Pinocchia, adolescente di legno

Intervista al regista e autore dello spettacolo del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli

Alla Sala Teatro Elsa Morante arriva Pinocchia, adolescente di legno, spettacolo diretto da Roberto Gandini e realizzato insieme ai ragazzi del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli. Un lavoro intenso e attuale che, partendo dal celebre capolavoro di Carlo Collodi, affronta temi profondi come l’identità, il bisogno di appartenenza, la crescita e il valore della diversità.

In questa intervista Roberto Gandini racconta la nascita di un Pinocchio al femminile, il rapporto con gli adolescenti di oggi e il significato di un teatro capace di includere, educare ed emozionare.

Abbiamo il piacere di avere qui con noi Roberto Gandini, regista e autore che porta in scena Pinocchia, adolescente di legno alla Sala Teatro Elsa Morante, in zona Laurentina, sempre nell’ambito della Fondazione Teatro di Roma.

Roberto, grazie di essere qui con noi e benvenuto all’Opinione. Come nasce l’idea di trasformare Pinocchio in Pinocchia?

L’idea nasce quasi in maniera automatica. Nel gruppo dei ragazzi e delle ragazze con cui lavoravo, con e senza disabilità, c’erano tante ragazze bravissime. Allora ho pensato che spesso le storie non hanno personaggi femminili forti e, volendo rendere omaggio a Collodi nel bicentenario della nascita, ho detto: “Facciamolo al femminile”.

All’inizio è sembrata una scelta non semplice, ma poi abbiamo capito che era quella giusta. La risposta dei ragazzi è stata molto forte, perché il problema dell’identità, la ricerca continua che Pinocchio fa di sé, il desiderio di essere come tutti gli altri senza mai riuscirci davvero, si collegano perfettamente ai temi dell’adolescenza e dell’identità, anche di genere.

Questo ha dato a me e a Roberto Scarpetti, con cui abbiamo realizzato la versione teatrale, ancora più spunti e motivazioni per sviluppare il progetto.

Chi è Pinocchia rispetto al Pinocchio originale di Carlo Collodi?

Io amo profondamente questo libro. Credo che dovrebbero leggerlo tutti, perché è un capolavoro e uno dei fondamenti della nostra cultura, come I Promessi Sposi o la Divina Commedia.

Per questo la nostra versione, pur prendendosi alcune libertà, ha cercato di restare il più possibile fedele al romanzo. La differenza principale è la trasposizione al femminile e il fatto che la protagonista non sia una bambina ma un’adolescente.

È una ragazza che vuole crescere, più inquieta e ribelle, ma con tutte le caratteristiche del Pinocchio originale: scappa, è insofferente alle regole, contesta i genitori. Insomma, una Pinocchia assolutamente classica.

Quanto “Pinocchia”, rappresenta oggi il “diverso” nella società contemporanea?

Come tutti i classici, Pinocchio continua ad avere qualcosa da dire a ogni generazione. È una storia ottocentesca, nata per i bambini, ma rimane attualissima.

Non a caso artisti come Carmelo Bene o Luigi Comencini ne hanno dato interpretazioni straordinarie. Pinocchio racconta la giovinezza italiana: quella sana, che non ha voglia di andare a scuola o di seguire le regole, ma che poi cresce e trova la propria strada.

Pinocchia vuole essere come gli altri. Ma chi sono davvero “gli altri”?

Gli altri, in realtà, non esistono. La normalità non esiste. Siamo tutti diversi e spesso consideriamo la normalità come un modello a cui conformarci.

Invece siamo una grande varietà di persone differenti e la nostra ricchezza sta proprio lì. Quando comprendiamo che la diversità è una forza, allora riusciamo a trasformarla in qualcosa di positivo. Quando invece non lo capiamo, viviamo quella diversità come un limite.

Questi “altri” potrebbero rappresentare il giudizio?

Sì, certamente. Ma molto spesso è la paura del giudizio a condizionarci più del giudizio stesso.

In realtà gli altri sono presi dalle loro vite, dai loro problemi. Siamo noi che, temendo il loro sguardo, smettiamo di fare ciò che ci piace o ciò che sentiamo giusto.

Succede nel modo di vestirsi, nel trucco, nell’apparire. Spesso siamo noi i primi a costruirci una prigione.

Quanto il personaggio di Pinocchia vive il conflitto tra il bisogno di appartenenza e il desiderio di essere sé stessa?

Lo vive profondamente. Fino alla fine continua a chiedersi cosa significhi davvero essere “come gli altri”.

Nella canzone finale dice qualcosa come: “Mi sentivo strana, ora sono come voi. Ma in realtà cos’è cambiato?”. E la risposta è: non è cambiato niente.

Si cresce, si migliora, si cerca di diventare la versione migliore di sé stessi, ma soprattutto si impara ad accettarsi.

Quanto gli attori del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli hanno contribuito alla costruzione dello spettacolo?

Moltissimo. Questi ragazzi sono davvero speciali e contribuiscono concretamente con la loro bravura, il loro entusiasmo e la loro sensibilità.

Nel teatro ogni interprete porta inevitabilmente qualcosa di sé nel personaggio. Se, ad esempio, ci fosse un ragazzo in carrozzina, quella caratteristica entrerebbe naturalmente nella costruzione del personaggio, senza essere vista come un limite, ma come un elemento di significato.

Ogni attore arricchisce il racconto con la propria unicità.

Chi è oggi, secondo te, l’adolescente?

L’adolescenza è una sorta di malattia da cui tutti, forse, guariamo. È un periodo complicatissimo ma anche entusiasmante.

Quando ci ripensiamo ricordiamo soprattutto le cose belle, i primi amori, le emozioni intense. Ma mentre la viviamo è piena di insicurezze e paure.

Una sensazione tipica dell’adolescenza è quella di non essere padroni del proprio destino: c’è sempre qualcuno che ti dice cosa devi fare, chi frequentare, come comportarti. E questo si vive con grande fatica.

Gli adolescenti di oggi si sentono più soli rispetto al passato?

Forse sì. Gli strumenti tecnologici da una parte li mettono più in connessione e io non li demonizzerei, ma dall’altra creano anche automatismi e isolamento.

Però appena si dà ai ragazzi la possibilità di stare insieme davvero, di fare esperienze, di divertirsi, tornano a essere quelli di sempre.

Io credo che gli adulti dovrebbero creare più occasioni reali di incontro, gioco e condivisione.

In questo spettacolo la diversità non è un limite ma una ricchezza. Quanto è importante raccontarlo oggi?

Per noi è quasi naturale, perché viviamo ogni giorno questa realtà. Il nostro metodo consiste nel guardare ciò che ogni ragazzo può offrire, non ciò che gli manca. Non mi interessa ciò che qualcuno non riesce a fare perfettamente; mi interessa capire quali qualità possiede e come valorizzarle dentro un racconto teatrale.

Ed è un metodo che funziona con tutti, con chi ha difficoltà e con chi non ne ha.

Cosa speri rimanga al pubblico dopo aver visto Pinocchia, adolescente di legno?

Spero rimanga una maggiore fiducia nei ragazzi e nella loro capacità di fare cose belle insieme. Quando li vediamo sul palcoscenico comprendiamo che molti pregiudizi sui giovani di oggi sono inutili.

Quindi il messaggio è anche un messaggio rivolto ai genitori?

Sì. I ragazzi non vanno lasciati soli o abbandonati a sé stessi. Bisogna offrire loro interessi, passioni e responsabilità.

Credo sia fondamentale chiedere molto ai ragazzi, anche accettando la possibilità che possano sbagliare. Perché solo così crescono.

A volte si tende a proteggere troppo, soprattutto i ragazzi con disabilità, pensando che non ce la possano fare. Invece poi riescono a sorprendere tutti: prendono la metropolitana da soli, affrontano prove impegnative, lavorano per mesi a uno spettacolo.

La richiesta deve essere alta, sempre accompagnata dalla gioia e dalla fiducia.

Roberto, grazie davvero per questa meravigliosa chiacchierata. Dove e quando potremo vedere lo spettacolo?

Grazie a voi per i complimenti. Pinocchia adolescente di legno andrà in scena il 29 maggio alle ore 19 per la prova generale aperta al pubblico e il 30 maggio alle ore 20 alla Sala Teatro Elsa Morante, in zona Laurentina.

Grazie a Roberto e un saluto a voi amici de L’Opinione.

Aggiornato il 29 maggio 2026 alle ore 17:20