Tratto dal saggio “The Chainsaw Revolution: Javier Milei’s Rothbardian Assault on Argentine Collectivism”, finalista del Kenneth Garschina Undergraduate Student Essay Contest 2026 per il Mises Institute.
Negli ultimi decenni, l’umanità ha assistito impotente all’espansione senza freni della sfera politica. L’ipertrofia del potere esecutivo, la pianificazione centralizzata e il ricorso abituale dei governi a presunte “misure emergenziali” hanno ristretto la libertà, eroso la cooperazione volontaria tra gli individui e provocato un netto deterioramento del benessere economico. Questa tendenza sospinge i cittadini verso una soggezione sempre più marcata all’apparato coercitivo dello Stato, proprio quella “via della schiavitù” che Friedrich von Hayek aveva intravisto nel pieno della Seconda guerra mondiale. Purtroppo, l’audace messaggio di Murray Rothbard in Per una nuova libertà. Il manifesto libertario avrebbe trovato ben poco riscontro negli sviluppi successivi.
Più di mezzo secolo fa, il padre dell’anarcocapitalismo aveva osservato che lo statalismo travalica ogni frontiera partitica e finisce sempre per rafforzare il complesso assistenziale-bellico-regolatorio attraverso l’alleanza nefasta tra il grande governo, la grande impresa e i grandi sindacati (NdA big government, big business, and big labor). In un quadro tanto cupo, si sarebbe potuto credere che la lezione di Rothbard fosse destinata a restare lettera morta. Oggi, invece, la libertà sembra rifiorire proprio là dove meno la si sarebbe attesa. La culla di questa rinascita libertaria è l’Argentina, a lungo schiacciata sotto il peso del peronismo e dominata per generazioni dalle dottrine collettiviste, nonché da una diffidenza verso il libero mercato. Eppure, non è sempre stato così.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1816, l’Argentina attirò ondate successive di immigrati italiani e spagnoli, portatori di una solida etica del lavoro e di uno spirito pionieristico. Le fertili distese della Pampa, la presenza di un settore privato dinamico e le concrete prospettive di mobilità sociale li allontanarono dalle misere condizioni dei loro Paesi d’origine. I coloni si dedicarono alla loro impresa con operosità e disciplina, contribuendo a forgiare il carattere della nazione che li aveva accolti e svolgendo un ruolo decisivo nell’ascesa dell’Argentina tra i Paesi più ricchi del mondo. L’apice di tale splendore si dispiegò tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, nella cosiddetta Età dell’Oro, un periodo che presenta non poche analogie con la Gilded Age americana.
Gli imprenditori di Buenos Aires, sostenuti dalla perizia tecnica e dal capitale delle compagnie britanniche, promossero una rete infrastrutturale finanziata dall’iniziativa privata che finì per diventare il più vasto sistema ferroviario del Cono Sud. Ciò favorì l’urbanizzazione delle province centrali e intensificò i flussi commerciali tra le città costiere e l’entroterra argentino. Al tempo stesso, le ingenti esportazioni agricole, i dazi irrisori e gli investimenti esteri diretti innescarono un autentico miracolo economico.
Tra il 1870 e il 1914, il PIL pro capite argentino più che raddoppiò. Partendo da meno di due milioni di abitanti, il Paese superò gli otto milioni, con una crescita demografica annua media pari al 3,4 per cento, mentre il Pil aumentava in media di circa il 5 per cento all’anno. Allora, il reddito pro capite dell’Argentina quasi eguagliava quello del Canada e dell’Australia, superava quello di Francia, Belgio e Germania, e superava largamente il tenore di vita dell’Italia e della Spagna, le principali terre d’origine dei suoi nuovi cittadini. Ma quell’interludio memorabile, così vicino alla libertà rothbardiana, stava ormai per concludersi.
La fase caratterizzata dalla minima ingerenza statale lasciò presto il posto a un’epoca di transizione nella storia argentina, conosciuta come il Decennio Infame. Quel periodo ebbe inizio con il colpo di Stato militare del 6 settembre 1930, che rovesciò il presidente in carica Hipólito Yrigoyen. Quando la Grande Depressione fece crollare la domanda globale, l’élite argentina chiuse il mercato interno nel vano tentativo di inseguire un’autarchia condannata al fallimento. Innalzò barriere protezionistiche per ridurre la dipendenza dai beni manifatturieri importati dall’estero, impose controlli su prezzi e salari e creò nel 1935 la Banca centrale della Repubblica Argentina. Quella svolta istituzionale assestò il colpo definitivo ai residui dello standard aureo, consolidando il monopolio statale sull’emissione monetaria e sul credito.
La situazione peggiorò ulteriormente quando il generale Juan Domingo Perón conquistò il potere il 24 febbraio 1946. Perón ammirava a tal punto l’abilità di Benito Mussolini nel “riconciliare” il lavoro e il capitale che tentò di adattare i principali elementi del fascismo italiano al contesto argentino. La sua egida dirigista segnò l’avvio di un’ampia direzione statale dell’economia, accompagnata dai programmi assistenziali e dalla nazionalizzazione delle industrie strategiche. Il peronismo esaltò i sindacati come il fondamento di un ordine corporativista che prometteva la “giustizia sociale”, ma finì per indebolire il ceto medio favorendo il lavoro organizzato a detrimento dei produttori autonomi e dei piccoli imprenditori. Le violazioni del diritto di proprietà privata facilitarono abusi tirannici contro chiunque si rifiutasse di allinearsi al regime. I dissidenti dovettero subire una tassazione oppressiva e confiscatoria oppure la persecuzione, finché le loro voci non furono messe a tacere.
Il ritorno della democrazia nel 1983 introdusse pochi cambiamenti sostanziali nell’economia argentina. Il peronismo e la sua variante di sinistra, il kirchnerismo, confluirono nell’ampio ombrello del “socialismo del XXI secolo”, che si presentava sotto le insegne dell’umanesimo democratico e della redistribuzione dei redditi. Pur restando fedele alla matrice peronista, il kirchnerismo abbracciò un’idolatria del Leviatano ancora più pervasiva. Durante i loro dodici anni di governo, Néstor Kirchner (2003-2007) e sua moglie, Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015), orchestrarono l’espropriazione dei fondi pensionistici privati, delle grandi imprese e dei risparmi familiari. Gli abusi proseguirono senza tregua. L’emissione monetaria fuori controllo alimentò l’inflazione e provocò la svalutazione del peso, le statistiche ufficiali vennero manipolate per occultare la pessima gestione dell’economia e l’Argentina strinse rapporti diplomatici con i governi socialisti della regione.
Prima del ciclo elettorale del 2023, qualsiasi tentativo di immaginare il futuro dell’Argentina sarebbe equivalso a formulare il pronostico di un disastro. Il Paese stava sprofondando in una spirale di debito e corruzione, senza avere alcuna speranza realistica di uscire dalla sua crisi prolungata. Tuttavia, un fenomeno inatteso sconvolse le previsioni degli analisti e invertì una traiettoria che appariva altrimenti irreversibile. L’economista austrolibertario Javier Milei, sostenitore di una drastica riduzione del potere statale, ha conosciuto un’ascesa fulminea nella politica nazionale. Ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare paradossale ha prodotto risultati degni di essere esaminati alla luce degli argomenti fondativi di Rothbard. Prima di affrontare quest’analisi, però, è necessario comprendere il retroterra intellettuale di Milei.
(*) Fine prima puntata. Nel prossimo articolo esploreremo la formazione intellettuale di Javier Milei.
Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 12:19
