Fuga da Hollywood: la concorrenza che il potere teme

Le produzioni cinematografiche lasciano la California per il New Jersey per sgravi fiscali

Il caso dimostra che imprese, capitali e lavoro seguono le condizioni migliori

 

Le grandi case di produzione cinematografica stanno spostando film, serie televisive e investimenti da Hollywood al New Jersey, attratte da crediti d’imposta molto più convenienti. Netflix, Paramount e Lionsgate non scelgono infatti il Garden State per affetto, tradizione o mitologia cinematografica. Lo scelgono perché lì produrre costa meno. Il caso, raccontato recentemente dal Wall Street Journal, non riguarda soltanto il cinema americano. Mostra piuttosto una regola generale: quando esiste concorrenza tra territori, imprese, capitali e lavoro non restano prigionieri dei luoghi più costosi o più ostili. Si muovono. Secondo il quotidiano americano, il New Jersey offre incentivi fino al 35 per cento sulle spese di produzione locali, con ulteriori benefici che possono arrivare al 45 per cento per gli studi disposti a impegnarsi nello Stato per almeno dieci anni. Nel 2025 diciassette film e serie con budget superiore ai 10 milioni di dollari sono stati girati lì, con una spesa complessiva vicina al miliardo di dollari. Il messaggio è semplice: dove cambiano le convenienze, cambiano anche le scelte produttive. La parola decisiva è concorrenza. Non solo tra imprese, ma tra ordinamenti, città, regioni, Stati, sistemi fiscali, amministrazioni.

Quando esiste una via d’uscita, il potere pubblico non può pretendere tutto. Non può in particolare aumentare imposte, vincoli, obblighi, tempi e costi immaginando che attività economiche, competenze e investimenti restino comunque fermi. In pratica, la concorrenza ricorda a chi governa che cittadini e imprese non sono proprietà dell’amministrazione. In un sistema chiuso, il contribuente subisce, l’impresa paga, il lavoratore si adatta, il proprietario sopporta. In un sistema aperto, invece, ciascuno può confrontare condizioni diverse: dove investire, dove produrre, aprire un’attività, assumere, e pure vivere. Questa libertà non elimina gli errori, impedisce però che diventino gabbie permanenti. In definitiva, un fisco eccessivo può svuotare territori; una burocrazia ostile può spingere altrove energie produttive; un’amministrazione lenta può perdere ciò che pretendeva di governare. Il caso del New Jersey contiene tuttavia un’ambiguità. La concorrenza fiscale è positiva se, e solo se, costringe i governi ad alleggerire il peso generale dello Stato. Diversamente, diventa meno convincente quando si traduce in incentivi selettivi, crediti speciali, corsie preferenziali per grandi gruppi. Se meno tasse attirano Netflix, perché non dovrebbero attirare anche un ristorante, una fabbrica, un albergo, una casa editrice, un’impresa agricola, un artigiano, un proprietario che ristruttura? È questo il punto.

Quando uno sgravio funziona per il cinema, vuol dire che il carico fiscale incide davvero sulle decisioni economiche. E se incide per Hollywood, incide per tutti. La soluzione non dovrebbe essere il favore particolare, ma una riduzione stabile e generale del peso pubblico su chi produce. Meno privilegi, più libertà. Allo stesso modo, meno trattative con pochi soggetti forti, più condizioni favorevoli per l’intera società produttiva. Il rischio dei sussidi selettivi è pertanto quello di trasformare la concorrenza in una gara tra governi che comprano temporaneamente la presenza delle imprese. Oggi vince il New Jersey, ieri vinceva la Georgia, domani vincerà il Regno Unito o un altro Paese. Le produzioni arrivano, lavorano, incassano il beneficio e possono ripartire nel momento in cui altrove l’offerta diventa migliore. Non nasce necessariamente un tessuto stabile; nasce in realtà una dipendenza dall’incentivo successivo. La concorrenza autentica è diversa. Non consiste nel distribuire premi speciali ad alcuni, ma nel creare condizioni generali migliori per tutti: fiscalità ragionevole, regole semplici, tempi rapidi, certezza del diritto, libertà contrattuale, tutela della proprietà, infrastrutture efficienti. Un territorio competitivo non è quello che tratta meglio un grande gruppo perché può esibirlo come trofeo. È quello che rende più semplice la vita economica ordinaria.

Qui il collegamento con l’Italia è immediato. Anche da noi si parla continuamente di attrarre investimenti, trattenere giovani, rilanciare imprese, sostenere cultura, turismo, industria, edilizia, innovazione. Ebbene, la risposta è quasi sempre la stessa: bonus, bandi, fondi, crediti d’imposta, graduatorie, requisiti, controlli. Invece di ridurre il peso dello Stato, si costruiscono eccezioni dentro un sistema pesante. Chi entra nell’eccezione respira; al contrario, chi resta fuori continua ad arrancare. La concorrenza si deforma: non vince chi serve meglio i clienti, innova o investe, ma chi ottiene sgravi, interpreta norme e sa muoversi negli uffici pubblici. L’impresa compete anche allo sportello; se il successo dipende troppo dal rapporto col potere, la società diventa meno libera. Una vera cultura della concorrenza richiederebbe l’opposto: regole uguali, minore discrezionalità, fiscalità sopportabile, apertura dei mercati, fiducia nelle scelte delle persone. La concorrenza non è una minaccia da contenere, è un procedimento di scoperta dell’ignoto e di correzione degli errori. Fa emergere ciò che funziona, punisce gli sprechi, premia chi innova e corregge gli errori meglio di qualunque piano ministeriale. Vale tra imprese, e a maggior ragione anche tra territori. Un Comune che rende più facile aprire un’attività compete con un altro che la ostacola. Una Regione che semplifica compete con quella che complica. Un Paese che riduce imposte e burocrazia compete con uno che vive di autorizzazioni.

Questa competizione è preziosa perché impedisce al potere pubblico di sentirsi senza rivali. Il nostro Paese dovrebbe smettere di rincorrere ogni settore con una misura speciale. Il punto non è inventare nuovi bonus, ma rendere normale ciò che oggi sembra eccezionale: produrre senza essere soffocati, investire senza perdersi nei labirinti amministrativi, assumere senza paura, usare e valorizzare la proprietà senza sospetto pubblico. Hollywood che si sposta nel New Jersey racconta proprio questo: l’economia non obbedisce ai proclami. Confronta le condizioni, misura i costi, cerca spazi di convenienza. Dove trova ostacoli, arretra; dove trova libertà, arriva. Perciò la concorrenza è anche un limite politico. Dice al potere che cittadini, imprese e capitali non gli appartengono. Non si possono spremere all’infinito, né trattenere per decreto. La libertà non chiede di essere custodita: chiede di poter scegliere.

Aggiornato il 05 giugno 2026 alle ore 15:24