Crisi della democrazia e ritorno del cesarismo

La tassa sulla ricchezza estrema non è ideologia. È sopravvivenza. In un intervento su Social Europe, scritto con l’economista indiana Jayati Ghosh, Joseph Stiglitz sostiene che alla luce di un programma globale “volto a sostituire la governance democratica con un Governo coercitivo da parte degli ultraricchi, qualsiasi strategia per contrastare questo programma deve riconoscere che tassare la ricchezza estrema è essenziale per salvare la democrazia”. Anche perché, secondo il Premio Nobel per l’economia, vi è in atto una strategia definita e molto facilmente individuabile “per ostacolare la cooperazione fiscale multilaterale”. Stiglitz riprende, di fatto, citandolo, l’allarme di Oswald Spengler, che un secolo fa avvertì del crollo della democrazia e dell’ascesa del cosiddetto “cesarismo”, e di quelle “forze dell’economia monetaria dittatoriale”, che stanno smantellando lo Stato regolatore e il multilateralismo. L’economista americano denuncia “l’aggressiva strategia neo-mercantilista di Donald Trump”, che “dichiarando unilateralmente dazi punitivi, minacciando e imponendo blocchi, rapendo leader nazionali, brandendo portaerei come navi corsare e proponendo comitati di pace progettati per ristabilire il controllo coloniale”, aggira le istituzioni internazionali esistenti ovunque possibile. Con un solo grande obiettivo: “Appropriarsi delle risorse e impedire a presunti rivali come la Cina di accedervi”. Nessun Paese, però, scrivono Stiglitz e Ghosh, dovrebbe rinunciare al proprio diritto sovrano di tassare le multinazionali e i super-ricchi, poiché sarebbe “non solo moralmente fallimentare e strategicamente fuorviante, ma anche economicamente insensato”.

Gli autori citano, in particolare, tre esempi di resistenza “contro reazionaria globale”: Il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, la Spagna di Pedro Sánchez e “la crescita della Colombia dopo l’introduzione di riforme fiscali progressive da parte dell’ex ministro delle finanze José Antonio Ocampo”. Il successo di questi Paesi, si fa notare, “fornisce una solida prova empirica del fatto che politiche fiscali progressiste e una maggiore capacità dello Stato sono correlate a indicatori economici positivi e a una maggiore coesione sociale”. E in Francia, si rammenta, la tassa Zucman, l’imposta minima del 2 per cento proposta da Gabriel Zucman sui super ricchi, gode di quasi del 90 per cento del sostegno pubblico e sta dominando il dibattito nazionale, anche se è stata già respinta lo scorso anno dall’Assemblée nationale. La cifra del neo cesarismo spinto, osservano gli economisti, è in sostanza la contestazione dell’idea stessa di giustizia fiscale, nonostante qualche progresso, che Stiglitz e Gosh vedono negli sforzi dell’Unione africana, che “continua a sostenere la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale”, in Colombia, Brasile, Spagna e Tunisia, che “hanno attuato riforme fiscali progressive”, e una proposta di iniziativa referendaria in California, che “prevede l’introduzione di un’imposta una tantum del 5 per cento sul patrimonio netto dei miliardari”. A dimostrazione che l’avversario è tutto tranne che disposto a scendere a patti, Stiglitz evidenzia che nei negoziati del Quadro inclusivo Ocse-G20 di inizio gennaio, “oltre 145 Paesi hanno concordato di dare carta bianca alle grandi multinazionali statunitensi”. Essendo stato compromesso fin dall’inizio da squilibri di potere, il processo Ocse-G20 è stato facile da dirottare per il presidente degli Stati Uniti. Un’intensa attività” di lobbying da parte degli Usa, ha così permesso alle grandi aziende americane del settore energetico, tecnologico e farmaceutico di ottenere “ampie esenzioni dall’imposta minima globale del 15 per cento, concordata nel 2021 dopo un decennio di laboriose negoziazioni”.

Naturalmente, osservano i due economisti il Quadro inclusivo OCSE-G20 non ha potuto dichiarare apertamente la sua resa, ma ha “improvvisamente scoperto” che l’attuale regime fiscale statunitense è equivalente al secondo pilastro dell’accordo originale, il che implica che altri Paesi non possono imporre tasse aggiuntive alle multinazionali con sede negli Usa. Ma “le due cose non sono la stessa cosa”, poiché “l’imposta minima globale applica un calcolo Paese per Paese per determinare l’importo, mentre le norme statunitensi si applicano ai profitti esteri totali delle multinazionali con sede negli Stati Uniti”, il che “consente alle aziende di compensare le imposte elevate pagate in alcuni Paesi con le imposte pari a zero pagate in altri, ripristinando così i vantaggi delle giurisdizioni a tassazione zero”. Questo nuovo accordo, denuncia Stiglitz, “non solo mina il principio secondo cui le multinazionali dovrebbero pagare un’aliquota fiscale minima coordinata ovunque operino, ma garantisce anche alle multinazionali con sede negli Stati Uniti un vantaggio competitivo rispetto alle altre multinazionali, tutte ancora soggette all’imposta minima globale del 15 per cento”. Le attuali norme fiscali per le multinazionali, concepite negli anni Venti del secolo scorso, “non sono più adatte all’economia digitale odierna”, rilevano gli economisti. Si deve, allora, “abbandonare l’illusione che un’impresa multinazionale sia solo un insieme di entità indipendenti, un’idea che le grandi aziende usano per trasferire i profitti verso giurisdizioni a bassa tassazione, abusando così delle linee guida dell’Ocse”. Serve “un approccio fiscale unitario”, poiché “l’attuale architettura priva i governi di almeno 240 miliardi di dollari all’anno, costringe le imprese locali a competere in condizioni di disparità e porta a imposte più elevate sui lavoratori (il cui reddito è meno mobile) mentre i Paesi cercano di compensare le perdite di fatturato. Il che apre alla domanda regina: la democrazia riuscirà a governare il capitalismo o ne sarà definitivamente consumata?

Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 12:57