La politica pretende di correggere il salario con norme e parametri, ma il valore del lavoro nasce da processi diffusi, non da decisioni centrali.
C’è un equivoco che ritorna puntualmente nel dibattito sui salari, ed è l’idea che basti una norma – o anche solo l’annuncio di un decreto – per incidere su dinamiche che non nascono nella legge ma nella realtà delle relazioni economiche. Quando gli stipendi ristagnano, si invoca un intervento pubblico; quando il lavoro non remunera a sufficienza, si cerca una soglia da fissare. Ebbene, il salario non è un dato che si possa determinare per via amministrativa: è il risultato di un processo di mercato, cioè dell’incontro tra valutazioni soggettive, aspettative, informazioni disperse e capacità imprenditoriali che nessuna autorità centrale può conoscere o coordinare pienamente.
L’annuncio di un nuovo intervento del Governo Meloni, in attuazione della delega prevista dalla legge n. 144 del 2025, si inserisce in questa logica: l’idea di costruire salari “giusti” attraverso criteri pubblici, archivi centralizzati, selezione dei contratti e incentivi. È una strategia che si presenta come tecnica, che presuppone implicitamente però che qualcuno possa disporre delle informazioni necessarie per stabilire quali retribuzioni siano adeguate, quali contratti siano preferibili e quali comportamenti debbano essere premiati. È, in altri termini, la riproposizione del problema della conoscenza: si pretende di organizzare dall’alto ciò che nasce da un ordine spontaneo.
L’analisi proposta alcuni giorni orsono su Il Sole 24 Ore da Renato Brunetta e Michele Tiraboschi coglie un punto essenziale, allorché evidenzia che il salario minimo legale riduce la complessità del lavoro a una soglia numerica astratta, ignorando la varietà delle situazioni produttive e delle preferenze individuali. Tuttavia, la soluzione indicata – rafforzare il ruolo del Cnel, selezionare i contratti più rappresentativi e collegare incentivi pubblici a determinati standard – rischia, nei suoi effetti, di riprodurre lo stesso errore su un piano diverso: quello di sostituire al processo di mercato un sistema di coordinamento guidato, nel quale le scelte non emergono dall’interazione tra individui, ma vengono indirettamente orientate da criteri esterni.
Il punto decisivo, infatti, è che i salari non sono il punto di partenza, rappresentano invece il punto di arrivo di un processo di scoperta. Essi riflettono la produttività attesa, la capacità di combinare risorse in modo efficiente, la percezione delle opportunità e il grado di rischio che gli imprenditori sono disposti ad assumere. Intervenire su questo esito senza incidere sui fattori che lo generano significa alterare i segnali che guidano le decisioni, con effetti che possono apparire favorevoli nel breve periodo ma che, nel tempo, tendono a ridurre la capacità del sistema di adattarsi.
Il problema italiano non è la mancanza di parametri, è in realtà l’insieme dei vincoli che limitano il processo di coordinamento del mercato: pressione fiscale elevata, instabilità normativa, rigidità burocratiche, difficoltà di crescita dimensionale delle imprese. In un contesto simile, i salari ristagnano perché ristagna la produttività, e la produttività ristagna perché l’iniziativa è compressa. Pensare di correggere i salari senza liberare questi processi equivale a intervenire sui sintomi senza affrontarne le cause.
Anche l’idea di utilizzare un archivio pubblico dei contratti come parametro “oggettivo” introduce una trasformazione rilevante, perché implica che esista un criterio esterno in grado di stabilire quali accordi siano più adeguati. Ma il mercato non funziona per selezione amministrativa: funziona come un processo competitivo in cui gli errori vengono corretti e le soluzioni migliori emergono nel tempo. Quando questo meccanismo viene sostituito da una classificazione centralizzata, si riduce lo spazio per la scoperta e si cristallizzano assetti che dovrebbero invece restare aperti al cambiamento.
Si sostiene che tali interventi siano necessari per contrastare il dumping contrattuale, ma anche in questo caso il rischio è quello di una risposta sproporzionata: a fronte di fenomeni circoscritti, si costruisce un sistema che incide sull’intero mercato del lavoro, introducendo nuovi livelli di controllo e orientamento. Il risultato sarà che le imprese non opereranno più seguendo i segnali dei prezzi e della domanda come criterio principale, adeguandosi agli incentivi e ai vincoli stabiliti dall’autorità, con una progressiva sostituzione del calcolo economico con il rispetto formale delle regole.
In questo modo, anche la contrattazione collettiva tende a perdere la sua natura originaria di strumento negoziale tra parti autonome e a diventare parte di un assetto più ampio, nel quale le condizioni sono indirettamente determinate dall’esterno. Il linguaggio stesso – “piani”, “monitoraggi”, “infrastrutture” – segnala il passaggio da un ordine spontaneo a una struttura organizzata.
Resta così in ombra la questione fondamentale: i salari crescono dove cresce la produttività, e la produttività cresce dove esiste un ambiente favorevole all’azione imprenditoriale, alla concorrenza e alla libertà di sperimentare. È in questo spazio che emergono le opportunità, si correggono gli errori e si generano miglioramenti reali. Quando questo spazio viene ristretto, anche le retribuzioni finiscono per risentirne.
Il rischio del nuovo “decreto lavoro”, quindi, non è soltanto quello di rivelarsi inefficace, è soprattutto quello di rafforzare una tendenza più profonda: quella di sostituire il processo di mercato con un sistema di regole e incentivi che, pur senza imporre direttamente, orienta e condiziona le scelte. È una forma di intervento meno visibile, ma non meno incisiva, perché agisce sui meccanismi stessi attraverso cui si formano le decisioni.
E mentre si discute di salari “giusti”, si evita di affrontare la domanda essenziale: chi può stabilire cosa è giusto in un sistema fondato su preferenze soggettive e conoscenze disperse? Se la risposta è il potere pubblico, allora il problema non è più soltanto economico, riguarda invece la possibilità stessa di un ordine fondato sulla libertà di scegliere, di contrattare e di produrre.
Aggiornato il 13 aprile 2026 alle ore 13:32
