Come ogni anno, a Siracusa sono di scena le tragedie greche, ma, come ogni anno, purtroppo sembra di assistere sempre alla medesima rappresentazione, la quale, a lungo andare, produce noia e insofferenza.
Cosa c’è di ripetitivo ed insulso nelle rappresentazioni degli ultimi anni? Mi limito qui a trattare, per brevità, soltanto dell’Antigone di Sofocle.
Nell’ordine: una fissazione ideologica; un fraintendimento teoretico; una autocontraddizione misconosciuta.
La fissazione ideologica si esprime su due versanti fra loro complementari.
Il primo è la solita e ormai insopportabile “attualizzazione” consumata attraverso i costumi e la scenografia, ormai soggiogati dal trito ed usuale ammodernamento storicizzato: qui non si comprende che un problema – come quello messo sul tappeto dall’Antigone – non si fa cogliere come rilevante perché venga riconosciuto come attuale. Proprio al contrario esso mantiene una perenne attualità, perché oggettivamente rilevante.
Non mi illudo che queste parole possano scalfire la pluridecennale sicumera di registi e scenografi, anche perché questa forma di chiusura ideologica è datata. Quasi tre decenni or sono, mentre assistevamo ad una rappresentazione a Siracusa, improvvisamente – sempre per la mania di attualizzare come se gli spettatori altrimenti nulla capirebbero, quasi fossero una massa di scimuniti – sulla scena apparve il leggendario Ercole, addobbato con fucile, cartuccera a tracolla, stivali e cappellaccio da cow-boy.
Mio figlio, di appena dieci o undici anni, non trattenendosi, allora gridò “Indiana Jones!”: e diceva il vero, perché Ercole ci veniva presentato come “Indiana Jones”, anche se con questo eroe cinematografico aveva poco da spartire. Vi lascio immaginare le risate degli spettatori, perché tutti vedevano l’assurdo sulla scena, ma ci voleva un bambino per denunciare pubblicamente che il re era tragicamente nudo.
E continua a rimanere nudo, nel silenzio dei più: anche i bambini oggi tacciono.
Il secondo versante sta invece nel farsi carico del portato ideologico dell’epoca in cui ci si trova, assumendolo in modo totalizzante quale chiave di lettura tendenzialmente esclusiva dell’azione scenica. Così, ci vuol poco a fare di Antigone un esempio di proto-femminismo, di rivendicazioni sociali, di testimonianza politica progressista contro Creonte bieco reazionario e via di questo passo.
Nulla di più scontato, asfitticamente prigioniero della dimensione storica del presente, e perciò tremendamente noioso: ma nulla di più semplicisticamente fuorviante e lontano dallo spirito poetico della tragedia.
Il fraintendimento teoretico appare ancor più grave, perché impedisce di capire la dinamica tragica sofoclea.
Tutti, ma proprio tutti, insistono – sia pure con diversa intensità – a ribadire che mentre Antigone rappresenta la manifestazione teatrale delle ragioni della sensibilità, della famiglia, dei legami umani, per converso, Creonte incarna la cecità del potere, il volto della crudeltà, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo: ne viene naturalmente che non se ne trova uno ˗ che sia uno ˗ che osi non dico parteggiare per Creonte, ma neppure immaginare una qualche sua ipotetica difesa.
Insomma, da una parte il bene, dall’altra il male. Allora ci si chiede: dove è finita la tragedia? Svanita nel nulla, per lasciare spazio ad una sorta di nuova e diversa “epica”, ove invece è fisiologico contrapporre le posizioni degli uni a quelle degli altri, come per esempio accade nell’Odissea ove l’eroe buono e memore dei legami familiari – Odisseo – è destinato a scontrarsi con le forze che vogliono malignamente impedirlo.
Insomma, mentre l’epica vive della radicale contrapposizione ove si capisce subito chi abbia ragione e chi invece torto (come indiani e cow boys, anche se da bambino i buoni mi sembravano questi e non quelli), la tragedia si costituisce nella circostanza paradossale secondo cui le ragioni stanno da entrambe le parti: altrimenti la tragedia si dissolve.
La tragedia nasce proprio dal fatto che non si può dare ragione assoluta a nessuna delle parti in causa, per il motivo che ragioni ci sono per ciascuna di esse: qui l’essenza del tragico.
Infatti, se da un lato Antigone è espressione delle “leggi non scritte”, derivanti dalla sensibilità umana e dai costumi familiari che militano per il seppellimento di Polinice, dall’altro lato, Creonte, lungi dal porsi come spietato e tirannico despota, si fa cogliere quale il custode delle leggi della “polis”, cioè di quella comunità politica all’interno della quale soltanto l’uomo greco poteva autoidentificarsi, attraverso il legame sociale con i suoi simili.
Qui il dilemma tragico da risolvere: e Sofocle lo scioglie nell’unico modo possibile, vale a dire con il suicidio di Antigone e – dopo quello di Emone – con la autodissoluzione di Creonte, che si definisce ormai “uomo vuoto”.
Ne viene che chi non capisce queste cose – come oggi molti purtroppo son soliti fare – trasforma indebitamente la tragedia in un’epica tanto fallace quanto inesistente, mostrando di non percepire nulla né della prima né della seconda.
Infine, la autocontraddizione misconosciuta consiste nel fatto che se tutti prendono le parti di Antigone quale portatrice delle istanze del “diritto naturale” – in cui si risolvono le ben note “leggi non scritte” – allorché invece si voglia invocare proprio il “diritto naturale” in tema di aborto o di utero in affitto, allora i medesimi partigiani di Antigone son prontissimi a negarne le ragioni, lanciando anatemi e criticandolo come retaggio di un passato ormai da dimenticare.
Insomma, il diritto naturale andrebbe bene per Antigone, che ne sarebbe l’eroina pronta a morire pur di affermarlo, mentre andrebbe male invece per tutti noi, che dobbiamo vederlo come un reliquato storicamente sorpassato.
E il bello è che costoro non si accorgono neppure di auto-contraddirsi: lo trovo penoso.
In questa malinconica luce, cosa resta delle tragedie greche?
Aggiornato il 14 maggio 2026 alle ore 11:38
