Delicta graviora contra mores. Prospettive etiche e soluzioni giuridiche per il recupero e la riparazione, di Fabiola Lacagnina, edito dal Pontificio Ateneo Salesiano – editrice Las è una lettura innovativa del sistema sanzionatorio canonico e della giustizia riparativa. Affrontare il dramma degli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili all’interno del perimetro ecclesiale (espressione gergale che il diritto penale canonico ricomprende in più fattispecie di delitti contro il sesto comandamento) impone un rigoroso equilibrio tra norma e prassi, oltre a un notevole coraggio intellettuale. È un equilibrio che Fabiola Lacagnina persegue con ambizione nella sua opera. Il testo nasce da un solido itinerario di ricerca accademica e si alimenta dell’esperienza sul campo, proponendo, per usare le parole stesse dell’autrice, “una lettura organica e criticamente informata del fenomeno, capace di integrare il rigore scientifico proprio della ricerca accademica con le acquisizioni derivanti dall’esperienza professionale, valorizzando gli elementi di continuità e di tensione tra norma e prassi”.

Uno dei pregi immediati del saggio risiede nella sua accessibilità espositiva, che non sacrifica la precisione dogmatica. Come evidenzia Davide Cito nella prefazione, il volume eccelle nel “chiarire, con linguaggio accessibile ma preciso, il funzionamento dell’ordinamento canonico e la sua progressiva riforma in materia di tutela dei minori”. L’autrice demistifica concetti complessi come la notitia criminis, le misure cautelari e la prescrizione, inquadrandoli come strumenti vivi ed efficaci al servizio della protezione dei vulnerabili. Particolare rilievo viene dato al solco storico tracciato dal motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela (2001) di Giovanni Paolo II e dalle successive Normae de gravioribus delictis. L’analisi si estende inoltre al rapporto con lo Stato, evidenziando la maturazione di una cooperazione scevra dalle ambiguità e dai difensivismi del passato. Il saggio si fa particolarmente acuto quando interroga l’effettività della sanzione. Sebbene le pene canoniche rappresentino il naturale sbocco processuale, il testo ne sottolinea i limiti in termini di prevenzione speciale.

La dimissione dallo stato clericale, pur essendo la pena più grave, rischia di tradursi in una deresponsabilizzazione della Chiesa verso il reo e verso la società: il carattere indelebile del sacramento dell’ordine fa sì che il dimesso, pur perdendo lo status giuridico, resti sacerdote in senso ontologico e dunque non possa essere consegnato all’oblio, perché il vincolo sacramentale è esso stesso una relazione che il diritto può privare dei suoi effetti giuridici ma non cancellare. Da qui scaturisce la necessità di affiancare alla pena un percorso strutturato che includa l’assistenza psicologica e trattamentale, valorizzando in particolare, sulla base delle evidenze scientifiche, la terapia cognitivo-comportamentale quale argine contro la recidiva. La vera chiave di volta dell’opera è l’innesto del paradigma della giustizia riparativa all’interno dell’ordinamento canonico. La giustizia riparativa non si pone come alternativa alla sanzione penale, ma come uno spazio complementare capace di favorire la responsabilizzazione, il riconoscimento del danno e la ricomposizione relazionale, nel pieno rispetto delle vittime. Il libro non le dimentica: ne ascolta i bisogni (verità, risposte alle domande di senso, sicurezza, riparazione) e ribadisce che la partecipazione ai percorsi riparativi deve essere libera e il perdono mai un obbligo. È nelle Conclusioni che le tesi si fanno più operative. Lacagnina muove dalla riforma Cartabia (Decreto legislativo del 10 ottobre 2022, numero 150), che ha introdotto nell’ordinamento italiano la disciplina organica della giustizia riparativa e ne coglie senza indulgenza le criticità.

La delicata ripartizione di competenze tra giudice e mediatore e le ambiguità interpretative dell’articolo 58 del decreto rischiano infatti di sovrapporre logiche giurisdizionali e logiche riparative, indebolendo l’autonomia del nuovo paradigma. Sui reati violenti contro la persona la posizione dell’autrice è netta: la mediazione non può sostituire il processo, poiché dinanzi a beni come la vita e l’integrità fisica e sessuale non è sostenibile rinunciare all’intervento punitivo; può invece collocarsi, come strumento autonomo e complementare, nella fase esecutiva della pena, con una funzione latamente trattamentale. Il fondamento della compatibilità tra paradigma riparativo e diritto canonico è, per l’autrice, antropologico e teologico prima che giuridico: a differenza degli ordinamenti secolari, la normativa canonica poggia su una “visione dialogico-razionale” della persona e dunque, della giustizia, che concepisce il delitto come frattura di una relazione da restaurare lungo il doppio binario della conversione e della riconciliazione. Non è la giustizia riparativa a dover essere imposta dall’esterno al diritto canonico: sembra piuttosto che sia il diritto canonico a custodire già, nella propria logica relazionale, ciò che quel paradigma rivendica. Alla lettera del libro si può affiancare una lettura ricavata dalla visione dell’uomo come universo individualizzato e auto-riflessivo.

La persona non precede la relazione ma ne è costituita, e ogni esistenza è un recinto sacro, un τέμενος, la cui separazione è necessaria all’auto-riflessione ma non ermetica: l’unità sottostante lo rende poroso e chiama al ritorno, all’epistrophē. Il delitto è allora violazione di quel recinto e lacerazione del tessuto che lega reo, vittima e comunità; la sanzione, pur doverosa, non esaurisce la risposta, che richiede di riaprire la possibilità della parola, nelle forme e nei tempi che la vittima può sostenere e mai imponendola. Più che un’identità tra piani distinti, è una risonanza analogica, che aiuta a comprendere perché la giustizia non sia l’opposto della relazione, bensì la sua forma custodita. Sul piano operativo, il libro propone di istituire presìdi diocesani o interdiocesani, a base interdisciplinare e dotati di statuto, per la valutazione criminologica e il trattamento di chi ha commesso, o rischia di commettere, tali delitti, ispirati a modelli già sperimentati in ambito civile. Restano però due nodi da sciogliere. Il primo è quello dell’adesione: i presìdi sono pensati come volontari; ma poiché il dimesso dallo stato clericale tende a rompere ogni legame con la diocesi e, nei casi in cui ricorra un disturbo pedofilico, ego-sintonia e negazione ostacolano l’adesione spontanea, l’autrice prospetta di graduare in ragione della partecipazione effettiva il sostentamento di cui al canone 1350 sezione 2, che configura un dovere giuridico dell’ordinario verso il dimesso in stato di bisogno, pur nel rispetto di ragionevolezza e proporzionalità. Subordinarlo ai percorsi significa trasformare un obbligo in una leva: dove passa, allora, il confine tra incentivo e pressione?

Una volontarietà sollecitata dal sostentamento economico rischia di somigliare a quel semplice pati poenam che il paradigma riparativo intende superare. Il secondo nodo è quello della tenuta concreta. Già alcune regioni ecclesiastiche, ricorda l’autrice, hanno sollecitato protocolli più chiari e uniformi, e statuti, personale qualificato e standard comuni tra diocesi di mezzi assai diversi non sono dettagli, ma la condizione perché i presìdi non restino una buona intenzione. Sono interrogativi che meritano ulteriore approfondimento. Il Giorgio Giovanelli, nella postfazione, allarga lo sguardo su “una giustizia diversa non basata su logiche meramente retributive; la proposta di una giustizia che rimanda all’atteggiamento stesso di Dio che, certamente, fa verità sul male commesso ma non per ritorcere quel male sul colpevole, bensì per ridare a quest’ultimo una strada verso la realizzazione personale e il bene che, in sintesi, costituiscono il vero emendamento del reo”. E chiude osservando che “il diritto penale può essere, davvero, espressione di quella giustizia che, chiamata ad essere riflesso dell’immagine di Dio, in senso teologico, giustifica non banalizzando o moltiplicando il male commesso bensì rispondendo ad esso con ciò che gli è diametralmente opposto: il bene”. Il volume sarà presentato domani, alle ore 17.30, presso il Salone del Bambino della Chiesa Madre di Ribera (Agrigento) con gli interventi di Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento; di Lillo Maria Argento, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico diocesano agrigentino e dell’autrice Fabiola Lacagnina. L’incontro sarà moderato dal sottoscritto.

(*) Delicta graviora contra mores. Prospettive etiche e soluzioni giuridiche per il recupero e la riparazione di Fabiola Lacagnina, Collana Questioni di Diritto Canonico, Pontificio ateneo salesiano – Editrice Las 2026, 410 pagine, 30 euro

Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 15:45