Il Parlamento respinge la proposta di equiparare i congedi di maternità e paternità. Ma il vero problema non è la misura mancata: è l’idea che la crescita economica dipenda da nuovi obblighi e da ulteriore spesa pubblica.
La politica italiana ha un riflesso quasi automatico: di fronte a qualsiasi problema sociale propone una nuova legge, altri obblighi o un incremento della spesa pubblica. È appena accaduto anche con la proposta di legge di congedo paritario per madri e padri, respinta dalla Commissione Bilancio della Camera perché priva delle coperture economiche necessarie. Il provvedimento – A.C. 2228 – è stato oggetto di un’analisi tecnica del Servizio Bilancio dello Stato (23 febbraio 2026), che ha segnalato la fragilità delle coperture e l’incertezza sugli effetti finanziari, confermando quanto spesso accade: le promesse politiche si scontrano con la realtà dei conti pubblici.
La misura, nelle intenzioni dei sostenitori, avrebbe dovuto combattere le discriminazioni nel lavoro, sostenere la natalità e favorire la crescita economica. Prevedeva cinque mesi di congedo retribuiti al cento per cento per entrambi i genitori. Il conto, tuttavia, sarebbe stato di circa tre miliardi di euro all’anno.
Ancora una volta, però, il dibattito ha evitato la domanda decisiva: da quando spetta allo Stato stabilire come le famiglie devono organizzare la nascita e la cura dei figli? In realtà non dovrebbe spettargli affatto. La nascita di un figlio e l’organizzazione della vita familiare appartengono infatti alla sfera delle decisioni individuali, non alla pianificazione legislativa.
Dietro queste proposte c’è in sostanza una convinzione radicata nella cultura politica contemporanea: che la società possa essere corretta, guidata e migliorata attraverso un disegno legislativo. È la stessa mentalità che negli ultimi decenni ha prodotto una proliferazione continua di norme sul lavoro, sussidi, incentivi e vincoli sempre più invasivi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta pressione fiscale sul lavoro e con una delle regolazioni più rigide del mercato occupazionale. Eppure, nonostante decenni di interventi pubblici, i problemi che si pretendeva di risolvere restano tutti: bassa occupazione femminile, natalità in calo, crescita economica debole.
Secondo i dati dell’Istat, nel 2024 le nascite sono state 369.944, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La crisi demografica viene spesso interpretata come la prova che lo Stato dovrebbe fare di più. Ma è esattamente l’opposto: è il segnale di un sistema economico appesantito da tasse, burocrazia e interventi che rendono sempre più difficile progettare il futuro.
La verità è che la politica tende a confondere due piani completamente diversi. La famiglia è una realtà spontanea, fatta di scelte personali, responsabilità e relazioni. Lo Stato, invece, è un apparato sociale di costrizione e di coercizione, che opera attraverso regole generali e uniformi. Quando pretende di organizzare la prima con gli strumenti del secondo, finisce inevitabilmente per produrre rigidità e costi.
Ogni nuovo congedo obbligatorio, finanziato dalla fiscalità generale, significa difatti trasferire risorse da alcuni cittadini ad altri e imporre alle imprese ulteriori vincoli organizzativi. Non si tratta solo di una questione contabile, è una questione di libertà economica.
Le imprese non sono laboratori sociali. Sono organizzazioni che devono produrre valore, affrontare la concorrenza e sostenere costi già molto elevati. Quando il legislatore interviene continuamente per ridefinire tempi di lavoro, assenze obbligatorie e tutele finanziate dalla collettività, riduce inevitabilmente lo spazio della contrattazione e della flessibilità.
Eppure, proprio la flessibilità è ciò che consentirebbe a molte famiglie di trovare soluzioni più adatte alle proprie esigenze. Alcune coppie potrebbero preferire una distribuzione diversa del tempo di lavoro, altre periodi di assenza più brevi ma meglio retribuiti, altre ancora soluzioni completamente differenti.
Pretendere di stabilire dall’alto un modello unico di organizzazione familiare significa ignorare la varietà delle scelte individuali.
Il paradosso è che la stessa politica che denuncia la crisi demografica contribuisce a crearne le condizioni. Un sistema fiscale pesante, un mercato del lavoro ingessato e un’economia poco dinamica rendono sempre più difficile per i giovani costruire una famiglia e avere figli.
Non è la mancanza di nuove prestazioni pubbliche a scoraggiare la natalità. È piuttosto la mancanza di libertà economica.
In questo senso, la bocciatura del congedo paritario non rappresenta affatto una tragedia nazionale. Semmai offre l’occasione per porre una domanda più radicale: fino a che punto lo Stato deve spingersi nel tentativo di organizzare la vita privata dei cittadini?
La crescita economica non nasce da nuove prestazioni finanziate con le tasse. Ha origine in un ambiente in cui lavoratori e imprese possono accordarsi liberamente, in cui la pressione fiscale è più leggera e in cui le famiglie possono prendere decisioni senza dipendere da programmi pubblici.
In altre parole, la vera politica per la famiglia non consiste nel moltiplicare congedi, bonus e sussidi. Consiste nel restituire spazio alla responsabilità individuale e alla libertà di scelta. Perché una società prospera quando le persone sono libere di organizzare la propria vita, non quando qualcuno pretende di farlo al posto loro.
Aggiornato il 20 marzo 2026 alle ore 14:50
