Manfredi Gelmetti a teatro con Van Gogh Flamenco

Dopo i successi di Atene, Milano, Prato e Roma, Van Gogh Flamenco prosegue il suo viaggio: uno spettacolo multidisciplinare che trasforma in scena il tormento, la poesia e il mondo interiore del grande pittore olandese.

Abbiamo incontrato Manfredi Gelmetti, autore, regista e interprete di Van Gogh Flamenco, per farci raccontare la nascita e l’evoluzione di uno spettacolo che unisce parola, danza, musica e canto per restituire al pubblico il genio inquieto e sensibilissimo di Vincent Van Gogh. Un artista incompreso, viscerale, rivoluzionario, che Gelmetti sceglie di evocare attraverso il duende del flamenco e una forte contaminazione di linguaggi artistici.

Perché hai scelto Van Gogh? C’è qualcosa del suo vissuto o del suo modo di vedere la vita in cui ti rispecchi come uomo e artista oppure è stata soprattutto la sfida di tradurre la sua pittura in danza a guidarti?

Un po’ entrambe le cose. Tanti anni fa sono andato al Museo Van Gogh di Amsterdam e sono rimasto folgorato da alcuni dei suoi quadri. Da lì ho iniziato a documentarmi sulla sua vita, che è stata molto difficile, segnata da incomprensioni profonde. Noi conosciamo i grandi geni della pittura come Caravaggio o Frida Kahlo, che nel loro tempo erano già riconosciuti. Van Gogh, invece, purtroppo è morto senza essere minimamente apprezzato o considerato, né come pittore né come artista.

Con questo spettacolo il mio tentativo è quello di celebrare non solo il genio che è stato, ma anche di far arrivare, attraverso la danza, la musica e il teatro, qualcosa della sua personalità, della sua emotività e del suo mondo interiore, che all’epoca non furono capiti.

Qual è stato l’elemento della vita di Van Gogh che ti ha ispirato maggiormente a creare questo spettacolo? E come hai collegato la sua emotività così contrastante al flamenco?

Quello che mi ha colpito di più è stato il suo rapporto con la natura. Van Gogh non è stato un semplice osservatore che riportava sulla tela ciò che vedeva: lui ha proprio filosofeggiato sulla natura. La definiva come qualcosa che ci appartiene, che lega l’uomo a Dio, e tutte queste riflessioni le ha poi trasferite nei suoi quadri.

Approfondendo la sua concezione dell’arte, così strettamente legata al rapporto tra uomo e natura, ho sentito il bisogno di cercare un linguaggio che andasse oltre la parola. Mi sono chiesto: se Van Gogh avesse danzato le sue opere, come sarebbe riuscito a comunicarle? Da lì è iniziato il lavoro di ricerca che ha portato alla nascita di Van Gogh Flamenco.

Tu descrivi Van Gogh come un fiume in piena che sfida le convenzioni. come hai tradotto questa idea in uno spettacolo che mescola danza, musica e recitazione?

Proprio andando oltre il linguaggio convenzionale del teatro, che è quello della parola. Ho cercato di creare una commistione di arti: la potenza del testo, la forza drammatica del flamenco e l’impatto emotivo della musica.

L’obiettivo era raccontare un uomo che all’epoca veniva considerato folle, nonostante la sua genialità. Anche il gesto di tagliarsi l’orecchio, che è rimasto nella memoria di tutti, in realtà racchiude molto di più: un tentativo di comunicare, ma anche di sottrarsi a un mondo in cui non si sentiva compreso.

Ci puoi raccontare il tuo ruolo di regista e interprete e il lavoro svolto con gli altri artisti, come Francesca Turchetti alla chitarra e Paolo Monaldi alle percussioni?

Il lavoro di collaborazione è stato fondamentale, sia nella stesura musicale sia nella costruzione dello spettacolo. Nel flamenco la chitarra è essenziale: è la voce che accompagna e guida il ballerino durante l’esecuzione delle coreografie.

Ci siamo concentrati su tre quadri simbolo dell’arte di Van Gogh: L’autoritratto, La notte stellata e I girasoli. Lo spettacolo si sviluppa attraverso questi tre dipinti.

Anche i costumi che indosso si ispirano a queste opere: ci sono tre quadri, tre scene, tre coreografie. In un certo senso, Van Gogh entra in scena indossando i propri quadri. I costumi sono nati da una profonda analisi delle opere e io porto addosso quei colori, quelle forme, quell’emotività.

Quindi dai anima ai quadri.

Esattamente. Dietro ogni quadro Van Gogh aveva costruito un mondo, un rifugio, un luogo ideale. Parlava di una natura molto più grande di come l’uomo fosse abituato a considerarla. Quando guardiamo un prato, un tramonto, un ruscello, il mare o una notte stellata, c’è molto di più di ciò che vediamo: noi facciamo parte di tutto questo. Van Gogh voleva raccontare proprio questa appartenenza profonda dell’uomo alla natura, questo essere parte di un tutto.

 Che contributo hanno dato Eliana Gaguli e Serena Bagossi?

Hanno dato voce a quella che possiamo definire la voragine emotiva di Van Gogh, attraverso sfumature vocali molto diverse. Eliana Gaguli, cantante di origine greca che canta flamenco, porta la parte più drammatica della sua emotività. Serena Bagossi, cantante pop e vocal coach di Claudio Baglioni, introduce invece un’anima più rock. Mi piace pensare a Van Gogh come a un’anima molto rock: intensa, viscerale, piena di rottura. Nei suoi sentimenti c’era qualcosa di gridato, di urgente. Come se dicesse continuamente: “Vi piacciono i miei quadri? Cosa c’è che non va? Perché Dio mi ha dato il dono di dipingere, se poi ciò che faccio non viene capito?”.

Le voci di Serena e di Eliana danno corpo a tutto questo, ciascuna con il proprio timbro e la propria sensibilità.

Non hai temuto che definire Van Gogh “rock” potesse sembrare un contrasto con la sua epoca?

In realtà no. Leggendo le lettere che scriveva al fratello Theo, emerge chiaramente un uomo in continuo dissidio con tutto ciò che lo circondava, tranne che con la natura.

Quando non si sentiva compreso, lo scriveva. Quando trovava conforto nella natura, lo scriveva. Questa moltitudine di sentimenti mi ha fatto pensare a lui come a un’anima forte, di rottura, quasi rock. E mi piaceva restituirgli anche questa sfumatura più pop in alcuni momenti dello spettacolo.

Questo linguaggio coreutico è quindi, secondo te, il più adatto per raccontare la sofferenza viscerale e la passione travolgente di Van Gogh? E cosa rappresenta la scena vuota?

Sì, assolutamente. Nello spettacolo c’è un contrasto molto forte: la scena è essenziale, quasi spoglia. C’è un palco vuoto, le sedie dei musicisti, uno sgabello e un piccolo vaso con dei girasoli rivolti verso il pubblico. Non c’è altro.

Tutto il resto viene evocato attraverso le parole ispirate alle oltre duecento lettere scritte da Van Gogh al fratello Theo, attraverso la danza e attraverso la musica. È proprio la musica a riempire quel vuoto che, in fondo, anche Van Gogh ha cercato di colmare per tutta la vita con la sua pittura.

Il 23 agosto a Stromboli ore 22.30, nello stupendo Anfiteatro EOS.

Aggiornato il 09 maggio 2026 alle ore 12:21