinvio. Le centrali standard richiedono tempo ma adotterebbero una tecnologia più recente di quelle francesi, e con scorie riprocessate in gran parte.

Il caso del fisico e ingegnere pachistano che esportò tecnologia nucleare militare in Libia, Nord Corea e Iran
Il Pakistan è stato intermediario tra Iran e Stati Uniti nel recente Accordo su Hormuz (vedremo cosa succederà col nucleare).
Era pachistano Abdul Qadeer Khan, noto come A.Q. Khan. Nacque nel 1936 a Bhopal (India britannica), ed è morto nel 2021 a Islamabad. Fu un ingegnere metallurgico e fisico nucleare ed è considerato il principale artefice del programma nucleare pakistano e uno degli uomini più pericolosi del mondo: George Tenet, ex direttore della Cia, lo definì “pericoloso almeno quanto Osama bin Laden”.

Responsabile del settore nucleare, Khan esportò la tecnologia in alcuni Paesi, tra cui Iran, Libia e Corea del Nord. Fornì all’Iran le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.
Secondo l’intelligence statunitense, negli anni ‘90 fornì alla Corea del Nord informazioni chiave sulla produzione dell’uranio arricchito, in cambio di tecnologie missilistiche nordcoreane.

Khan ammise di aver esportato tecnologia nucleare in Iran, Libia e Corea del Nord in una lettera inviata alla sezione investigativa sulla proliferazione nucleare pachistana. Ciò sarebbe avvenuto per “avidità personale”. Nel 2008, però, Khan ritrattò le sue dichiarazioni, sostenendo di essere stato obbligato dal governo. Fu condannato agli arresti domiciliari con un regime blando e nel 2009 tornò alla libertà. Ciò indicherebbe che in effetti fu il governo di Islamabad ad aver giocato su più tavoli, esportando la sua tecnologia ai peggiori soggetti internazionali. In Pakistan Khan è considerato un eroe.
La vicenda di Khan spiega perché il Pakistan ha gestito le trattative tra Stati Uniti e Iran: all’Iran aveva passato (direttamente o indirettamente) la tecnologia per dotarsi di bombe nucleari, mentre rispetto agli Usa è un alleato fidato, ma insieme bifido come La Turchia. Si pensi al caso di Bin Laden, ucciso dai Navy Seals ma per dieci anni “ospite” in diverse città del Pakistan. Prima del raid statunitense il capo di Al Qaida si era spostato ad Abbottabad, a circa 50 km a nord di Islamabad, e abitava a meno di 2 km dall’Accademia Militare pachistana di Kakul.

(*) Rileggi la prima parte: Il tango delle fonti energetiche #1

Aggiornato il 18 giugno 2026 alle ore 10:18