Sovranità alimentare o libertà di mercato?
Nel settore del pomodoro italiano non c’è solo una crisi di marginalità. C’è qualcosa di più profondo: una divergenza crescente tra due modi opposti di interpretare il mercato.
Da una parte si trova chi, di fronte alla pressione della grande distribuzione e alla compressione dei margini, invoca un maggiore intervento pubblico. È la posizione espressa ad esempio da Pasquale Petti, alla guida del gruppo Italian Food, che ha sollecitato un ruolo più attivo di Unione europea e governo italiano, chiedendo tavoli di confronto con la grande distribuzione e misure a sostegno della filiera, nel nome della cosiddetta “sovranità alimentare”.
Dall’altra parte, però, c’è chi reagisce in modo radicalmente diverso. Il gruppo Mutti, leader del settore, ha infatti annunciato investimenti per oltre 40 milioni nel 2026, all’interno di un piano da 100 milioni nel quinquennio. Risorse destinate in larga misura a impianti produttivi, digitalizzazione e sistemi di intelligenza artificiale capaci di controllare con precisione sempre maggiore la qualità del prodotto.
A bene vedere, non siamo in presenza di una semplice differenza di strategia aziendale, ma di una differenza di visione. Che appare evidente considerando che, nel primo caso, il mercato è percepito come un problema da correggere: la grande distribuzione “spreme” i produttori, la concorrenza internazionale è sleale, i margini si riducono. La risposta diventa quindi politica: più coordinamento, più regole, più presenza pubblica. Nel secondo caso, invece, il mercato è il contesto entro cui operare. Non viene negato né corretto dall’esterno, ma unicamente affrontato con strumenti interni all’impresa: tecnologia, organizzazione, investimenti, espansione internazionale.
Come ha osservato Israel Kirzner, il mercato è un “processo di scoperta”: un contesto in cui le imprese individuano progressivamente cosa funziona e cosa no.
Intervenire per correggerlo dall’esterno significa, spesso, impedire proprio quel processo.
I dati confermano detta impostazione. Il principale operatore del comparto, rappresentato dall’azienda parmense guidata da Francesco Mutti, realizza circa il 60 per cento del proprio fatturato all’estero e registra tassi di crescita rilevanti, anche in mercati complessi come quello statunitense. E ciò significa che la competizione globale non è un vincolo da subire, è piuttosto una dimensione da presidiare.
È qui che il discorso sulla “sovranità alimentare” mostra tutta la sua ambiguità. Se per sovranità si intende la capacità di un sistema produttivo di reggere la concorrenza internazionale, allora essa si costruisce attraverso produttività, innovazione e qualità. Al contrario, se diventa il pretesto per invocare protezioni, coordinamenti pubblici o interventi sui prezzi, rischia di trasformarsi in un freno vero e proprio, di distorsione del mercato e della cooperazione volontaria.
Anche il tema delle promozioni nella grande distribuzione, indicato come uno dei nodi critici, va letto nella medesima chiave. Le politiche commerciali non sono il risultato di un arbitrio, esprimono in realtà l’espressione di un equilibrio competitivo tra domanda e offerta. Intervenire su questo meccanismo significa alterarlo, con effetti che raramente sono quelli desiderati.
Lo stesso vale per la questione fiscale, come nel caso delle diverse aliquote Iva tra pomodoro fresco e prodotti trasformati. Qui il problema non è l’assenza di intervento pubblico, è semmai il suo eccesso: un sistema tributario frammentato che introduce differenze arbitrarie e distorce le scelte produttive.
Eppure, proprio nelle parole dell’imprenditore che chiede maggiore attenzione pubblica emerge, quasi in controluce, una soluzione di segno opposto. L’ipotesi di acquisire una piccola catena di supermercati per vendere direttamente i propri prodotti rappresenta infatti una risposta pienamente interna al mercato: non si modifica il contesto, si cambia il modo di stare dentro di esso. È questo il punto decisivo. Non è la difficoltà del settore a determinare le scelte, ma l’interpretazione di quelle difficoltà.
Si può leggere la riduzione dei margini come una ragione per chiedere protezione, oppure come uno stimolo a riorganizzare la produzione e la distribuzione. Si può considerare la concorrenza internazionale come una minaccia, oppure come un incentivo a migliorare.
La storia dell’agroalimentare italiano suggerisce chiaramente quale strada abbia funzionato. I marchi che hanno conquistato i mercati globali non lo hanno fatto grazie a tavoli istituzionali o a interventi pubblici, ma grazie alla capacità di innovare, differenziarsi e costruire un rapporto diretto con i consumatori.
Anche nel caso del pomodoro, la vera linea di confine non passa tra filiera e distribuzione, né tra produttori e istituzioni. Passa tra due idee opposte di economia: una che cerca protezione, e una che accetta la competizione.
E, come spesso accade, è proprio questa seconda a fare la differenza. Anche quando tutto parte da qualcosa di semplice: un pomodoro trasformato in industria e venduto nel mondo.
Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 10:12
