A proposito della direttiva Ue “case green” dopo il “trilogo” finale
“Non esiste un metodo infallibile per evitare la tirannide”, ha scritto Karl Raimund Popper; per tale ragione ha ammonito: “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”. È questo l’atteggiamento che bisogna assumere dinanzi all’iniziativa dell’Unione europea con la direttiva “case green”, per la quale nei giorni scorsi le istituzioni dell’Ue hanno raggiunto un accordo nell’incontro del “trilogo”. Le stesse ora hanno deciso, anche se bisognerà attendere il voto finale che ufficializzerà l’approvazione, che ogni singolo Stato potrà decidere, con i propri obiettivi e la propria tabella di marcia, quali edifici ristrutturare e con quali tempistiche. Ci saranno solo alcuni obiettivi condivisi: il consumo energetico degli edifici residenziali dovrà essere ridotto del 16 per cento entro il 2030 e del 26 per cento entro il 2035. Siffatto taglio dei consumi a livello nazionale potrà essere ottenuto in qualsiasi modo, ma la maggior parte (almeno il 55 per cento) dovrà essere il risultato della ristrutturazione degli edifici con le performance peggiori. Rimane fermo l’obiettivo per ciascun Paese di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050; per i nuovi edifici residenziali è stato invece stabilito che entro il 2030 dovranno essere costruiti per essere a emissioni zero.
È d’uopo ricordare che l’iniziativa Ue è ricompresa nel pacchetto “Pronti per il 55 per cento” approvato il 14 luglio 2019, ed è previsto che per la sua attuazione – nonostante nell’ultimo negoziato sembrano essere stati attenuati pervasività e impatto quanto meno a breve termine e anche coinvolgendo gli Stati – sarà comunque utilizzato un esteso reticolato di interventi coercitivi, di tipo autistico, binario e triangolare, per usare le categorie individuate da Murray Newton Rothbard. Saranno così impiegati strumenti fiscali e normativi sia europei sia degli Stati nazionali, un mix di azioni sulle dinamiche di mercato, tra cui ad esempio le tasse ambientali, e strumenti al di fuori di esso, come le normative, le politiche di appoggio tecnologico e gli approcci volontari. Il che porterà inevitabilmente ad attribuire un ruolo predominante alle autorità politiche e alla burocrazia (Ue, Stati, Regioni), all’accrescimento dei loro compiti e poteri e, in definitiva, a una forma di socialismo ambientale che sfocerà in un collettivismo statalista. Non è fuori luogo ipotizzare che le attività e le iniziative che verranno intraprese saranno supportate da una campagna propagandistica ideologicamente orientata, che le farà percepire come necessarie, diffondendo il messaggio che gli interessi della gente siano probabilmente maggiormente tutelati dalla politica piuttosto che dal mercato e che la crescita economica, se lasciata libera e non gestita dal potere pubblico, costituisca una minaccia e una fonte di danno per l’ambiente. “Questa ideologia (ambientalista) predica molto in merito alla Terra e alla natura – ha scritto Václav Klaus, economista e già presidente della Repubblica Ceca – e nascosta negli slogan della loro protezione – in modo simile ai vecchi marxisti – vuole sostituire l’evoluzione libera e spontanea dell’umanità con una sorta di programmazione centrale (ormai globale) del mondo intero”. A sua volta, l’economista statunitense George Reisman ha affermato: “Il socialismo scientifico marxiano era il collettivismo nella sua chiassosa e arrogante giovinezza. L’ambientalismo è il collettivismo nella sua demenziale vecchiaia”.
Come la storia ha insegnato, dette attività e iniziative non solo non raggiungeranno alcuno degli obiettivi perseguiti dai loro propugnatori, ma finiranno inevitabilmente per compromettere il sistema politico ed economico dei Paesi interessati, per arrestare lo sviluppo alla base della civiltà industriale e per dilapidare risorse naturali e umane, apprestando soluzioni dispendiose e poco efficaci, fino al punto di pregiudicare il benessere delle future generazioni. I danni alla proprietà immobiliare – che già sconta i primi deleteri effetti del disegno europeo – saranno incalcolabili. Ovviamente, operando nel modo sopra congetturato e utilizzando i vecchi ferri arrugginiti dell’interventismo, si tralascerà innanzitutto dal considerare l’obiettiva complessità della materia, l’oggettiva ignoranza di molti elementi di discussione, l’incertezza sui dati statistici – non facili da leggere e ancor meno da confrontare – e finanche le evenienze scientifiche che sembrano piuttosto escludere un’emergenza climatica. Si finirà, poi, per non cogliere appieno la differenza che esiste tra meteorologia e clima (una semplice distinzione, ampiamente accettata, tra i due campi si basa in generale sulle diverse scale temporali che li caratterizzano) e, soprattutto, tra problema dell’inquinamento, che rappresenta un attacco frontale condotto ai diritti altrui senza il consenso del legittimo proprietario, che si persegue non riducendo l’uso dei combustibili fossili ma sequestrando a monte gli agenti inquinanti, e riscaldamento globale, che deriverebbe invece dalle emissioni antropiche di anidride carbonica. Quest’ultima, poi, non è un inquinante né un gas tossico, ma ha un triplice impatto sul clima: agisce su di esso come gas serra, con effetto riscaldante, che non è affatto dannoso; opera come fertilizzante per le piante, che sono una parte importante del sistema climatico e ne migliorano la vivibilità; produce un effetto energetico in quanto amplifica la nostra capacità di adattarci al clima.
A parte ciò, si ometterà di assumere che, se si congelassero e, quindi, si riducessero progressivamente le emissioni globali di anidride carbonica, riducendo corrispondentemente il consumo di combustibili fossili che producono le emissioni di cui trattasi, si abbandonerebbe un mondo ancorato al progresso e si darebbe un colpo mortale alla civiltà industriale e al suo ulteriore sviluppo, il cui fondamento è stato, e continuerà a essere, proprio l’utilizzazione dei combustibili fossili. Si imporrebbero altresì, a tutti gli individui, pesanti sacrifici economici, nella convinzione che, per far fronte all’emergenza, sarebbe necessario privarli dei mezzi per affrontarla, come se essi, e non la natura, fossero la causa del problema. Invero, vale la pena rilevare che la natura, lasciata a sé stessa e libera di operare, non è benigna e presenta pericoli per la vita degli individui, che hanno di conseguenza la necessità di trasformare l’ambiente che li circonda, il quale tradizionalmente altro non rappresenta che l’insieme di elementi naturali che possono essere addomesticati dall’uomo a suo vantaggio. A ciò deve essere anche aggiunto che il contributo della natura alle risorse naturali è di molto inferiore rispetto a quanto generalmente si presume. Ed è pure destituita di fondamento l’opinione comune secondo cui essa ha fornito le risorse naturali che l’uomo sfrutta e non ha poi alcun mezzo per sostituirle, dopo averle utilizzate.
Le risorse, in realtà, nascono dalle idee e altro non sono che “materia ed energia trasformate dall’ingegno umano al fine di soddisfare bisogni umani” (Alex Epstein). In tale ottica, l’uomo rappresenta la “risorsa ultima” e con la sua inventiva, la conoscenza di cui dispone e gli sforzi che assicura, fa sì che le risorse naturali – ossia quelle esistenti in natura, che sono indipendenti dagli esseri viventi e potenziali – diventino economiche. Una risorsa, in definitiva, non esiste indipendentemente dall’uomo ed è sempre una funzione del prezzo e della tecnologia. Il loro sviluppo non è dissimile da quello di qualsiasi altro bene o servizio, e si espande man mano che l’uomo accresce la sua conoscenza della natura e il suo potere fisico sulla stessa. Si espande altresì con il suo progredire nella scienza e nella tecnologia e migliora e accresce la sua offerta di beni strumentali. Tutto ciò porta a considerare le risorse, e in particolar modo quelle energetiche, non come date fisse, che è possibile inventariare e definire una volta per tutte, ma come qualcosa di dinamico, ignoto, da scoprire e valorizzare. Tant’è che il loro limite può ritenersi teoricamente spostabile all’infinito, grazie all’ingegno umano e alla tecnologia, che determinano il progresso tecnico, merceologico e organizzativo e, di conseguenza, quello sviluppo che produce un allargamento delle possibilità di scelta concesse all’uomo e il miglioramento della qualità della sua vita.
L’essenza della loro esistenza, si può affermare, è la crescita della conoscenza umana, che non ha limiti naturali. Sotto simile prospettiva, l’uomo non si pone come semplice distruttore di risorse, bensì come uno scopritore, un inventore, un innovatore coraggioso e, pertanto, un generatore di risorse. Che emergono anche da modifiche che possono sopraggiungere nel corso del tempo con il mutare dell’ordine delle priorità individuali. Per effetto di ciò, aspetti della natura, già essenziali per la vita delle persone, perdono di interesse, mentre altri, in precedenza trascurati o sconosciuti, diventano utili, acquisendo il valore di risorsa.
Valgono in argomento i seguenti esempi:
– “la fornitura di ferro come risorsa naturale economicamente utilizzabile era pari a zero per le persone dell’età della pietra. È diventata una risorsa naturale economicamente utilizzabile solo dopo che ne sono stati scoperti gli usi e ci si è resi conto che il ferro poteva contribuire alla vita e al benessere umano una volta forgiato in vari oggetti. La fornitura di ferro economicamente utilizzabile era una cosa quando poteva essere estratto solo scavandolo con le pale. È diventato sostanzialmente maggiore quando i bulldozer e le pale a vapore hanno sostituito le pale a mano. È diventato ancora più grande quando sono stati trovati metodi per separarlo dai composti contenenti zolfo. E così è stato, e può continuare ad essere, per ogni risorsa naturale economicamente utilizzabile. La loro offerta è aumentata e può continuare ad aumentare per un tempo indefinito” (Sergio Ricossa, 1974);
– lo stesso si può dire per il carbone, “il pane dell’industria. Noto da tempo, non aveva ottenuto applicazioni rilevanti prima della Rivoluzione industriale, sebbene fornisca 8mila calorie al chilogrammo, contro le 4mila della legna. L’esaurimento delle foreste obbligò a occuparsi con più attenzione del carbone, le cui riserve apparivano ricchissime: era come sfruttare un “concentrato” di foreste cresciute milioni di anni prima, un concentrato accumulatosi durante un tempo lunghissimo (600 milioni di anni) e rimasto intoccato dall’umanità” (John Taylor, 2002).
Aggiornato il 12 dicembre 2023 alle ore 11:22
